L’impoverimento umano

Alessandro Maran

Siamo di fronte a un reale impoverimento umano, oltre che intellettuale, con rilevanti ripercussioni anche dal punto di vista sociale, visto che il livello di istruzione è in relazione anche con elementi quali l’aspettativa di vita o la partecipazione al voto.

Stando al rapporto Istat Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, negli ultimi dieci anni, il numero dei giovani laureati italiani che ha lasciato il Paese verso mete più attraenti, è quasi triplicato. Il rapporto registra, inoltre, a conferma di una sempre più marcata ‘fuga dei cervelli’, una significativa modifica della distribuzione dei flussi in uscita rispetto al titolo di studio posseduto: la quota di laureati, rispetto al totale degli ‘esuli’ passa dall’11,9% del 2002 al 27,6% del 2011, mentre la quota di espatriati con licenza media scende dal 51% al 37,9%. Una vera e propria emorragia di risorse intellettuali che metteranno a frutto le proprie potenzialità altrove e un concreto danno economico per l’Italia. Secondo l’Ocse, infatti, il costo sostenuto dallo Stato per la formazione di un giovane – che studia in media 13 anni per ottenere il diploma e ulteriori 5 anni per arrivare alla laurea – ammonta a 164.000 dollari (circa 124.000 euro). Una cifra che, moltiplicata per il numero dei laureati in fuga (68.000 nell’intero decennio), raggiunge la ragguardevole somma di otto miliardi e mezzo di euro. Un investimento a perdere al quale andrebbe aggiunta la conseguente perdita di competitività per il nostro sistema produttivo. Va da se che, al giorno d’oggi, il fatto che giovani neolaureati vadano a lavorare in Università e centri di ricerca di altre Nazioni appare fisiologico, perché legato alla forte globalizzazione della ricerca. I grandi centri di ricerca attirano persone brillanti provenienti da tutto il mondo. E la mobilità degli studiosi è un fenomeno antico e, di per sé, un fattore di arricchimento culturale e professionale perché la ricerca non conosce frontiere. Inoltre, è perfettamente comprensibile il desiderio dei giovani laureati di sperimentare nuove strade altrove, soprattutto in considerazione del fatto che, in Italia, contrariamente a quanto accade negli altri Paesi europei, l’istruzione a livello universitario non garantisce affatto maggiori tassi di occupazione. Non è un mistero per nessuno che molti giovani neolaureati interessati ad utilizzare e sviluppare le proprie capacità lascino l’Italia poiché non riescono a trovarvi posizioni adatte, ben remunerate e con prospettive di carriera. Tuttavia, ci troviamo di fronte ad un reale impoverimento umano, oltre che intellettuale, con rilevanti ripercussioni anche dal punto di vista sociale, visto che il livello di istruzione è in relazione anche con elementi quali l’aspettativa di vita o la partecipazione al voto, specie se si considera che il problema nasce quando il saldo tra studiosi e laureati che lasciano un Paese e quelli che vi ritornano o vi si trasferiscono risulta negativo. Il problema nasce non solo e non tanto perché i nostri giovani se ne vanno, ma anche perché da noi non viene nessuno. Il che la dice lunghissima sui problemi del Paese, sul nostro mercato del lavoro e sui tre giacimenti di domanda di lavoro ignorati (solo che si consideri gli sklill shortages, il difetto gravissimo dei servizi di orientamento scolastico e professionale, una domanda di servizi inespressa ed un enorme problema di investimenti esteri). Negli Stati Uniti, un territorio paragonabile all’Unione europea, è normale trasferirsi da uno Stato all’altro in cerca di opportunità di vita e di lavoro, ma tra gli Stati si compete, appunto, per attrarre capitali e risorse umane. Come si affanna a ripetere Pietro Ichino, bisogna superare il regime di apartheid fra lavoratori protetti e non protetti, abbattere il muro che impedisce l’incontro tra chi ha bisogno di opere e servizi e chi può offrirli e, soprattutto, bisogna rovesciare il modo in cui abbiamo guardato fin qui il mercato del lavoro: nell’era della globalizzazione, esso non è più soltanto un luogo dove gli imprenditori selezionano ed ingaggiano i lavoratori, ma anche un luogo dove i lavoratori stessi possono selezionare ed ingaggiare il meglio dell’imprenditoria mondiale. Dopo la Grecia, l’Italia è il Paese europeo meno capace di attrarre investimenti stranieri. Secondo il comitato investimenti esteri, se la nostra Nazione riuscisse ad allinearsi con la media europea, ne risulterebbe un flusso di investimenti in entrata pari a circa 30-35 miliardi l’anno. Se, in questi anni, avessimo avuto la stessa capacità di attrazione dell’Olanda, che occupa una posizione mediana nella classifica europea, avremmo registrato un maggiore flusso annuo di investimenti in entrata pari al 3,6 % del nostro Pil. Per capirci: circa 29 volte l’investimento che Marchionne ci ha proposto nel 2010 con il piano “Fabbrica Italia”. Fosse anche soltanto la mèta, il maggior flusso di investimenti in entrata porterebbe con se dai 200.000 ai 300.000 nuovi posti di lavoro ogni anno. Senza contare che, nelle imprese a capitale e management straniero, il lavoro è più produttivo e meglio retribuito. Manco a dirlo, la cause della cattiva performance del nostro Paese nel mercato globale sono diverse: i difetti delle nostre infrastrutture, la burocrazia, il collasso della giustizia civile, il costo dell’energia, la criminalità organizzata, la legislazione del lavoro caotica, il sistema di relazioni industriali, ecc. Dobbiamo cambiare. La globalizzazione indebolisce i lavoratori italiani mettendoli in diretta concorrenza con i lavoratori di tutto il mondo. Questo indebolimento potrebbe essere ampiamente compensato da un altro effetto della globalizzazione stessa: la possibilità di mettere in concorrenza, in casa nostra, sul versante della domanda di manodopera, gli imprenditori di tutto il mondo, soprattutto i migliori tra loro. È il discorso che fece Tony Blair alle Trade Unions verso la metà degli anni ’90: “Noi rappresentiamo l’1% della popolazione del pianeta. Se scegliamo di tenere fuori dal nostro territorio gli imprenditori stranieri, il risultato in tutti i settori in cui non sono i nostri imprenditori ad eccellere, sarà quello di privarci degli imprenditori migliori. Sarebbe un errore gravissimo. Al contrario, se sapremo attirare in casa nostra il meglio dell’imprenditoria mondiale, questo si tradurrà non soltanto in un afflusso di capitali che porteranno domanda aggiuntiva di lavoro, ma anche in un aumento della produttività del lavoro, quindi margini di miglioramento dei terms and conditions del lavoro nel Regno Unito”. Lo stesso discorso vale per noi. Chiuderci agli investimenti stranieri significa tenerci le conseguenze negative della globalizzazione senza approfittare delle assai più rilevanti conseguenze positive che essa può offrire. A chi dubita ancora dello slogan “Hire Your Best Employer” basterebbe forse ricordare che “salvare l’italianità” di Alitalia ci è costato circa tre miliardi, più la colossale tassa monopolistica che ogni giorno i viaggiatori pagano alla nostra compagnia di bandiera sulle grosse tratte interne. Ed è solo un esempio.

Alessandro Maran
Segretario della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati

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