Un futuro imprevedibile

Le manifestazioni di piazza dimostrano come la Democrazia nasca dalla base, dalla spinta e con il coinvolgimento della società civile e della popolazione in generale. Evidenziano che la democratizzazione è l’unico fattore di stabilizzazione su scala globale e nel lungo periodo, anche sullo scenario internazionale.

Gli scenari che la situazione in Nord Africa sembra prospettare presentano aspetti di grande interesse per gli studiosi di geografia politica, dal punto di vista sia della prassi, sia della teoria. Risulta difficile effettuare delle valutazioni su fenomeni in pieno svolgimento. Tuttavia, la situazione dimostra come il fattore politico nazionale sia ancora rilevante, in contraddizione con i processi di frammentazione, all’interno della Nazione araba, che le autocrazie tribal-statuarie avevano indotto negli ultimi decenni. In un certo senso, assistiamo ad un ritorno agli anni ‘60, prima dello shock petrolifero, quando sembrava che popolazioni e società locali fossero avviate verso un percorso di evoluzione (in epoca post coloniale) e riuscissero ad esprimere un’aspirazione autentica al rinnovamento di tipo politico, costituzionale, sociale. È stato come riprendere un cammino interrotto nel momento in cui islamismo, fanatismo religioso, autocrazie stataliste, regressioni tribali o di altra natura si sono imposte sulle popolazioni in forma di ideologie politiche.

Assistiamo ad un movimento, definito Primavera Araba, che sembra un fenomeno spontaneo, avulso da gruppi organizzati e da manovre di strumentalizzazione, almeno fino a questo momento. Una rivolta con caratteri di autenticità, di popolazioni che aspirano a riforme di tipo istituzionale e sociale, non soltanto rivolte estemporanee “per il pane” o “per l’acqua”. Società e Stati che sembravano pietrificati nella loro struttura, come Arabia Saudita, Siria e Bahrein, sono stati investiti da tensioni di cambiamento espresse da popolazioni e società locali, seppure in forma contraddittoria, in un movimento che si propaga da ovest a est, dalla Tunisia allo Yemen, dalla politica alla società, dalle “piazze” alle istituzioni, “by-passando” i partiti di opposizione locali, spesso manovrati dagli stessi governi. È questo l’aspetto più interessante, in termini di analisi geografica-politica (la disciplina che si occupa dei fattori di lungo periodo, quelli di tipo permanente), che considera la cultura e l’evoluzione delle varie società come fattori in grado di influenzare la politica, indipendentemente dalle cause immediate, come tensioni o rivolte “di piazza”, immanenti in questa Primavera Araba. Queste sembrano scoppiare, letteralmente, fino a travolgere elite e leader ritenute inossidabili. Il fatto stesso che il movimento si sia manifestato nella forma di un effetto domino, come si può osservare considerando la sua diffusione e la sua progressione, dimostra come la cultura e gli ideali siano riusciti a mantenere una sorta di unità culturale-nazionale, oltre le linee di frammentazione e divisione sovrapposte al mondo arabo dalle varie autocrazie, dalle diverse “dittature del petrolio”. Si può affermare che l’impostazione politica ed istituzionale che ha separato le popolazioni negli ultimi decenni sia giunta al suo compimento generazionale ed economico-istituzionale, in una proiezione globale che travalica le vicende dei singoli Stati. La particolarità e la complessità degli eventi non permettono di azzardare valutazioni che ci restituiscano certezze. Di fatto, stiamo assistendo ad episodi di carattere rivoluzionario, i quali, come tutte le rivoluzioni, possono avere per definizione evoluzioni imprevedibili. Possiamo distinguere tra situazioni diverse, alcune delle quali lasciano immaginare un’evoluzione particolare. Mi riferisco all’Algeria e, sull’altro estremo dello scenario, all’Iraq (e al non arabo Iran), Nazioni caratterizzate da un vissuto di sofferenza e ribellione, in un passato recente, con popolazioni che sembrano aver percepito con minore intensità le tensioni che altrove hanno condotto ad esplosioni di carattere rivoluzionario, se consideriamo, in particolare, Tunisia ed Egitto e, soprattutto, Libia e Siria. Queste ultime due Nazioni, per diversi motivi, sono sistemi politici meno “attrezzati” per assimilare e per “attutire” processi rivoluzionari a rischio di “catastrofe umanitaria”. Premesso che ogni Paese si caratterizza per una storia individuale, in questi casi le autocrazie locali sembravano essere riuscite a garantirsi una certa legittimità politica, sia nei confronti della comunità internazionale, sia nella politica interna. Ciò lasciava immaginare quasi un’assuefazione delle moltitudini arabe al malgoverno, all’autoritarismo, all’arbitrio. Invece, le tensioni che si sono accumulate nei decenni si sono improvvisamente evolute in fenomeni di tipo esplosivo. Regimi tirannici impostisi con sistemi repressivi, dittatoriali, sanguinari, non sono riusciti a garantirsi una corrispondente longevità. L’uso sistematico ed indiscriminato della forza, come ampiamente documentato dalle informazioni raccolte e dalle analisi condotte da ong ed organi sovranazionali presenti in quei Paesi, non ha definitivamente annullato la capacità della società civile (fino agli anni ’70 si sarebbe detto del “popolo”), che oggi reagisce in un modo che si può definire “eroico”. È l’evidenza che neppure le autocrazie statal-petrolifere sfuggono alle leggi della ciclicità del potere: dopo essersi affermate, spesso in seguito ad un qualche tipo di “rivoluzione”, ed essersi consolidate centralizzando le istituzioni e monopolizzando le fonti dell’economia (petrolio ed idrocarburi), a volte con il colpevole ed opportunistico appoggio degli Occidentali, si ritrovano in una situazione di crisi forse irreversibile. In realtà, i precedenti fanno pensare che le autocrazie nascono spesso in seguito a rivoluzioni “false”, fallite, come nel caso di diversi Stati nordafricani e del Medio Oriente in epoca di decolonizzazione.

