La pista di Ilaria

Luigi Grimaldi, Luciano Scalettari

Le radici del gioco ricattatorio rivelano le squadre in campo e fanno diventare trasparente il tentativo di usare i giornalisti come pedine di una partita pericolosissima, in cui Ilaria e Miran finiscono per trovarsi al centro di un fuoco incrociato.

Tra il 1992 ed il 1993 si rompono molti equilibri e saltano molte protezioni. Il grande caos italiano si rivela come un momento propizio per mettere in atto ricatti. Si seminano tracce, si produce l’effetto del «dito puntato» per fissare l’attenzione su qualcosa e distoglierla da qualcos’altro. Vincenzo Li Causi, probabile seminatore di tracce, viene eliminato. Ilaria Alpi pure, perché quelle tracce le ha prese troppo sul serio, e si è spinta troppo in là. Il duplice omicidio di Mogadiscio viene perpetrato per tentare di fermare un ricatto. Ne apre, invece, di nuovi e più potenti, con una guerra silenziosa e nascosta che si dispiega negli anni successivi, fino ai giorni nostri, dando il via ad un meccanismo di ricatto permanente. Finora si era sempre legato il caso Alpi-Hrovatin ad una «semplice» storia di traffici internazionali. Quella materializzatasi in Somalia è una guerra tra fazioni e servizi segreti, e tra fazioni interne a diversi servizi segreti. Un meccanismo di ricatti incrociati che ha certamente due gambe: una in Somalia e l’altra ben piantata in Italia. Si apre la caccia ad un archivio segreto che contiene informazioni compromettenti, una caccia con molti attori ed un protagonista: Giancarlo Marocchino. Emergono così piste che disegnano una continuità tra gli affari sporchi di Siad Barre e dei governi nati dopo la caduta del dittatore somalo. Sono le radici del gioco ricattatorio che rivela le squadre in campo e fa diventare trasparente il tentativo di usare i giornalisti come pedine di una partita pericolosissima, in cui Ilaria e Miran finiscono per trovarsi al centro di un fuoco incrociato. Su di loro si spara, metaforicamente, da direzioni opposte: ma seguendo le traiettorie dei colpi si finisce per capire chi ha avuto paura del loro lavoro.

L’ultima intervista
Torniamo a Bosaso, marzo 1994. Ilaria è sulle tracce del peschereccio Shifco sequestrato ed è a conoscenza dei rapporti tra Aidid e la Camera di commercio italo-somala, la creatura di Bettino Craxi diretta da Paolo Pillitteri e Pietro Bearzi. Ha certamente anche consapevolezza di un’inchiesta della pm milanese Gemma Gualdi su malacooperazione e Shifco.
Sa dei traffici gestiti dalle navi di Mugne ed è altrettanto verosimile che la giornalista sia edotta anche delle connessioni con la guerra nella ex Iugoslavia, tant’è che Ilaria e Miran sono stati là, in missione, poco tempo prima (all’inizio del 1994) e, fatto decisamente anomalo, Hrovatin ha portato con sé in Somalia i video del precedente viaggio nei Balcani.
Prima di partire per Bosaso, Ilaria, insieme al corrispondente dell’Ansa Remigio Benni, tenta di organizzare senza successo un’intervista proprio con il generale Aidid. Ilaria non sarebbe rientrata con il contingente italiano perché intendeva fermarsi in Somalia ancora qualche giorno: voleva andare anche a Kisimayo, la città portuale a sud-ovest, verso il confine con il Kenya: risulta da una sua prenotazione su un volo Onu per il 21 marzo, il giorno successivo al suo omicidio.
Perché la trasferta a Kisimayo? Lo riferisce il sultano di Bosaso al giudice Pititto: fra gli argomenti dell’intervista con la Alpi c’era stato anche quello di un traffico d’armi svolto a Kisimayo dalle navi Shifco nel 1991, tra marzo e aprile (1).
Il Bogor ha raccontato a Ilaria di questo episodio. Cosa sapeva Ilaria Alpi dei traffici di Kisimayo? Aveva posto quesiti precisi e circostanziati, oppure le informazioni sulla Shifco in suo possesso erano generiche? Il resoconto dell’interrogatorio non ce lo dice. Per diversi anni non si è saputo nulla di più riguardo a quella cruciale intervista che è stata pesantemente tagliata da qualcuno che ha manomesso i nastri eliminando ampie parti del colloquio (il video recuperato dura solo 13 minuti). Il girato, secondo il sultano, era almeno di «due ore e mezza o tre» (2)
Particolari inediti di quell’intervista li ha riferiti lo stesso sultano di Bosaso in Commissione Alpi-Hrovatin, l’8 e il 9 febbraio 2006:

Sultano: Io sono convinto tuttora che lei [Ilaria] fosse in possesso di informazioni precise, ottenute attraverso documenti o altro, perché i documenti si trovavano… Anche durante gli ultimi giorni dell’amministrazione sono arrivati armamenti segreti, procurati sul mercato libero da Siad Barre, e questi documenti erano depositati alla dogana. […]

Presidente: Le chiedo, invece, da quali elementi lei deduce che Ilaria Alpi avesse informazioni precise e quali erano queste informazioni. Quale aspetto del traffico riguardavano?

