Il lavoro, tra passato, presente e futuro

Monia Pellizzari

Senza alcun dubbio, il maggior tramite giuridico internazionale in materia di diritti umani rimane la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali o CEDU.

Come sta cambiando il modo di percepirlo.
Con tale articolo vorrei offrire uno spunto di riflessione sulle implicazioni che hanno coinvolto, per secoli, il mondo del lavoro. Mi soffermerò sull’analisi evolutiva del concetto di lavoro e, in particolare:
la differente concezione attribuita, a livello storico, sociale e culturale, alla pratica lavorativa;
l’evoluzione giuridica della specifica attività;
il rapporto diritti umani / lavoro ed i relativi strumenti di tutela;
come lo sviluppo di una percezione e di un’impostazione della società, fondata sull’idea che il lavoro costituisca il principale elemento di realizzazione personale, abbia svilito le aspettative future.
Nelle società primitive non esisteva un concetto di lavoro con il significato attribuitogli nel XX secolo, ossia di applicazione delle capacità fisiche ed umane per la produzione di beni e servizi. L’attività di formazione coincideva con quella di riproduzione dell’individuo ed il tempo di lavoro corrispondeva al tempo di vita. Anche gli uomini delle società pre-classiche non concepivano il tempo come strenua divisione tra vita e lavoro. La parola lavoro non si esplicava nell’accezione moderna e non sussisteva la percezione del cosiddetto tempo libero, oggi tanto bramato.
Più tardi, in una società ormai divisa in classi, fondata sullo sfruttamento degli schiavi, il lavoro si poté relazionare con l’attività normale di chi si dedicava a pratiche manuali.
Le società del mondo antico raccontano di come il sistema di produzione fosse basato sull’impiego della schiavitù in qualità di forza lavoro. Nello specifico, società come quella greca e romana concepirono il lavoro perlopiù come un’attività relegata agli schiavi, disprezzata dagli uomini liberi i quali, al contrario, dedicavano la propria vita ad obiettivi ed interessi superiori. Ragione è questa per non biasimare il fatto che, ancora oggi, in molte lingue latine ed in alcuni dialetti, la parola lavoro sia accostata alla fatica ed al travaglio (travailler).
In questo frangente, cominciarono a nascere forme di specializzazione e di utilizzo del tempo. Anche in questo caso la divisione tra giornata lavorativa e non lavorativa rimase sconosciuta.
Occorre attendere il XII secolo per trovare nel francese labeur e nell’inglese labour un termine che indichi il concetto di lavoro in senso simile all’attuale, anche se relegato esclusivamente all’attività agricola.
La svolta si ebbe con l’avvento dell’era industriale. Il concetto di lavoro assunse un significato moderno, inteso a classificare il medesimo come erogazione, da parte dell’uomo, di una forza produttiva rappresentativa, al tempo stesso, di creazione e sviluppo. Questo processo cominciò ad essere investito di una fisionomia nuova. Fu accompagnato da un elevato senso di socializzazione, probabilmente identificabile con una forte comunanza e conciliazione di obiettivi.
Un cambiamento radicale e di simile portata fu reso attuabile grazie alla presenza di fabbriche le quali, insieme ad un marcato inurbamento, si distinsero per una crescente aggregazione di individui. Persone che iniziarono a concepire il lavoro come attività formante e di significato.
Verso la fine del secolo e, soprattutto, dopo la rielaborazione di Marx, il concetto di lavoro diventò molto ampio, sinonimo di trasformazione, creazione, nozione che concerne qualsiasi attività la quale sostituisca la dimensione naturale con quella umana.
Nel XX secolo si configura come un sistema di distribuzione del reddito, partecipazione alla produzione remunerata di beni e servizi, sicurezza sociale e diritti.
Oggi, l’economia ci aiuta a definire in termini pragmatici e nell’accezione marxiana cosa il lavoro costituisca. Merce che il singolo offre in cambio di un salario determinato dalle leggi di mercato. L’uomo che lavora è parte di una “classe” di soggetti privi di poteri decisionali, possessori della sola capacità lavorativa.
