Traffici di armi e rifiuti tossici

Mariangela Gritta Grainer

In tutti questi anni sono emerse notizie che potrebbero collegare l’attività di inchiesta di Ilaria ad altri fatti tragici come, per esempio, il delitto Rostagno, la tragedia del traghetto Moby Prince (1991), l’omicidio dell’ufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi, avvenuto proprio a Mogadiscio pochi mesi prima dell’assassinio di Ilaria e Miran…

Un giornalismo e una storia, quella di Ilaria Alpi, che raccontano di possibili intrecci inquietanti tra cooperazione e criminalità, aiuti allo sviluppo, traffico di armi e pratiche di smaltimento illegale di rifiuti tossici.
“Dove sono finiti i 1.400 miliardi della cooperazione italiana?” aveva scritto Ilaria prima di partire per il suo ultimo viaggio. 20 marzo 1994, il più crudele dei giorni: la vita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene stroncata a Mogadiscio in un agguato. Si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché. Si sa che si è trattato di un’esecuzione: in tutti questi anni, ciò è stato confermato dalle inchieste giornalistiche, dalle commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, dalle sentenze della magistratura. “…la ricostruzione della vicenda appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici… venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…” (dalla motivazione con la quale il dottor Emanuele Cersosimo respinse la richiesta di archiviazione del procedimento penale presentata dalla Procura di Roma). Dunque, traffici illeciti, che solamente organizzazioni criminali come la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra possono gestire. Organizzazioni criminali che, come dimostrano recenti inchieste giornalistiche e della magistratura riferite anche al nord Italia, possono crescere ed estendere le loro ramificazioni su tutti i territori e su tutti i mercati perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private. All’inizio del 2011, “Terra” aveva dato notizia di un documento (ancora secretato ed all’attenzione del Copasir, l’organismo di controllo sull’attività dei servizi segreti) che rivelerebbe come il SISMI (attuale Aise) sarebbe “coinvolto” nella gestione del traffico e dello smaltimento dei rifiuti tossici, con un esplicito riferimento anche al traffico di armi. Il documento porta la data dell’11 dicembre 1995 e rivela “che il governo di allora, guidato da Lamberto Dini, avrebbe destinato una somma ingente di denaro al nostro servizio segreto per «lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi»”.
Perché questo documento potrebbe essere collegato alla tragica fine di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Il 13 dicembre 1995, in circostanze misteriose (secondo gli stessi magistrati impegnati nelle indagini), morì il capitano Natale De Grazia, figura chiave del pool investigativo sulle “navi dei veleni” coordinato dal procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri. Dieci anni dopo, nel corso dell’audizione del 18.01.2005 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, Neri ha raccontato della sua indagine sui rifiuti tossici e sulle navi iniziata nel 1994. Ha spiegato dettagliatamente della perquisizione a casa di Giorgio Comerio, noto trafficante di armi, coinvolto, secondo gli investigatori, nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossici nocivi. Con la sua Oceanic Disposal Management (Odm), una società registrata alle Isole Vergini Britanniche, Comerio prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori ed il loro ammaramento. Francesco Neri dichiarò anche: “Nella perquisizione… la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia… insieme a corrispondenze sulle autorizzazioni richieste al governo somalo e con Ali Mahdi, ad altre informazioni su siti e modalità di smaltimento illegale di rifiuti radioattivi”. Dichiarazioni confermate anche di recente. Nel 2008, il Pm Neri aveva denunciato la violazione del plico contenente i documenti scoperti da De Grazia e la sparizione di undici carpette numerate e del certificato di morte di Ilaria. Il maresciallo dei carabinieri Domenico Scimone (che collaborava con il capitano De Grazia), del pool di investigatori della Procura di Reggio Calabria, ha rivelato, davanti alla commissione d’inchiesta sui rifiuti (in un’audizione del 2011), che, durante la perquisizione del 12 maggio 1995 a casa di Comerio, in una cartella gialla con la scritta “Somalia”, fu trovato un dispaccio di agenzia con la notizia dell’omicidio di Ilaria Alpi. Che ci facevano il certificato di morte di Ilaria e/o l’annuncio della sua morte a casa di Comerio? Chi è davvero questo Giorgio Comerio? Perché non è mai stato sentito? E perché, a cavallo tra la perquisizione della sua abitazione e la morte del capitano De Grazia, compare quel documento per finanziare il servizio di intelligence per “lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi”? Aggiungiamo queste domande all’elenco dei 60 perché? stilato in “Carte false” (2009 – edizioni Ambiente) che attende ancora le risposte. Per restare ai traffici illeciti, basta ricordare che quel Francesco Fonti sentito più volte dalla commissione d’inchiesta sulle ecomafie a partire dal 2009, e diventato un “caso”, non è una novità. Si tratta di un pentito della ‘ndrangheta che collabora con la DDA di Reggio Calabria dal 1994. Nel 2005 rese noto un “memoriale” del quale l’Espresso del 2 giugno 2005 anticipò parti consistenti con un titolo forte, scioccante:” Parla un boss – così lo Stato pagava la ‘ndrangheta per smaltire i rifiuti tossici”. Subito dopo fu sentito più volte dalla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi (e anche da quella sul ciclo dei rifiuti). Il 5 luglio 2005, Fonti raccontò alla commissione anche di due navi della Shifco (una carica di rifiuti, compresi fanghi di plutonio, l’altra di armi) che salparono dall’Italia alla volta della Somalia, tra Mogadiscio e Bosaso (fine gennaio 1993); di Giancarlo Marocchino come persona che fornì gli automezzi da Mogadiscio a Bosaso; di altri nomi “interessanti” per l’inchiesta, compresi quelli di chi aveva trattato con lui (Italiani e Somali) e di chi si era occupato dell’occultamento dei carichi. Si tratta dello stesso Giancarlo Marocchino sentito di recente nel corso del processo per il reato di calunnia nei confronti di Ali Rage Hamed detto Jelle¹. Marocchino ha raccontato diverse versioni di quanto accadde il 20 marzo 1994. Fu forse il primo Italiano a recarsi sul luogo dell’agguato e potrebbe avervi assistito. Di certo, non ha detto tutto quello che sa e, forse, ha anche mentito. E che dire dell’inchiesta sulla sparizione (di cui si è avuta notizia nell’estate scorsa) di un vero e proprio arsenale, comprendente 400 missili, razzi anticarro e katiuscia, sequestrato alla Jadran Express tra gennaio e febbraio del 1994 e custodito nella base della Maddalena, in Sardegna? Sulla vicenda, la Presidenza del Consiglio (Silvio Berlusconi) ha imposto il segreto di Stato. E pensare che quella nave potrebbe essere una di quelle cariche di residui radioattivi affondate nei nostri mari. Per la commissione sul ciclo dei rifiuti è un dovere, un obbligo, continuare l’indagine. L’ombra dei servizi segreti incombe su quel tragico 20 marzo 1994, così come in moltissime vicende italiane. In tutti questi anni sono emerse notizie, dettagli che potrebbero collegare l’attività di inchiesta di Ilaria ad altri fatti tragici come, per esempio, il delitto Rostagno, la tragedia del traghetto Moby Prince (1991), l’omicidio dell’ufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi, avvenuto proprio a Mogadiscio pochi mesi prima dell’assassinio di Ilaria e Miran… È il filo “rosso” di cui parlava sempre Giorgio Alpi, il papà di Ilaria, che ci ha lasciato senza aver avuto giustizia. Traffici di rifiuti e di armi chiamano in causa lo Stato, che ha dunque l’obbligo di chiarire la presenza e l’eventuale responsabilità di agenti dei servizi, politici ed imprenditori senza scrupoli, collegati, forse, a faccendieri in attività illegali. La verità è che un’indagine seria sui traffici, movente della duplice esecuzione di Mogadiscio, non è stata fatta perché questa porterebbe ai mandanti: è probabile che essi operino ancora indisturbati. E così, su tutto è stato imposto il segreto. Si sa, questo è un modo per occultare, impedire di indagare o, peggio, fare carte false.

1 Ali Rage Hamed detto Jelle è testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan, in carcere da oltre dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni. Un procedimento controverso che, forse, darà ragione a chi ha scritto (anche in una sentenza) che si è voluto costruire in Hashi un capro espiatorio.

Mariangela Gritta Grainer
Portavoce associazione Ilaria Alpi

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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