Laura non c’è

La donna riveste un ruolo duplice nella canzone, fatalmente inestricabile e antropologicamente onnipresente nella nostra cultura, con discendenze più o meno solide dalla letteratura e dalla cultura popolare che hanno elaborato modelli diversi, fino a fissarsi in un paradigma che sarà poi compito di alcuni stigmatizzare.

…quello che non reggo
sono solo le parole…
(E. Finardi, Musica ribelle)

Così come nell’irrituale processione che chiude la ballata di Bocca di rosa, anche per il Belpaese si aggirano gli spettri dell’amore sacro e dell’amor profano. La donna riveste un ruolo duplice nella canzone, fatalmente inestricabile ed antropologicamente onnipresente nella nostra cultura, con discendenze più o meno solide dalla letteratura e dalla cultura popolare che hanno elaborato modelli diversi, a volte coincidenti, fino a fissarsi in un paradigma che sarà poi compito di alcuni e, soprattutto, di alcune, stigmatizzare. A voler ragionare in termini letterari, potremmo accertare una tendenza monolinguistica cui si oppone, con varietà alterne, una plurilinguistica. Se, da una parte, la prima tipizza un’immagine del femminile memore di un maschilismo più o meno pronunciato, che codifica il ruolo della donna ad una tradizione precisa (madre, compagna, eterea, inconsapevole delle furie amorose), si afferma, con l’altra, soprattutto nella canzone d’autore, una tradizione “eretica”, popolata da disinibizione, affermazione, consapevolezza e contestazione, in opposizione al modello rassicurante del primo tipo, ma quasi sempre affidata agli uomini più che alle dirette interessate.

Un cambiamento deciso avverrà, quindi, quando le donne interpreteranno in prima persona le proprie storie, riappropriandosi del discorso su di sé. Verrebbe quasi da invocare una commissione per le pari opportunità artistiche. Insomma, da una parte abbiamo l’invenzione della donna come modello esemplare, dall’altra, invece, la donna come individualità non soggiacente ai canoni imposti, la donna che canta se stessa e il diversamente femminile, anzi, sui generis. Il modello che va da Petrarca a Nek (esordiente a Sanremo con una canzone antiabortista), presenta la declinazione di un’immagine materna già consacrata dalla tradizione classica della canzone, soprattutto quella napoletana (Maruzzella, Reginella, Malafemmena). Patrimonio che viene travasato, magari non sempre con la stessa intensità e squisita efficacia, nella canzone moderna: la donna come porto e rifugio, angelo necessario e tuttavia inafferrabile, lunghe trecce, calzette rosse, minorenni che protestano di non avere l’età, amanti che non vogliono essere portate nel bosco di sera al cospetto di salami dai capelli verderame, sospirosi epigoni di tante romanze sotto le finestre consumate a notte alta e svegli, vittime di veglie diuturne che sfidano spazio e tempo pur di confermare la cristallina purezza del sentimento. Poi, ci sono, sempre parafrasando la tradizione letteraria, le “albe”, i congedi mattutini dalla notte d’amore, vero e proprio genere a parte, in cui l’amante, trascorsa la passione, non può che mormorare all’inconsapevole semiaddormentata “mi dispiace, devo andare / il mio posto è là / il mio amore si potrebbe svegliare / ma nella mente c’è tanta, / tanta voglia di lei”. Siamo ai frammenti di un discorso amoroso, al dialogo con l’assente, per di più ambiguo: in effetti, non si riesce a decidere se si tratta di corna o ci si accinge a farle.