Attualmente, il concetto di lavoro è in fase di mutamento significativo. Si pensi solo alla rapidità con cui le tecnologie cambiano, talora in misura radicale, determinando evoluzioni del pensiero e del linguaggio, quindi anche della cultura, e dei rapporti sociali, economici e giuridici.
In particolare, per quanto riguarda i rapporti giuridici, il campo del diritto consacrò il lavoro, inserendolo nella prima sezione della Carta fondamentale italiana, identificandolo all’art.4.
La storia del diritto del lavoro in Italia iniziò nella seconda metà del XIX secolo. La questione sociale creata dal mutamento dei rapporti di lavoro, a seguito della rivoluzione industriale, sfociò nella lotta di classe. Lo Stato intervenne per cercare una mediazione tra le parti, alla ricerca di un patto sociale stabile e duraturo. Si trattò, tuttavia, di una serie di interventi episodici che non si trasposero in una vera e propria legislazione.
Con l’introduzione del Codice Civile del 1865, il legislatore iniziò a disciplinare alcune forme di locazione di opere e servizi. Soltanto a partire dalla fine dell’800 e l’inizio del ‘900, cominciò a concretizzarsi una prima struttura legislativa, esplicata nell’emanazione della prima legge italiana a tutela delle donne e dei minori, ed ancora, attraverso l’introduzione di una regolamentazione a tutela del riposo settimanale e festivo dei lavoratori.
Questa lenta evoluzione fu accompagnata dal processo di sistemazione organica del rapporto di lavoro in epoca fascista, conclusosi con l’approvazione del Codice Civile del 1942.
Il Codice Civile del 1942 rappresentò il principale supporto di definizione del lavoro subordinato (art. 2094), dei principi generali del contratto di lavoro (art. 2060) e, soprattutto, della disciplina organica per la tutela del lavoratore subordinato.
Con la caduta del Fascismo e la proclamazione della Repubblica, le norme sul rapporto di lavoro ottennero un’ulteriore rivisitazione. Si concretizzarono con l’entrata in vigore della Costituzione, atto unico e fondamentale dello Stato che condusse all’innesco di un’evoluzione significativa della materia lavoro, suddivisibile in tre periodi: conservazione del modello di intervento tradizionale, con l’ampliamento di tutele già esistenti (legge n. 741 del 1959; legge n. 1369 del 1960; legge n. 230 del 1962); la legge n. 300 del 1970 che disciplina lo Statuto dei lavoratori, mediante un provvedimento legislativo di sostegno alle organizzazioni sindacali; infine, un terzo ed ultimo periodo d’inversione di tendenza a favore delle esigenze di efficienza e produttività delle imprese e per la liberalizzazione del mercato del lavoro.
La storia giuridica, associata alla disciplina, fissa delle aree temporali utili per la comprensione dello sviluppo legislativo in materia di lavoro.
Periodo 1950-1962: fase successiva al periodo bellico. Si sostanziò per una situazione di estrema precarietà occupazionale. La materia giuridica risultò ancora primitiva e poco articolata a causa, soprattutto, di un insufficiente benessere statale, prodotto dal conflitto eminentemente affrontato e dall’inevitabile emigrazione degli Italiani all’estero. In questa fase, la partecipazione delle donne al lavoro retribuito risultò ancora contenuta.
Periodo 1963-1973: caratterizzato da espansione economica seguita dalla ricostruzione. Aumentò la partecipazione delle donne al lavoro retribuito, con una differenza tra città e campagna. La maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro fu l’effetto della Legge n° 66 del 9 febbraio 1963, la quale, per la prima volta, ammise le donne ai pubblici uffici e professioni. Un altro passo avanti fu sancito dalla Legge n° 7 del 9 gennaio 1963, che stabilì il divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio. Dagli anni ’70 si affermò una progressiva dualizzazione del mercato del lavoro italiano, che differenziò la regolazione delle condizioni di lavoro su base territoriale e di genere.
Periodo 1974-1984: contrassegnato da un generale rallentamento della produzione industriale dei Paesi occidentali, dall’introduzione del cambio flessibile e dalla fase di stagnazione economica che incisero in misura rilevante nei sistemi economici. Intervennero, inoltre, dei rilevanti cambiamenti nel mondo della produzione: aumento del tasso di scolarizzazione, espansione del settore terziario e dei ruoli collegati alle funzioni di pubblica amministrazione. Ciò segnò una linea di demarcazione tra generazioni.
