Una generazione perduta?

Claudia Di Giorgio

Questione scomoda, la fuga dei cervelli. Perché, oltre a rappresentare un indicatore dello stato della ricerca in un Paese, è anche un indicatore dell’atteggiamento della sua classe politica verso la ricerca

Tra le questioni di politica della ricerca, la fuga dei cervelli rappresenta una delle più complesse e difficili da trattare. Le ragioni di questa difficoltà sono diverse e, a volte, intrecciate tra loro, ma contribuiscono tutte a far sì che un problema (oggi, in Italia, probabilmente il problema) di tale gravità diventi spesso oggetto di equivoci, involontari e premeditati.
Una prima difficoltà è di tipo definitorio. Che cos’è esattamente la fuga dei cervelli? Che tipo di effetto esercita sul Paese che la subisce? E, quando, è possibile – e corretto – affermare che un ricercatore è ormai definitivamente perduto per il suo Paese d’origine, quello (per intenderci) dove è nato e che ha investito denaro e competenze nella sua formazione? La definizione di brain drain offerta dall’Enciclopedia Britannica è apparentemente chiara: “l’abbandono di un Paese a favore di un altro da parte di professionisti o persone con un alto livello di istruzione, generalmente in seguito all’offerta di condizioni migliori di paga o di vita”. Tuttavia, non è affatto sufficiente a descrivere un fenomeno che, pur essendo antico, è emerso nel dibattito internazionale solo intorno agli anni ‘60, soprattutto in termini di emigrazione dal Sud al Nord del mondo.
Nel 1997, un rapporto dell’Ocse sui movimenti di personale altamente qualificato ha messo in luce, all’interno di questi movimenti, tre elementi sostanzialmente nuovi che si sono aggiunti al brain drain per così dire tradizionale, elementi per i quali ha quindi indicato nuove definizioni.
La prima è quella di brain exchange – lo scambio di cervelli – che secondo l’Ocse è il flusso di risorse intellettuali tra un Paese e l’altro, con uno spostamento equilibrato nei due sensi: tanti ricercatori escono e tanti ne entrano. A seconda delle vocazioni nazionali, questi movimenti possono essere sbilanciati in discipline e settori produttivi diversi, ma anche se un Paese si troverà più povero di risorse qualificate in un campo specifico, sarà più ricco in un altro. Il bilancio finale, insomma, è alla pari. Poi c’è la circolazione dei cervelli, o brain circulation, termine che definisce un percorso di formazione ed avviamento alla carriera, in cui ci si sposta all’estero per completare gli studi e perfezionarsi, si trova un primo o un secondo lavoro, sempre all’estero, e, alla fine, si torna in patria, dove si mettono a frutto le esperienze accumulate per occupare una posizione di maggiore vantaggio e responsabilità. Lo studio e il lavoro all’estero rappresentano quindi una tappa del percorso formativo di un giovane, ma non ne costituiscono il destino finale. Evidentemente, questi due tipi di mobilità tornano a vantaggio di tutti. Ad essi tende sempre di più, per esempio, l’Unione Europea, particolarmente impegnata nel favorire questo genere di interazioni tra i suoi Paesi membri.
Infine, l’Ocse evidenzia il nuovo fenomeno del brain waste, lo spreco di cervelli. In questo caso, l’emigrazione non è fisica, ma occupazionale: è la perdita delle competenze e vantaggi derivata dallo spostamento di personale altamente qualificato verso impieghi che non richiedono l’applicazione delle cognizioni per cui è stato formato. In altre parole, un dottore di ricerca in Fisica assunto in un ufficio marketing ha forse risolto il suo problema personale di lavoro, ma non sta applicando le competenze apprese a spese del sistema di istruzione nazionale.
Quand’è, quindi, che si può correttamente parlare di fuga dei cervelli? Solo nel caso in cui il flusso netto di capitale umano altamente qualificato risulti fortemente sbilanciato in una sola direzione e lo scambio non sia più scambio, ma drenaggio, poiché rappresenta una perdita di risorse umane per il Paese di origine. Come vedremo, è esattamente quello che sta accadendo in Italia. Il nostro problema è che non c’è nessuno scambio, solo una fuga, le cui proporzioni si stanno aggravando fino a configurarsi come una perdita che coinvolge un’intera generazione di giovani ricercatori.
