La cultura di Wikipedia

Wikipedia deve necessariamente possedere il requisito della libera modificabilità per raggiungere pienamente il proprio scopo. Ciò perché un’enciclopedia non è un’opera statica, ma è un’entità in continuo divenire, che si modifica senza soluzione di continuità e che necessita di aggiornamenti costanti.

La società moderna è ormai inesorabilmente permeata di tecnologia. Le interazioni fra real life e web life sono così strette da rendere a volte quasi inscindibile l’una rispetto all’altra. Ciò è vero soprattutto per coloro i quali hanno fatto del web la propria professione. Ma anche per quelli che, come me, hanno trovato in rete interessi, passioni e spunti di riflessione così forti da ripercuotersi inesorabilmente sulla vita reale. Oggi, i media si interessano più che mai al rapporto che lega l’uomo alla rete, ed in particolare a tutta una serie di fenomeni con la rete nati e sviluppatisi. Fenomeni quali social network, blog ed il cosiddetto web 2.0 interessano giornali, radio e tv, a volte per un’esaltazione del fenomeno, altre per una sua demonizzazione. Personalmente, sono convinto che nessuno strumento in sé sia negativo o positivo. È il suo utilizzo ad avere, eventualmente, connotazioni positive o negative. Come per altri fenomeni legati al web, anche quello della cultura libera ha pagato – e continua a pagare – un pesante scotto nei confronti dell’informazione generalista, quella della scarsa conoscenza del fenomeno da parte di chi ne scrive. Per comprendere meglio il punto saliente di questa riflessione, ritengo importante portare ad esempio la mia esperienza personale con Wikipedia e con il mondo del web 2.0 in generale.

Wikipedia è un’enciclopedia on-line redatta da utenti volontari e non retribuiti i quali, in modo collaborativo, apportano il proprio contributo alla crescita del progetto mettendo a disposizione di tutti i fruitori le proprie conoscenze. Io sono approdato sulle pagine di Wikipedia nell’estate del 2005 (il progetto, in realtà, è nato nel gennaio del 2001) con delle modalità – ho scoperto poi – del tutto analoghe a quelle di molti altri miei futuri colleghi, tramite una normalissima ricerca sul web. Sono da sempre un grande appassionato di musica rock e metal e, spulciando le pagine di Wikipedia, mi resi immediatamente conto che alcune delle pagine riguardanti i miei beniamini erano scarne o, addirittura, del tutto inesistenti. A quel punto, notai che esisteva la possibilità di modificare i testi già presenti e quella di crearne di nuovi. Decisi così di aggiungere parte delle informazioni che non erano presenti in quelle pagine, contribuendo a rendere più completa l’enciclopedia. Rimasi letteralmente folgorato dallo spirito dell’iniziativa. In fin dei conti, si trattava di redigere un’enciclopedia in modo totalmente libero ed indipendente, e la cosa più affascinante era la possibilità di offrire il proprio sapere a favore di qualcun altro. Ognuno di noi possiede un suo bagaglio di conoscenze, esperienze, nozioni ed informazioni che può condividere con gli altri. Wikipedia non fa altro che creare un’immensa rete sociale, formata da milioni di piccole nozioni apportate da milioni di persone diverse, che formano – globalmente – un lavoro unitario e continuamente in divenire. Questa concezione appare a tratti realmente utopistica. Mi affascinava. E mi affascina tremendamente anche oggi. A mio avviso, il concetto di cultura libera risiede in due elementi principali ed imprescindibili: la libera fruizione e la libera diffusione. Qualcuno tende ad inserire fra questi elementi anche la possibilità di libera modificazione. Personalmente, non lo ritengo elemento essenziale, ma un mero quid pluris. Questo perché un’opera d’arte, per essere definita libera, deve essere soprattutto fruibile o, se vogliamo, “godibile” da chiunque e, allo stesso tempo, comunicabile – senza eccessive limitazioni – a soggetti terzi. Non è strettamente necessario che chiunque possa anche apportare delle modifiche. Wikipedia, invece, deve necessariamente possedere anche il requisito della libera modificabilità per raggiungere pienamente il suo scopo. Ciò perché un’enciclopedia non è un’opera statica, ma è un’entità in continuo divenire, che si modifica senza soluzione di continuità e che necessita di aggiornamenti costanti (elemento, questo, che ha evidenziato uno dei grandi limiti delle enciclopedie cartacee).

