Giovani al centro

Gabriella Papadopoli

“A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?” Le parole di Don Milani ci risuonavano in testa quando abbiamo iniziato a pensare a come sviluppare un progetto che promuovesse una riflessione sui giovani e i contesti periferici.

“Giovani al centro” è un progetto promosso dall’associazione Piccola Fucina dell’Arte di Rho, associato a più partner in diverse città italiane (Maestri di Strada, Minotauro, La Fucina, C.R.ES.T., Centro per lo sviluppo Creativo Danilo Dolci, docenti della Scuola Media Luini-Falcone di Rozzano, Milano, e altri ancora) e finalizzato alla realizzazione di un seminario nazionale a Rozzano nel mese di novembre.

Presentato presso l’Agenzia Nazionale per i giovani, per il Programma Gioventù in Azione 2007-13, Sostegno alla Cooperazione europea nel settore della gioventù, è stato approvato e finanziato.

La storia e lo sviluppo di questo progetto hanno origine dalla lettura di “Insegnare al principe di Danimarca”, di Carla Melazzini, dall’insieme di riflessioni e di emozioni, dal corto circuito intellettuale generato dalla lettura di questo testo. Un’emozione che sicuramente nasce dal sentirlo come cosa in qualche modo “propria” e condivisibile, perché si parla della scuola, del mondo esterno e delle modalità “sufficientemente buone” per relazionarci al lavoro che qui ci riguarda tutti, quello di insegnanti, e, per quanti di noi insegnanti non sono, di educatori.

Il libro ce lo siamo passati di mano a scuola, a Rozzano. Ci sembrava ci riguardasse e ci raccontasse tutti, con le nostre difficoltà, con i nostri ragazzi dispersi, a volte disperati, col nostro non sapere cosa fare o col nostro saperlo e non avere voglia o tempo o modo. Col nostro sentirci sconfitti, certi giorni, e paradossalmente felici per una risposta che ci aspettavamo, per un assenso inaspettato, certi altri giorni. Per le nostre attese che qualcosa di buono, tra noi e i nostri ragazzi, accadesse. Per il nostro non riuscire ad attendere e per le nostre rese. Per le giornate in cui eravamo soltanto lavoratori capitati lì per caso e per i giorni in cui pensavamo che quelle aule fossero l’unico posto in cui avesse senso stare. Per tutte queste cose, che non potevamo raccontarci nei corridoi, per tutti quei pensieri che si perdevano in giornate senza senso, per tutti questi motivi e altri ancora, questo libro ci ha parlato e continua a farlo.

Da qui si è pensato, appoggiati dalla preside della SMS Luini Falcone e dal Comune, di invitare, nel marzo del 2012, Cesare Moreno a Rozzano: un pomeriggio appassionante, altre barriere mentali che crollano, nuove idee che fermentano. La sensazione che possa esistere un altro modo, diverso, per fare scuola, e che questo modo si possa imparare. In seguito, c’è stata la partecipazione, mia, come insegnante di lettere della Scuola Media Luini, e di Chiara Bassi, insegnante di matematica nella stessa scuola, alle giornate di studio “La mappa e il territorio. Ripensare l’educazione tra strada e scuola”, Napoli, luglio 2012. Tanti gli spunti su cui riflettere, e le aperture di orizzonti e prospettive, in quelle giornate. Ci siamo chieste, supportate da Cesare Moreno, se fosse possibile lavorare concretamente per dare spazio nuovo a queste riflessioni, per incanalarle in qualche direzione fattiva.

Di conseguenza, si è realizzata l’opportunità di elaborare un tavolo di lavoro con diverse realtà territoriali di Rozzano, prima fra tutte La Fucina, diventatane promotrice. Da qui l’idea di coinvolgere Napoli, con i Maestri di Strada, Taranto, con il C.R.E.S.T., Collettivo di Ricerche Espressive e Sperimentazione Teatrale, Palermo, con il Centro per lo sviluppo Creativo Danilo Dolci. Associazioni scelte perché, con modalità diverse, lavorano in contesti problematici, promuovono lo sviluppo territoriale mettendo in campo competenze diverse, spendono risorse per ripensare e riformulare il concetto di seconda opportunità. Un felice incontro tra azioni educative, riflessioni pedagogiche, laboratori maieutici, discorsi teatrali.