Momenti di crisi in cui emergono personalità carismatiche, le quali, in un periodo più o meno breve, riescono a concentrare nelle proprie mani il potere, avviandosi verso un percorso che supera ogni limite, fino al punto di “non ritorno”, escludendo qualsiasi possibilità di riforme socialmente condivise. In Libia, Gheddafi aveva probabilmente varcato questa soglia già da qualche tempo, non solo all’interno, ma anche in campo internazionale. Ha determinato l’attuale evoluzione cruenta e distruttiva, nonché il senso di “revanche” che potenze occidentali (sul piano internazionale), clan tribali e la stessa popolazione – che in certi periodi Gheddafi sembrava aver “comprato” e ridotto all’assuefazione – evidenziano nei suoi confronti in queste settimane. Analoga condizione non si è, invece, verificata, fortunatamente, in Egitto ed in Tunisia, che sembrano avviarsi verso un percorso di stabilizzazione. Assistiamo ad uno schema ricorrente, con il “grande dittatore” che percorre il suo cammino di accentramento ed assolutismo, superando un limite, fino al punto di rischiare di autodistruggersi. I fatti di questo periodo ci restituiscono un’immagine di grande fragilità dei regimi fondati sulla repressione, privi quindi della possibilità di evolvere in senso democratico. Possono sopravvivere per un periodo, ma sono inevitabilmente destinati ad esplodere o ad implodere. Le manifestazioni di piazza di questa Primavera Araba dimostrano come la Democrazia nasca dalla base, dalla spinta e con il coinvolgimento della società civile e della popolazione in genere. Evidenziano che la democratizzazione risulta essere l’unico fattore di stabilizzazione su scala globale e nel lungo periodo, anche sullo scenario internazionale.

Osserviamo anche come, finalmente, nel mondo arabo stia ri-emergendo una società dotata di consapevolezza, al di là di crisi di tipo strutturale e generazionale che caratterizzano quelle popolazioni. Queste sembrano coincidere con un’ondata di sviluppo demografico, una sorta di “baby boom” che caratterizza in questi decenni quelle popolazioni, che nessuna istituzione sembra poter controllare, né assimilare del tutto. Tralasciando valutazioni di tipo demografico, sociologico, economico, importante e decisivo sarà allora il ruolo della comunità internazionale nel gestire le tensioni e garantire alla regione la stabilità, basata su prospettive di evoluzione aperta, per la società e la politica. Ancora una volta, la realtà dimostra come la democratizzazione sia l’unica via percorribile. L’investimento in “democratizzazione” è il migliore possibile, l’unico vero e proprio investimento strategico.

Igor Jelen
Professore Associato di Geografia economico-politica,
Facoltà di Scienze Politiche, Università di Trieste

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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