L’esportazione di capitale intellettuale – è opportuno sottolinearlo subito – non è solo una perdita di persone e del denaro speso per formarle. Le innovazioni prodotte all’estero dai cervelli in fuga costituiranno proprietà dei Paesi in cui sono state realizzate, da cui il Paese d’origine dovrà, in qualche modo, ricomprarle: tanto che un’altra delle definizioni di brain drain è quella di trasferimento tecnologico inverso. In termini di puro calcolo economico (ma vi sono anche altre prospettive da cui andrebbe valutato il problema), il passivo è drammatico. Lo riflette bene la bilancia tecnologica dei pagamenti, un indicatore che misura il totale di importazioni ed esportazioni di conoscenze tecniche, brevetti e così via. Nel 2003, si legge nelle statistiche dell’Ufficio Italiano Cambi, “il saldo globale della bilancia è stato negativo per un importo di circa 608 milioni di euro, un disavanzo in linea con l’andamento strutturalmente deficitario della serie storica, ma in netto peggioramento rispetto allo scorso anno, quando si registrò un saldo pressoché nullo”. Le cose, insomma, vanno di male in peggio.
Sarebbe interessante, a questo punto, effettuare un confronto tra l’andamento “strutturalmente deficitario” della bilancia tecnologica e quello della fuga dei cervelli per verificare se, e come, esista una corrispondenza tra i due fenomeni. Ma non possiamo farlo, e questo a causa di un’altra, grande, difficoltà relativa al problema del brain drain in Italia: la carenza di dati.
I motivi di questa carenza sono in parte dovuti alle difficoltà di definizione già citate. Ma solo in parte. Un altro e ben più serio motivo è stato la sistematica volontà della classe politica in generale, e dei responsabili delle scelte di politica della ricerca in particolare, di non dar peso al problema. Ignorandolo, sottovalutandolo ed interpretandolo ambiguamente: tanto da poter continuare a parlare di mobilità, invece che di fuga (l’ha fatto recentemente l’ex Ministro Moratti, nel corso di un surreale Convegno al CNR di Roma sui buoni risultati delle politiche in materia di ricerca). Questione scomoda, la fuga dei cervelli. Perché, oltre a rappresentare un indicatore dello stato della ricerca in un Paese, è anche un indicatore dell’atteggiamento della sua classe politica verso la ricerca.
Per fortuna, carenza di dati non significa assenza. E, se da un lato un aiuto importante per ricostruire e quantificare la fuga dei cervelli dall’Italia arriva dalla loro principale destinazione, gli Stati Uniti, dall’altro studi e ricerche si vanno accumulando anche da noi. Le principali fonti interne sono due: la rilevazione effettuata dall’ISTAT sul “Movimento migratorio della popolazione residente” (che censisce ogni anno chi si è cancellato dall’anagrafe perché trasferito all’estero e chi vi si è iscritto provenendo dall’estero) e le liste dell’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani residenti all’estero gestita dal Ministero dell’Interno. Entrambi producono numeri sottostimati, nel primo caso perché molti di coloro che vivono e lavorano all’estero per periodi anche lunghi conservano la residenza in Italia e, nel secondo, perché l’iscrizione all’AIRE prevede una dichiarazione volontaria e non tutti si preoccupano di farla. Inoltre, entrambi consentono di rilevare la presenza al di fuori dei confini italiani della generalità dei laureati, senza distinguere tra le diverse discipline.
È a queste due fonti che si riferisce principalmente la parte italiana di un recente numero monografico della rivista Studi Emigrazione, dedicato a “Le migrazioni qualificate tra mobilità e brain drain” curato da Enrico Todisco (Università La Sapienza di Roma), con Sveva Avveduto e Maria Carolina Brandi, due ricercatrici dell’IRPPS, l’Istituto di ricerche sulla popolazione del CNR, che si occupano da tempo dell’argomento ed alle quali dobbiamo, assieme a pochi altri, la ricostruzione parziale, ma proprio per questo ancor più devastante, di come vada la fuga dei cervelli in Italia.