Periodo 1985-1999: sostanziato da una forte segmentazione e segregazione occupazionale sulla base dell’appartenenza di genere in relazione ai differenziali retributivi tra uomini e donne, maggiormente marcati rispetto alla media europea. In merito a questa condizione, l’Unione Europea diede vita alla cosiddetta “Strategia di Lisbona”, che definì degli obiettivi occupazionali miranti alla riduzione delle disuguaglianze.
Periodo 2000-oggi: segnato da un aumento delle flessibilità in entrata, realizzato attraverso un maggiore ricorso ai contratti a tempo determinato e mediante altre tipologie contrattuali temporanee.
Questo excursus storico-giuridico ci permette di comprendere perché e quale sia stata la costruzione e l’evoluzione dell’impianto giuridico nazionale.
La storia lavorativa italiana, condizionata da aspetti culturali, ritardi nello sviluppo tra Nord e Sud, tradizioni locali, ha inevitabilmente condotto l’attività legislativa alla discussione ed alla successiva promulgazione di atti normativi che annientassero disuguaglianze e discriminazioni e che consentissero uno sviluppo pieno dell’individuo nella sua singolarità.
Un elemento di analisi e di approfondimento particolarmente significativo è l’esame del rapporto tra diritti umani e lavoro. Fin dalle sue origini, l’ILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro, ha cercato di definire e garantire i diritti nel lavoro e di migliorare le condizioni dei lavoratori mediante un corpus di norme internazionali del lavoro traducibili in Convenzioni, Raccomandazioni e Codici di Condotta.
Adottando la Dichiarazione sui principi e diritti fondamentali nel lavoro del 1998, gli Stati membri dell’ILO si sono impegnati a rispettare un insieme di norme del lavoro essenziali, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno ratificato le rispettive Convenzioni.
Di rilievo si dimostra essere un altro strumento di tutela internazionale in materia di lavoro: la Carta Sociale Europea. Sancisce diritti e libertà stabilendo, al contempo, un sistema di controllo che garantisca il loro rispetto da parte degli Stati che l’hanno ratificata. Può definirsi un trattato del Consiglio d’Europa che protegge i diritti umani.
Senza alcun dubbio, il maggior tramite giuridico internazionale in materia di diritti umani rimane la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – CEDU.
La Convenzione fu firmata a Roma il 4 novembre 1950 ed entrò in vigore il 3 settembre 1953. Istituì la Corte Europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo, la cui giurisprudenza si dimostrò fondamentale per l’interpretazione e la ricostruzione dei principi affermati nella Convenzione.
Quest’ultima si delinea, peraltro, come lo strumento principe di definizione e tutela dei diritti umani. Naturalmente, stabilisce dei vincoli giuridici che assicurano la possibilità di svolgimento di un lavoro dignitoso. Nello specifico, l’art. 4 CEDU proibisce la schiavitù ed il lavoro forzato, concepito come lesivo della dignità umana.
Quando si parla di evoluzione del concetto di lavoro, traducibile non solo in senso teorico, ma anche, e soprattutto, applicato al tangibile, pare doveroso soffermarsi su come un impianto di mutamento storico o giuridico si sia dato una forma ed abbia contribuito alla costituzione di un’etichetta della nozione lavoro. Perché da quest’ultima l’individuo ha formato la sua identità traducibile in modi di comportarsi, relazionarsi, propensione caratteriale, attitudine, sviluppo del sé.
Ha assunto a tal punto significato e valore che, spesso, l’individuo conduce un’esistenza qualificata in relazione all’attività lavorativa svolta.
In tempi recenti, il lavoro si è delineato in forme sempre più caratteristiche e peculiari. La specializzazione ed il progresso tecnico-tecnologico, necessari per la conduzione di un lavoro maggiormente produttivo ed avanzato, sono stati alimentati da un miglioramento del livello d’istruzione considerevole.
Questi fatti hanno contribuito positivamente al perfezionamento dell’attività lavorativa, grazie all’impiego di capitale fisico ed umano non trascurabile.