La canzone italiana, poi, sorprende con la semantica sempre più aperta alla recriminazione violenta (“Bella stronza”), all’attesa fidente, all’abbandono per consapevole incapacità di reggere al confronto (“Non amarmi”, “Ti lascerò”), al naufragio paradisiaco alla Gauguin, per intenderci, nobilitata da Conte e Lauzi (“Onda su onda”), alla protesta politicamente scorretta di vago ricordo aristofanesco (“Chi non lavora non fa l’amore”), o al melò di una carezza in un pugno, in cui la violenza si adombra di una dolcezza ambigua. C’è, inoltre, l’ineffabile repertorio di una donna per amico, nastri rosa, piccoli grandi amori (l’ossimoro è tutto), i vari poster o i sabati pomeriggio, i mille giorni di te e di me (beneaugurante simbolo, come per i compleanni), ma anche donne in cerca di guai (chissà a chi dobbiamo questa elucubrazione di Fornaciari), oppure quelle che i playboy non si filano nemmeno più. Infine, in un crescendo wagneriano, l’ecatombe a firma Facchinetti & Co., che tanto indiscriminato successo raccoglie proprio fra il pubblico femminile. Sacrificio, ascesi, rinuncia, eroismo, generosità. Tutti elementi che non sembrano neppure sfiorabili dalle nostre piccole miserie affettive quotidiane. Sempre sull’orlo del fallimento e della catastrofe. Tuttavia, si tratta sempre di storie affidate a coppie sempre eccezionali, in qualsiasi situazione esse si trovino. D’altra parte, Tolstoj sosteneva con successo che solo le famiglie infelici sono diverse fra loro e perciò degne d’interesse narrativo. Un’ultima menzione è per le mamme: quelle sciagurate, combattute fra “profumi e balocchi”, quelle angeliche, quasi verginali di “son tutte belle le mamme del mondo” o quelle sole, per le quali “la mia canzone vola” tra le catene di Amedeo Nazzari e Beniamino Gigli. Altrimenti, le mamme indaffarate, mentre le figlie ascoltano piangere il telefono, per non parlare della più scandalosa di tutte, che in 4/3/1943 decide per l’imposizione al neonato di un nome “gravido” di conseguenze (soprattutto col Vaticano). Poi, come dimenticare le sorelle Bertè, fra uomini che non cambiano, signore che non si è, ed almeno qualcuno che, almeno lui nell’universo, non cambia mai (sebbene, la qualità della fermezza sia radicalmente diversa nei due casi). E come lasciare indietro l’universo di Mina, della Vanoni, Patty Pravo, protagoniste e muse per le quali realizzare prodotti finissimi di alta moda? E i cantautori? Basterebbe menzionare “Mi sono innamorato di te / perché non avevo niente da fare”, i cieli in una stanza, il sapore di sale (fortemente ispirato dall’Esterina montaliana), le ragazze da Via del Campo a Dolcenera, la Teresa di Endrigo, Anna come sono tante, Anna permalosa, il cui sguardo perde sempre qualcosa, Vincenzina e la fabbrica, il 25 aprile di Capossela, piccole meraviglie come Quanno chiove di Pino Daniele, il Conte di Via con me, Alice che guarda i gatti, e Gianna, dirimpettaia di Aida, che fila l’amianto e genera figli che non sono né di Mario, né di Gino, Agnese che incombe “se la mia chitarra piange dolcemente” (forse ispirandosi a While my guitar gently weeps del White Album). Ancora, Concato, folgorato dal raptus panico, che porta la sua bella una domenica al lago per constatare com’è bella la natura e com’è bello l’amore, la struggente ballata per Sally, in cui tutto è un equilibrio sopra la follia, fino alla blasfema antifrasi che chiude il cerchio della tradizione petrarchesca nell’inno dei “servi della gleba” e nel prius di Disperato erotico stomp. Solo e in disparte, in solitaria grandezza, Piero Ciampi, fino al culmine sublime di “Adius”. Abbiamo, quindi, la schiera dei nomi-azione o i nomi-epiteto (Gloria, Mimosa, Spaccacuore, Toffee, Bambolina barracuda), le sineddochi topiche dalle rime sublimi (donna-mingonna, Mogol docet; “donna con la gonna”, dixit Vecchioni), nonché i conclamati figli del peccato (“grande figlio di puttana” di Dalla-Stadio, o il “figlio di cinque minuti” di Ligabue), i ritratti di dichiarato amore paterno (Culodritto, di Guccini), le gentilezze retrò di Cristicchi (Ti porterò una rosa) o le miniature del maestro Fossati (Albertina, L’angelo e la pazienza, Il bacio sulla bocca), le cose che abbiamo in comune di Silvestri. Catalogo, comunque, inesauribile, qui ed altrove. Arrivano, infine, le donne in prima persona, Gianna Nannini e Carmen Consoli: due modelli di femminilità che sfuggono in tutto all’orizzonte di attesa ed alla ripetizione dell’esistere come standard.

Per Gianna, l’invocazione ad avere l’America, qualora non fosse bastata l’immagine della cover dell’album, è di avere tutto e subito e senza rinunciare a quella vibrazione bacchica che vien giù dritta da Janis Joplin e da una discendenza matrilineare dalle autrici degli anni della contestazione americana (Patti Smith su tutte), per niente affidata all’avvenenza della donna-musa, come nel caso di Marianne Faithfull, fino alla celebrazione, da ultimo, di una maternità semplicemente impensabile in altre epoche, corroborata da Isabella Santacroce. Carmen Consoli, seconda “figlioccia” di Battiato, dopo l’esemplare Giuni Russo, accomuna una ricercatezza della scrittura da Virginia Woolf del pentagramma ad una sapienza musicale che cerca in un repertorio raffinato (ad esempio, gli Style Council) e à la page per complessità intellettuale e polemica come potrebbe essere quello di Ani di Franco. Ma l’intento è chiaro: polverizzare in una nebulosa di nulla l’uomo brancatiano. La “scoperta dell’America”, riassumendo, è il gesto iconoclasta che elimina Laura, accertando quindi lo sgomento di Nek come reale, e confermando che il modello, come in letteratura, finisce col soffocare la multiforme complessità del reale. Si può serenamente ribadire con Finardi che quello che non si poteva più reggere nelle canzoni italiane moderne erano proprio le parole. E, più ancora della processione ambigua di De Andrè, doveva esserci un gesto di liberazione. Francamente, non l’avrebbe potuto fare nessun altro se non Laura stessa (non quella che salutava Marco alla stazione).

Francesco Giardinazzo
Professore a contratto di Antropologia dei Processi Comunicativi – Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori – Università di Bologna – Polo di Forli

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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