Il primo dato che sintetizza efficacemente la situazione viene dall’analisi del censimento Istat: tra il 1996 ed il 2000, gli ultimi anni disponibili, l’Italia ha perso più di 2.700 laureati. Ed è stata una perdita netta, poiché il numero assoluto dei laureati emigrati (in media, 3.200 all’anno nel quinquennio), pur variando molto da un anno all’altro, ha costantemente superato quello di coloro che hanno ripreso la residenza in patria. Inoltre, è andato sempre crescendo, con l’eccezione del 1997, toccando un massimo di oltre 4.000 nel 1999. Nel valutare questo dato, appare indispensabile tener conto che l’Istat non fornisce indicazioni sull’età di chi ha ripreso la residenza. “Come per tutti i flussi di ritorno” – scrivono Avveduto e Brandi – “anche una parte dei laureati che si sono iscritti nuovamente all’anagrafe di un comune italiano provenendo dall’estero è costituita da persone che, con ogni probabilità, hanno raggiunto l’età della pensione”. La perdita reale di laureati attivi potrebbe essere quindi anche più alta, persino limitandosi a considerare una copertura parziale, come quella dell’ISTAT. Altrettanto parziali – come si è detto – sono i registri dell’AIRE, da cui emerge comunque un primo numero: al 31 dicembre 2001 risultavano residenti all’estero 2.842.450 cittadini italiani, di cui 39.013 classificati come laureati (al 29 settembre 2004 il totale degli iscritti all’AIRE era salito a 3.443.768, ma non sono accessibili dati disgregati per titolo di studio).
Dei dati AIRE si sono serviti altri tre ricercatori (Sascha O. Becker, Andrea Ichino e Giovanni Peri; “How Large is the ‘Brain Drain’ from Italy?”, January 2003, CESifo Working Paper Series No. 839, http://ssrn.com/abstract=378522) per definire un indice importante: il rapporto tra la quota di laureati sul totale degli emigranti e la quota di laureati sul totale della popolazione italiana in età lavorativa. Quando è superiore ad 1, l’indice segnala che l’emigrazione intacca il capitale nazionale di personale qualificato, cosa che in Italia ha iniziato a verificarsi a partire dal 1992. L’analisi dei dati AIRE effettuata da Becker, Ichino e Peri considera il periodo 1990-1999, durante il quale – concludono gli autori – si evidenziano alcuni punti cruciali. Anzitutto, la percentuale di laureati che lascia l’Italia è quadruplicata tra il 1990 e il 1999. In secondo luogo, mentre questa tendenza all’aumento è comune a tutte le regioni italiane, in termini assoluti la perdita maggiore riguarda il Nord: nel 1999, è andato all’estero il 7% dei laureati del Nord contro il 2% del Sud. Infine – e forse questo è il dato più sorprendente – ad andarsene non sono solamente i giovani a inizio carriera: negli anni ‘90, la percentuale di laureati emigrati di età superiore a 45 anni è più che quadruplicata. Vale forse la pena ricordare che, nel 1999, la percentuale di laureati tra la popolazione italiana di età compresa fra i 25 ed i 64 anni era un misero 9%. Siamo quindi di fronte ad un caso esemplare ed indiscutibile di brain drain: una perdita secca di risorse umane qualificate e, per di più, a partire da un capitale nazionale già seriamente insufficiente.
Queste cifre potrebbero bastare a dichiarare che la fuga dei cervelli dall’Italia esiste e rappresenta un’emergenza (vedremo più avanti come la perdita non sia compensata dall’afflusso di risorse dall’estero). Ma bisogna tornare a ricordare che si tratta di dati sottostimati, sufficienti a fornire un segno del pericolo, ma non a delinearne la misura completa (è però vero quanto ha sottolineato Giovanni Peri su www.lavoce.info.it: “Non c’è una particolare ragione per ritenere che i laureati abbiano meno ragione di iscriversi all’AIRE delle altre categorie (livelli di istruzione), le nostre cifre sono comunque corrette. Infatti, il flusso totale di emigrati che contiamo con l’AIRE lo aggiustiamo per le misure trovate con altre indagini ISTAT. È solo la frazione di laureati che calcoliamo con quei dati”).