Il lavoro, prima, attività subordinata e discriminata, diviene fonte di sostanziamento economico, sociale, di relazione ed addirittura morale, inteso come realizzazione personale individuale, senso e progetto di vita.
Vorrei riflettere sulle modalità attraverso le quali la nostra società è giunta ad investire di così tanto significato la parola Lavoro. Così tanto da far sentire l’uomo impotente, incapace, se non produttivo. A tal punto da innescare dei meccanismi di frustrazione, avvilimento, paura, rassegnazione, disperazione.
La pratica lavorativa incorpora in sé un peso di tale natura a causa di diversi fattori combinati in modo complementare. Pensiamo, ad esempio, perché l’individuo è spinto alla ricerca ed alla specializzazione in attività che richiedano sempre maggiori competenze professionali. Ad intervenire in questo flusso, non è solamente l’ipotesi di un guadagno cospicuo. Spesso, è la società stessa ad incentivare il singolo a seguire questa via. La società sembra parlare di valutazione dell’individuo non per la sua singolarità, ma per l’attività che svolge, per il ruolo e lo status che ricopre all’interno di un sistema. Sistema che, inesorabilmente, diventa sempre più stratificato.
Questa stratificazione diventa letale. Letale quando i diritti dell’individuo vengono ridimensionati se non, addirittura, in certe circostanze, annientati.
È a questo punto che si smarrisce del tutto il senso del lavoro. Senso che, probabilmente, si è costruito e, al contempo, perso nell’epoche.
Presumibilmente, i periodi di crisi, più di altri, parlano di questo. Parlano di giovani, educati e vissuti in funzione del traguardo lavoro, identificato solo come mezzo di successo o fallimento.
Verosimilmente, frustrazione, avvilimento e paura rappresentano processi consequenziali dettati da fattori che hanno condotto alla formazione dell’oggi.
Nella società odierna, toccare questo tema appare quasi quotidiano, se non banale, a volte. In realtà, è un aspetto dell’evoluzione del lavoro che non va trascurato, sottovalutato o non conosciuto. Condiziona il vivere sociale attuale e l’evoluzione futura.
L’accettazione di condizioni misere per lo svolgimento dell’attività, la percezione di uno stipendio altrettanto esiguo, in relazione alla precarietà lavorativa accompagnata dalla paura della perdita del lavoro stesso, spingono il singolo all’accettazione consapevole di un restringimento dei suoi diritti. Diritti umani che vengono calpestati.
Perché? Perché si è portati a vivere e si è interiorizzato un modello culturale e sociale che vede come unico strumento per la sopravvivenza il lavoro. A qualunque costo, a qualunque prezzo, fisico, umano, sociale. La solidarietà, il sostegno e la comunanza, l’aiuto nel suo senso più puro non vengono operati come primo mezzo, bensì come sussidio, ausilio. E quand’anche vengano utilizzati, si esercitano non sempre nelle modalità più consone.
Questo passo non intende rappresentare solo una spiegazione pragmatica, fredda e tecnica di come si sia evoluto il concetto e l’implementazione della nozione Lavoro.
Si propone, altresì, di riflettere sulle sue articolazioni, formazioni ed assunzioni di significato nel corso del tempo e, parimenti, di denunciare una condizione, plausibilmente perpetua ed immodificabile, che ha attribuito pregnante valore all’oggetto, al lavoro ed alla meccanicità, al disinteresse, poca attenzione al soggetto, l’uomo. Ha inteso tradurre di significato umano una cosa e privare di senso umano un essere umano.
Il tutto si acuisce in un ambiente sociale nel quale il non raggiungimento di traguardi, chiamati obiettivi, che in realtà traducono un senso della vita sbagliato, non si realizzano. È in quel momento che l’individuo parla erroneamente di fallimento. Ed è lì che non si può più parlare di semplice evoluzione del lavoro come di un concetto astratto, bensì si è portati a pensare ad un processo di cambiamento dell’uomo nella sua interezza.

Monia Pellizzari
Università di Padova, Facoltà di Scienze Politiche,
Relazioni Internazionali e Diritti Umani

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