La miopia dell’occidente

Il cambiamento sociale avvenuto nella società musulmana negli ultimi vent’anni, alla base delle rivoluzioni in atto, è passato inosservato agli analisti occidentali. Come suggerisce l’islamologo Olivier Roy, scontiamo la tendenza a semplificare la complessità delle società arabe nel solo Islam.

Le attuali sollevazioni nel mondo arabo sono molto significative perché ci inducono a riconsiderare alcuni assunti consolidati e relativi alle società arabo-musulmane. Il primo è indubbiamente il conformismo politico, valutato dagli osservatori e dagli specialisti come un elemento caratteristico dei valori e della cultura del mondo sunnita. Secondo questa impostazione, lo Stato costituisce la rappresentazione temporale del volere divino ed è dunque sottratto al giudizio critico della comunità. Poiché l’esistenza stessa dello Stato è parte di un progetto divino, la sottomissione ad esso è percepita come un dovere individuale e comunitario. Sulla base di questo concetto, il pensiero politico musulmano ha elaborato una teoria dello Stato che scinde le qualità morali di chi detiene il potere dalle sue funzioni istituzionali. La presenza di uno Stato, qualunque esso sia, è preferibile all’anarchia, la ribellione contro lo Stato, per quanto empio, non può che lasciare spazio al fitna, la sedizione. La seconda argomentazione proposta dai commentatori è la debolezza della classe media, incapace di determinare il cambiamento sfidando le oligarchie terriere ed industriali che hanno sempre sostenuto i regimi totalitari, sin dagli anni ’50-’60. In ciò, le società arabo-musulmane si sono distinte da quanto avvenuto in Occidente per il loro tipico immobilismo sociale. Il complesso di questi fattori ha dato vita all’”eccezionalismo arabo”, una sorta di impermeabilità alla Democrazia. Gli eventi di queste ultime settimane ci inducono però a rivedere sensibilmente questa prospettiva.

In primo luogo, le rivolte divampate nel mondo arabo – Tunisia, Egitto, Bahrain, Libia, Siria – sono nate essenzialmente negli ambienti della classe media, più che nel ceto popolare. Come già avvenuto in Pakistan, nel 2009, con il pronunciamento degli “uomini in nero” (gli avvocati) contro il regime di Musharraf, atteso il carattere passivo dei meno abbienti, anche nei Paesi arabi l’iniziativa è stata assunta dalle persone istruite, i giovani laureati, i ceti professionali ed imprenditoriali. Qui è nata la contestazione, fra le classi sociali che non hanno beneficiato della crescita economica, che pure ha arriso ad alcuni di questi Paesi. In questo quadro, il mondo giovanile si è rivelato determinante per porre in crisi i vecchi sistemi politici. Il potere destabilizzante della trasformazione demografica era stato correttamente evidenziato da alcuni analisti, benché non nei suoi effetti immediati. Come spesso avvenuto in passato, l’Egitto ha svolto il ruolo di modello dal punto di vista intellettuale ed il Maghreb ha costituito l’area critica in cui si è avviato il cambiamento. La scintilla della rivolta è infatti sorta nel mondo rurale tunisino, in occasione del suicidio del giovane ambulante Mohammed Bouazizi. L’episodio si è rivelato emblematico della sofferenza dei giovani del Nord Africa, istruiti e culturalmente occidentalizzati. In Tunisia ed in Egitto, la rivolta è dunque nata in modo spontaneo, poco organizzato, nettamente avulso dall’attività dei partiti di opposizione. I quali sono stati colti di sorpresa ed hanno tentato di recuperare la legittimità perduta solo a sollevazioni già in atto. La mancanza o la debolezza delle opposizioni politiche organizzate è un fattore che sembra proprio caratterizzare il mondo musulmano contemporaneo, dai Paesi arabi all’Iran ed al Pakistan. Ciò è fisiologico dell’abilità di questi regimi nel logorare l’opposizione con un misto di repressione e cooptazione.