A completare in parte il quadro, può tuttavia essere d’aiuto quello che gli studiosi del fenomeno ritengono un indicatore molto significativo: le intenzioni di permanenza negli USA degli stranieri che hanno ottenuto un PhD nelle Università americane. Introdotto nel 2002 nelle statistiche della National Science Foundation sugli indicatori della scienza e della tecnologia negli Stati Uniti, riguarda gli anni compresi tra il 1990 ed il 2001 (S&E Indicators 2004), ed è suddiviso tra generici plan to stay e firm plan to stay.
Per quanto riguarda l’Italia, la percentuale di dottori di ricerca (in tutte le discipline) che hanno un’intenzione ancora non definita di rimanere negli USA passa dal 48,6% del periodo 1990-1993 al 62,2% del quadriennio 1998-2001, mentre la percentuale di quelli che hanno fatto piani definitivi sale dal 36,5 al 49,8%. Insomma, la metà dei giovani Italiani che avevano conseguito il dottorato di ricerca negli Stati Uniti non ha alcuna intenzione di rientrare in patria (e non è detto che volesse farlo l’altra metà, poiché la NSF registra solo l’intenzione di restare entro i confini USA). Ma va assai peggio se si entra nel dettaglio dei diversi raggruppamenti disciplinari e ci si limita a considera le intenzioni più ferme: a tutto il 2001, voleva rimanere negli Stati Uniti il 60,9% dei giovani Italiani con un PhD nel settore mathematics/computer sciences.
A fronte di questi dati, in Italia nel 2000 i dottori in ricerca in S&T costituivano lo 0,18% della popolazione del gruppo di età compresa tra i 25 ed i 34 anni (contro lo 0,55 dell’Europa dei 15; dati della Commissione Europea) e, nell’anno accademico 2001-2002, il 2% di tutti i laureati (dati MIUR). Inoltre, allargando un po’ lo zoom, nel periodo 1996-1999 il numero dei ricercatori in Italia ha avuto una crescita negativa pari a –3,56, contro il +3,90 dell’Unione Europea.
Resta ancora da stabilire come stiano le cose per l’ultimo fattore che contribuisce a determinare la presenza di un brain drain, vale a dire la mancata compensazione dell’emigrazione dei cervelli con un flusso bilanciato di personale qualificato che si trasferisce in Italia da altri Paesi. Ed è importante stabilirlo con molta chiarezza, perché è proprio su questo punto che giocano – in molti casi strumentalmente – coloro i quali sostengono che in Italia non c’è nessuna fuga dei cervelli, ma una sana e fisiologica mobilità. Secondo i dati dell’Eurostat Force Labor Survey (Peri, 2002, www.lavoce.info), nel 1999 il totale dei laureati italiani che lavoravano all’estero rispetto al totale dei laureati in Italia era del 2,3%, mentre quello dei laureati stranieri che lavoravano in Italia (sempre rispetto al totale laureati) era lo 0,3%. Vale a dire: la percentuale di laureati emigrati è sette volte maggiore di quella di laureati stranieri presenti nel nostro Paese. Considerando gli altri grandi Paesi dell’Unione Europea (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), questo squilibrio – anzi, uno squilibrio in assoluto – c’è solo in Spagna, dove però i due valori sono simili: 0,8% di laureati emigrati contro lo 0,5 di laureati stranieri nel Paese.
I ricercatori stranieri che arrivano in Italia, d’altronde, non per questo vi rimangono. Ai fattori di push e pull (spinta ad emigrare ed attrazione dell’Italia) tra i ricercatori stranieri presenti nel nostro Paese è dedicato uno dei saggi del già citato volume di Studi Emigrazione, che riporta l’indagine effettuata tramite questionario da M. Carolina Brandi e Loredana Cerbara sul sistema degli Enti Pubblici di Ricerca. Di questo studio – agli effetti della determinazione della presenza o meno di flussi compensativi provenienti dall’estero – il dato che appare più rilevante è che questi studiosi (peraltro, meno di 400 in tutto) si considerano solamente di passaggio: il 37,3% pensa di fermarsi meno di un anno e solo il 16,2% intende restare oltre cinque anni. Quanto ad una descrizione – aneddotica, ma rivelatrice – delle difficoltà che incontra un ricercatore straniero in Italia, rimandiamo all’esperienza della planetologa Amara Grasp, attualmente all’Istituto di fisica dello spazio interplanetario del CNR, a Frascati, secondo la quale “Se sapesse cosa significa tentare una carriera scientifica in Italia, nessuna persona sana di mente accetterebbe l’impiego”. La sua lettera è stata pubblicata nel numero di luglio 2005 di Le Scienze.
