Cervelli con passaporto

Davide Giacalone

L’Università si è ridotta così perché la cattedra rappresenta un punto d’arrivo e non una trincea dalla quale dimostrare, anno dopo anno, il proprio valore, e i banchi costituiscono un punto di stazionamento e non di lancio.

Una cosa è la “fuga” dei cervelli, altra è che i cervelli abbiano un passaporto. La prima è negativa, la seconda positiva. Che i nostri giovani (come anche i non più tali) abbiano voglia di cercare e l’occasione di trovare opportunità altrove, nel mondo, è un fatto da festeggiare. Non deve inquietarci che uno studioso o un innovatore trovino fortuna in altre parti del globo, perché la globalizzazione va sfruttata e non subita, perché il loro successo ci riempie d’orgoglio e ci porta anche dei quattrini. Ciò che preoccupa, anzi, allarma, è la bilancia dei cervelli: ne esportiamo tanti e ne importiamo pochini. Più che altro, esportiamo cervelli e importiamo braccia. È questo che impoverisce l’Italia. Economicamente, culturalmente e civilmente.
Dividerei la questione in due parti: i cervelli propriamente intesi e l’eccellenza in generale. Per cervelli intendo quelli che si cimentano nello studio e nella ricerca. Perché noi esportiamo studenti capaci e professori bravi, mentre importiamo studenti quasi esclusivamente dalle zone in via di sviluppo e praticamente nessun professore? Perché la nostra Università non è né competitiva, né meritocratica. Da ultimo, per una strana moda della pubblicistica, abbiamo preso a considerare i “professori” quali espressioni dell’Italia migliore. Peccato che, nelle classifiche mondiali, la prima Università italiana compaia seccamente sotto al centesimo posto. Sono più bravi i nostri artigiani o i nostri sarti.
L’Università si è ridotta così perché la cattedra rappresenta un punto d’arrivo e non una trincea dalla quale dimostrare, anno dopo anno, il proprio valore, e i banchi costituiscono un punto di stazionamento e non di lancio. Risultato: abbiamo l’Università meno selettiva, ma anche il più basso numero di laureati, rispetto ai Paesi che con noi si possono paragonare. Terrificante.
Ovvio che, in queste condizioni, chi può scappa. Sia per qualificarsi, sia per farsi valere. Rimedi: abolizione del valore legale del titolo di studio; competizione fra Università; finanziamenti indirizzati dove producono e non a casaccio e senza valutazione; trasparenza dei dati; pubblicazione dei risultati, nel tempo. L’Italia è un terreno fertile, bastano pochi anni di questa cura e l’erba buona toglierà il sole e l’acqua alla cattiva. Ora accade il contrario.
L’eccellenza, invece, non è solo accademica, ma di diverse e distanti nature. Anche questa viene sollecitata alla fuga, per ragioni diverse: da noi il successo è una colpa, da scontarsi anche fiscalmente. Tassiamo troppo il “ricco”, con il risultato di sembrare tutti poveri. Già nel chiamarlo in quel modo lo definiamo più con un canone morale che con un canone economico. Puniamo l’impresa che cresce perché le nostre norme, fiscali e previdenziali, sono concepite per chi ha la vocazione a restare piccolo. Il che, nel mercato globale, equivale a morire. Anche le norme nuove, che vorrebbero favorire le start-up, in realtà descrivono un sistema in cui si deve essere e restare nani.
Rimedi: riduzione del cuneo fiscale, ovvero della parte di costo del lavoro che non retribuisce il lavoratore; riduzione delle aliquote sui redditi; defiscalizzazione degli investimenti; diminuzione drastica del carico burocratico. Mi rendo conto che questi rimedi possono sembrare delle bischerate sparate lì, perché si fa presto a dire che si devono abbassare le tasse. Il guaio è che poi si devono coprire le spese. Ed è questo il punto: lo Stato deve dimagrire drasticamente, la spesa pubblica corrente deve essere ridimensionata. In questo modo, anche la macchina burocratica risulta snellita. Ciò comporta diminuzione delle prestazioni? Il modello di welfare deve essere ripensato, in tutto il mondo occidentale, ma da noi c’è ampio margine per comprimere le spese senza intaccare i servizi, data l’impressionante quantità di spese inutili: digitalizzando si comprime il peso e la spesa burocratica; rendendola trasparente si diminuisce la spesa sanitaria, tagliando quel che è inutile non si affamano le famiglie, ma si restituisce loro ricchezza. Resta il macigno del debito pubblico, ma questo va abbattuto mediante la dismissione di attivo patrimoniale pubblico.
Facciamo queste cose e torniamo ad essere una piattaforma culturale e innovativa capace di attirare cervelli e talenti. Molti dei nostri continueranno a viaggiare per cercare fortuna, e noi li saluteremo con animo felice, sapendo che “vanno”, non “fuggono”.

Davide Giacalone
Giornalista e scrittore

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