Nondimeno, appare l’aspetto più ambiguo dello scenario attuale. La mancanza di organizzazione e di esperienza politica dei rivoltosi apre prospettive di reali innovazioni dal punto di vista politico, ma apre anche alla possibilità che le giovani generazioni vengano manipolate dai vecchi gruppi politici. L’ipotesi appare realistica in Egitto: l’ingombrante presenza dell’esercito al centro della scena, in qualità di soggetto istituzionale di mediazione politica ed il possibile ritorno della Fratellanza Musulmana potrebbero depotenziare la novità rappresentata dalle manifestazioni di Piazza Tahrir.
Come ha scritto Bertrand Badie, ci troviamo dunque dinanzi ad uno scenario “post-marxista”, caratterizzato da una marginalità dei partiti e da una sostanziale deideologizzazione ed individualizzazione dei movimenti politici. Nel XIX secolo, ed all’inizio del XX, i movimenti politici ed i colpi di Stato nel mondo musulmano provenivano dalle poche élite istruite e politicamente organizzate. Lo scenario attuale è caratterizzato, invece, dalla spontaneità e dall’allargamento dell’attivismo politico. In ciò risiede l’elemento sia di forza, sia di debolezza di questi movimenti. Il cambiamento sociale avvenuto nella società musulmana negli ultimi vent’anni, alla base delle rivoluzioni in atto, è dunque passato inosservato agli analisti occidentali. Avrebbe però sofferto di scarso respiro senza un parallelo processo di coinvolgimento dei Paesi arabi nel sistema globale delle comunicazioni. In questo senso, vi sono dei precedenti nella storia musulmana. Già in altri tempi l’idea del cambiamento si era avvalsa dei nuovi mezzi di comunicazione. Era avvenuto con la promozione del “pan-islamismo”, tra la fine dell’’800 ed il primo conflitto mondiale, veicolato dall’introduzione, per la prima volta nella storia, della stampa quotidiana nei Paesi musulmani. Si pensi poi alla rivoluzione islamica iraniana del 1979, nella quale ampio risalto ebbe la diffusione delle registrazioni su musicassetta dei discorsi dell’Ayatollah Khomeini. In modo analogo, l’idea del cambiamento si è oggi propagata tramite la rete e le telecomunicazioni satellitari. L’Occidente non ha saputo cogliere il cambiamento in atto nel mondo arabo, ma ciò è dipeso solo in parte dalla mancanza di conoscenza. Come suggerisce l’islamologo Olivier Roy, scontiamo la tendenza a semplificare la complessità delle società arabe nel solo Islam. Con ciò non si vuole certo negare la rilevanza del fattore confessionale nelle società arabe, né attribuire alle rivolte un carattere secolare che sarebbe oggi prematuro affermare con certezza. Sembra, tuttavia, di poter sottolineare che, nei movimenti sociali e politici in atto, si stia affermando la volontà di imporre una nuova visione dell’”essere musulmano”, da parte soprattutto dei giovani istruiti e della componente femminile. Si tratta di un’identità religiosa basata in misura inferiore sulle strutture tradizionali, familiari, tribali, comunitarie, e sull’autorità degli ulema (i dotti dell’Islam). Al contrario, le nuove generazioni sembrano rivendicare la possibilità di scegliere il proprio modo di essere credenti attraverso un’individualizzazione ed una privatizzazione del fatto religioso. In questo senso è possibile spiegare la scarsa rilevanza dei partiti islamisti nelle sollevazioni di questi ultimi tre mesi. È ovviamente prematuro affermare che le trasformazioni in atto, pur nella loro eccezionalità, possano determinare un processo di democratizzazione.

È possibile però distinguere due scenari plausibili: nelle società caratterizzate da forti tradizioni statali e da istituzioni centrali salde, come le forze armate, ad esempio nel caso egiziano, tunisino e siriano, la transizione tende ad essere più stabile e meno violenta. Essa, tuttavia, può condurre facilmente ad uno svuotamento della rivolta ed al perpetuarsi delle stesse classi dirigenti al potere. Un esempio sembra essere fornito dal processo di riforme costituzionali inaugurato in marzo al Cairo, sotto l’egida dell’esercito, considerato dagli osservatori superficiale e poco incisivo. Al contrario, laddove lo Stato è debole rispetto alla società, in particolare nel caso di società tribali, la transizione può essere violenta e sfociare nella guerra civile, in particolar modo laddove i leader al potere non abbiamo consentito la formazione di istituzioni centrali stabili. Non deve sorprendere, dunque, la deriva violenta dello scenario libico, che potrebbe riproporsi nel contesto saudita, in Bahrain, Yemen e, in generale, nei Paesi dell’area del Golfo.

Diego Abenante
Professore Associato di Storia e Istituzioni dell’Asia,
Facoltà di Scienze Politiche, Università di Trieste

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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