Il quadro è così quasi completo, almeno per quanto lo consentono i dati a disposizione. Per una loro migliore analisi, sembra però utile riportare alcune riflessioni di Brandi e Avveduto pubblicate all’interno del rapporto finale di un progetto del MERIT (Maastricht Economic Research Institute on Innovation and Technology) dedicato al brain drain (il rapporto è consultabile integralmente all’URL http://www.merit.unimaas.nl/braindrain/).
Soffermandosi sul problema della distinzione tra mobilità e fuga, i due ricercatori distinguono alcuni fattori cruciali, il primo dei quali è la durata del periodo di assenza: “più lunga è l’assenza, più il Paese ospite può avvantaggiarsi dell’opera dell’emigrato, e più si indeboliscono i suoi legami con il Paese di origine”. Ma anche l’età dell’emigrato, all’inizio e alla fine del periodo di emigrazione, è rilevante. “Anche se i ricercatori imparano e si formano continuamente” – scrivono Avveduto e Brandi – “ad inizio carriera, ovviamente, passeranno più tempo ad acquisire conoscenza che a produrla.” Di conseguenza, “un giovane ricercatore può trascorrere all’estero un tempo maggiore di uno più anziano senza causare una perdita equivalente al suo Paese di origine”. Tuttavia, esiste anche la possibilità che “un ricercatore ritorni alla fine della propria carriera avendo accumulato un’esperienza non disponibile nel Paese d’origine, trapiantandovi una nuova attività che altrimenti non vi sarebbe nata”. L’arco di tempo lungo il quale si calcolano perdite e guadagni ha quindi anch’esso il suo peso.
Ma è perfino possibile che il Paese d’origine riceva qualche vantaggio in termini di crescita del capitale umano anche da un ricercatore emigrato che non torna affatto, nel caso che “contribuisca alla formazione di un’intera generazione di ricercatori nel Paese d’origine”. Quando può verificarsi questa situazione? Quando il Paese d’origine “è attrezzato per trarre vantaggio dalle opportunità create dalla diaspora scientifica”. E se il Paese d’origine non lo è? In questo caso, “l’aver mantenuto stretti contatti con la patria può, al contrario, avviare una reazione a catena di emigrazioni senza ritorno”. In attesa di dati affidabili in proposito, lasciamo giudicare al lettore in quale di queste situazioni si collochi l’Italia.
In conclusione, le indicazioni appaiono più che sufficienti a confermare l’esistenza di una grave fuga di cervelli dall’Italia. Una fuga di cervelli che si conferma come il sintomo più grave ed evidente del male che affligge il sistema della ricerca in un Paese. Ma per sistema della ricerca non va intesa solo la ricerca scientifica, bensì, più in generale (e più gravemente), l’intera capacità di innovazione di un Paese. La fuga dei cervelli (e/o il loro spreco: non bisogna, infatti, dimenticare il problema di chi resta in patria con un lavoro diverso da quello per cui si è formato) è la misura di quanto un Paese stia smarrendo la visione del proprio futuro e la capacità stessa di pensare e progettare il futuro. Ovviamente, via via che la fuga aumenta e si aggrava, passiamo dal sintomo di una malattia ad una malattia a sé stante. Ecco perché chiunque si sia occupato di fuga di cervelli teme da tempo che l’Italia sia un Paese avviato verso il declino.

Claudia Di Giorgio
Giornalista, specializzata in cronaca scientifica, politiche della ricerca e comunicazione della scienza. Attualmente redattore di “Le Scienze” e collaboratrice di “La Repubblica”.

Fonte: http://matematica.unibocconi.it/articoli/una-generazione-perduta-la-fuga-dei-cervelli-dall’italia

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