Sultano: Lo desumo dal fatto che lei parlava sempre di questo e chiedeva anche documenti a riguardo. Li chiedeva a me ma io non sapevo nulla. È probabile che, altrove, soprattutto a Mogadiscio, dove si trovavano gli uffici, si sia procurata qualcosa, altrimenti non avrebbe parlato (3).

Informazioni approfondite, dice Bogor, e documentate. Sui traffici d’armi in Somalia in generale e della Shifco in particolare.

Sultano: A Ilaria avevo detto che quelle navi portavano dalla Somalia il pesce e poi venivano con le armi in Somalia. La gente sapeva questo fatto. Era questo ciò che avevo detto a Ilaria. Io non l’ho visto! […] Una cosa è certa, qualche volta queste navi portavano dal mercato internazionale delle armi…

E poco oltre il Bogor insiste:

Sultano: Comunque, a lei interessava sia il traffico di armi sia il carattere giuridico dell’appartenenza della Shifco.

Deiana [parlamentare di Rifondazione comunista]: Quindi, erano domande precise. Esatto?

Sultano: Sì, erano domande precise. […] Di preciso, mi ha chiesto da dove venivano queste. Tutti sapevano queste domande, tutti le ripetevano.
[…] Presidente: Era noto a tutti che vi erano questi traffici.

Sultano: Sì, da Kisimayo fino a Bosaso. Kisimayo è l’ultimo porto a sud, ai confini con il Kenya. Fino a Bosaso, che è vicino al golfo di Aden.
A questo punto, il Bogor aggiunge un’osservazione inquietante.

Sultano: Tutti parlavano del trasporto delle armi. Se era vero o no, nessuno lo diceva mai. Perché chi diceva di aver visto, come tutti gli altri, non si vedeva vivo o spariva o, in un modo o nell’altro, moriva.

Quindi, secondo il sultano, avere le prove che le navi della Shifco trafficassero in armi era pericolosissimo. Nonostante ne parlassero tutti, come ribadisce poco dopo:

Deiana: Quindi, lei sostiene che era voce diffusa che le navi della Shifco trafficassero in armi? […]

Sultano: Perfino per bocca del governo. […] Lo dicevano i politici, fino a un livello altissimo, fino ai capi fazione [quindi anche Aidid e Ali Mahdi, nda].
[…] Presidente: Lei dice che è molto probabile che Ilaria Alpi sia stata uccisa perché aveva la notizia che la Farah trasportava armi e questa notizia non doveva uscire.
[…] Sultano: È Ilaria Alpi che aveva saputo che quella nave trasportava le armi. Una persona quando sa una notizia così importante potrebbe anche essere uccisa. […] La cosa più importante era l’armamento, perché le armi erano l’elemento essenziale per creare il potere e, lì, non si poteva uccidere altri che coloro che sapevano da dove venivano le armi e dove andavano a finire. Erano elementi da uccidere. Questa era la cosa più importante in quel periodo in Somalia.

Armi, quindi, e in particolare le armi portate dai pescherecci della Shifco alle fazioni in lotta. Ma non solo. La giornalista insiste anche su un altro argomento cruciale: la strada Garowe – Bosaso, costruita da consorzi italiani con fondi della nostra cooperazione.
Un accenno il Bogor l’ha già fatto, nell’audizione, dichiarando che, durante l’intervista, Ilaria Alpi gli chiese in modo specifico notizie riguardo al seppellimento di rifiuti lungo la famigerata strada.

(1) Il traffico d’armi avviene in prossimità della riunione di Reggio Emilia tra Mugne, Giovannini e gli emissari di Siad Barre, e nel periodo intercorso fra l’arrivo della nave Shifco 21 Oktobar II a Livorno e il disastro Moby Prince.
(2): Se è vero quanto dice il sultano di Bosaso, cioè che la sua intervista con Ilaria e Miran era di «due ore e mezza o tre», questo significa che il «girato» è stato pesantemente «tagliato» e confezionato da mani occulte che hanno sottratto ampie parti del colloquio perché quelle immagini sopravvissute fossero divulgate, e fossero viste dopo l’omicidio, quasi che dentro quei fotogrammi si potesse intuire la ragione dell’assassinio e, nel contempo, leggere il messaggio destinato a chi era in grado di interpretarlo. Una sorta di cambiale, un nuovo segreto e un nuovo ricatto esercitati da chi aveva potuto manipolare quel nastro, e che, probabilmente, ancora oggi, è depositario dei misteri filmati da Ilaria e Miran.
(3): Esame testimoniale dell’8 febbraio 2006 di Abdullahi Mussa Bogor davanti alla Commissione Alpi-Hrovatin.

Tratto da ‘1994’ di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari, Chiare Lettere Editore, 2010.

Luigi Grimaldi
Giornalista d’inchiesta freelance e scrittore
Luciano Scalettari
Giornalista e scrittore, inviato speciale di «Famiglia Cristiana»,
già consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sul delitto Alpi-Hrovatin

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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