Il progetto prevede diversi appuntamenti durante i quali i partner delle diverse città e i giovani coinvolti si incontrano per condividere il piano delle attività: cosa fare per trasformare il disagio di oggi in opportunità? Come, concretamente, lavorare per intervenire nel proprio contesto di riferimento, attraverso quali forme d’arte agire per rivalutare, modificare la propria realtà sociale? E, soprattutto, come raccontare la propria esperienza?

“A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?” Le parole di Don Milani ci risuonavano in testa quando abbiamo iniziato a pensare a come sviluppare un progetto che promuovesse una riflessione sui giovani e i contesti periferici. Quello che desideravamo era promuovere spazi di riflessione sulle periferie e farlo “sporcandoci” in qualche modo le mani: riflettere, ma anche agire, costruire, fare. Imparare, noi, come adulti, a farci da parte, soprattutto: partecipare a questo bando europeo con un progetto che avesse i giovani come protagonisti, non come oggetto del discorso, ma come soggetti parlanti e fruitori.

Si è promossa, quindi, l’idea di trovare una struttura narrativa comune a gruppi e associazioni che, a vario titolo, lavorano con i giovani per prevenire e recuperare il disagio in qualsiasi forma questo si manifesti. Cercare una struttura narrativa comune per noi significava anche ripensare a come lavorare, su più fronti, per promuovere i diritti di cittadinanza attiva. Palermo, Napoli, Rozzano, Taranto: l’idea di mettere insieme più realtà geograficamente lontane tra di loro nasce sia dal proficuo scambio di esperienze e buone prassi educative tra Rozzano e Cesare Moreno dei Maestri di Strada, sia dalla consapevolezza che si tratta di posti diversi, realtà diverse, ma anche di quartieri accomunati dal sentirsi periferia di qualcosa, spazio portato attorno un centro lontano e spazio mal vissuto, negato, oppure specchio deformante di un luogo altro, troppo difficile da eguagliare.

Offrire l’opportunità ai ragazzi coinvolti nel progetto di raccontare e di raccontarsi attraverso la forma d’arte che sentono più vicina, disegno, graffito, scrittura, teatralizzazione, risponde ad una necessità che può sembrare paradossale. Questi ragazzi vivono immersi nelle parole; le parole virtuali che usano per raccontarsi, le parole del “Mi piace” o “Non mi piace” cliccati su Facebook, le parole delle chat e quelle dei messaggi. Eppure, nella mia, seppure ancora breve, esperienza di insegnante, quello che mi colpisce è l’afasia del linguaggio quando questo deve raccontare le emozioni e disegnare progetti declinati al futuro: afasia dei ragazzi e afasia degli adulti che hanno perso le parole per seminare speranze ed infondere coraggio. Viene da pensare al legame stretto tra il raccontare come si vive nella propria città e l’agire su di essa, e al legame stretto tra il raccontarsi e il vedersi, a come diventare cittadini significhi prendere possesso di un luogo e come questa presa di possesso debba passare necessariamente attraverso il raccontare quel luogo, con le parole proprie. Da quel che vedo, per esempio, in una città complicata come Taranto, attualmente l’essere cittadini viene da molti inteso come dichiarazione continua di un amore appassionato per la propria città. Ma l’amore viscerale e assoluto per sua natura rifugge alle critiche, alle mediazioni intellettuali, al prendersi cura in maniera ragionata e responsabile.

Anni di lavoro a Rozzano, inoltre, in una scuola situata in un’area a rischio, in cui quotidianamente è necessario scegliere se usare la cattedra come uno scudo dietro il quale trincerarsi o restituire un senso ad un apprendimento che passi attraverso il “fare”, il riappropriarsi, il ricreare, hanno imposto una riflessione sulle pratiche di insegnamento, su come operare come insegnanti ed educatori “sufficientemente buoni”. Il progetto è appena avviato: ora ci saranno i primi incontri, i primi scambi di esperienze. Bisognerà scegliere, insieme, cosa fare e come farlo, raccogliere impressioni, racconti, disegni sulla periferia. Dare spazio all’espressione artistica, teatrale e letteraria. Lasciare che i giovani si raccontino e raccontino le proprie periferie e ci guidino verso la loro idea di futuro.

A noi spetta il compito di raccogliere la sfida più appassionante: imparare a sognarli per farli crescere, come direbbe il sociologo Danilo Dolci, senza nascondere l’assurdo che è nel mondo.

Gabriella Papadopoli
Insegnante della Scuola Media B. Luini di Rozzano

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