Un’opera d’arte, come un dipinto, un brano musicale o un’opera fotografica, non necessita in modo imprescindibile del requisito della modificabilità per essere definita libera. Basta che chiunque possa goderne in maniera libera, potendo poi condividerla con altri. Libero accesso e libera diffusione, quindi. Al fine di consentire un più agevole accesso ai contenuti liberi, ed al fine di garantire una maggiore chiarezza nei termini di utilizzo delle opere libere, si sono sviluppate – in tempi relativamente recenti – le cosiddette “licenze libere” o “licenze copyleft”. Queste non sono altro che contratti con i quali l’artista (detentore di tutti i diritti sulla propria opera grazie alla legislazione nazionale ed internazionale sul copyright) concede all’utilizzatore finale tutta una serie di facoltà altrimenti precluse. Le licenze oggi maggiormente diffuse ed utilizzate sono le licenze creative commons, redatte – appunto – dall’associazione no-profit “Creative Commons” a partire dal 2002/2003. La fortuna di questi strumenti si deve soprattutto alla loro semplicità di applicazione e comprensione anche da parte di chi non ha dimestichezza con testi giuridici. Le licenze creative commons sono costituite da una struttura modulare: data una licenza base, l’autore può scegliere quali clausole ulteriori inserire nella licenza con cui intende rilasciare la propria opera. Ad ogni clausola corrisponde una maggiore ristrettezza nelle facoltà dell’utilizzatore finale. A titolo meramente esemplificativo, un autore può scegliere di rendere la propria opera liberamente fruibile da chiunque, ma non modificabile e non utilizzabile per finalità commerciali, utilizzando la licenza “Cc-by-nc-nd”. Tale sigla identifica la licenza creative commons (Cc) che consente all’utilizzatore finale di divulgare liberamente l’opera a patto di indicare l’autore originale della stessa (by) e lo obbliga a non modificare l’opera (nd=no opere derivate) e a non sfruttarla commercialmente (nc=no sfruttamento commerciale). Sempre a titolo esemplificativo, Wikipedia è invece rilasciata con la licenza Cc-by-sa 3.0 (il 3.0 è semplicemente la versione della licenza) che, rispetto alla Cc-by-nc-nd dell’esempio precedente, non prevede l’obbligo di non modificare l’opera, né quello di non trarne profitto, ma aggiunge la clausola “Sa” chesta per share alike, ossia – molto semplicemente –, con tale licenza si concede all’utilizzatore finale ogni facoltà, compresa quella di modificare integralmente il testo dell’enciclopedia e, addirittura, quello di stamparla e venderla, ma si richiede l’indicazione obbligatoria degli autori originali ed il rilascio di ogni eventuale opera derivata sempre con la medesima licenza. Risulta quindi evidente come la grande forza di Wikipedia sia intimamente insita anche nella licenza che utilizza.

Questo perché le normali enciclopedie cartacee non sarebbero oggi in grado di garantire lo stesso livello di crescita e divulgazione. A detta di molti, ciò in realtà non è un fatto del tutto negativo: per alcuni, infatti, la libera modificabilità dell’enciclopedia più famosa del web è – alla fine – anche il suo tallone d’Achille. Molti sostengono che un’enciclopedia cartacea sia in grado di offrire garanzie precluse a Wikipedia, quali autorevolezza dei redattori e controllo capillare dell’opera finale. A mio avviso, però, molte delle critiche portate a Wikipedia sono dovute soprattutto alla scarsa conoscenza dei meccanismi interni al progetto. Wikipedia, rispetto ad un’enciclopedia cartacea, offre un aggiornamento costante, la virtuale assenza di limiti di spazio e, soprattutto, la completa gratuità dell’opera, elementi che non possono certo essere sottovalutati. Al contempo, negli ultimi anni sono stati sviluppati diversi strumenti volti alla verifica delle informazioni inserite:
• il lavoro di vigilanza degli amministratori, i quali, benché non retribuiti, trascorrono buona parte del proprio tempo libero sulle pagine dell’enciclopedia per rimuovere violazioni di copyright, moderare le discussioni più accese e bloccare utenze vandaliche o problematiche;
• il lavoro dei volenterosi “patroller”, i quali si occupano di controllare in tempo reale le singole modifiche apportate all’enciclopedia. Lavoro assolutamente prezioso, soprattutto contro i vandalismi più evidenti;
• strumenti di controllo successivo, come gli “osservati speciali”, una pagina riepilogativa in cui ogni utente può inserire una serie di voci che vuole tenere sotto controllo. All’interno di tale pagina saranno riportate tutte le ultime modifiche effettuate negli ultimi giorni alle voci che si stanno monitorando;
• non vanno infine dimenticate le policy di base di Wikipedia, le quali richiedono sempre e comunque di citare la fonte delle informazioni inserite sulle pagine dell’enciclopedia. Ciò al fine di verificare agevolmente l’origine di quanto è riportato in una determinata voce biografica. È quindi sbagliato affermare che Wikipedia sia un progetto senza controllo e, di conseguenza, non affidabile. In ogni caso, abbiamo sempre affermato – e continueremo a farlo – che è consigliabile (nonché auspicabile) il ricorso a più fonti nella ricerca di notizie sul web. Questa regola non vale solo per Wikipedia, ma per qualunque fonte di informazione.

Spesso, i giovani studenti approdano sulle pagine della nota enciclopedia on-line e prelevano “di peso” (il classico copia-incolla) tutto ciò che trovano, senza soffermarsi a leggere, ponderare e – soprattutto – capire ed approfondire quello che stanno copiando. La base di una buona ricerca è la varietà delle fonti bibliografiche, per cui, accanto ad un’analisi di una voce enciclopedica (questo vale per Wikipedia ma – a mio avviso – dovrebbe valere per tutte le enciclopedie, Treccani compresa) deve sempre esserci un approfondimento delle informazioni attraverso altri siti, testi, articoli ed altre fonti di informazione. Questo per permettere a chi legge di attingere ad una pluralità di nozioni e punti di vista differenti, che consentano di giungere ad una conoscenza personale di ciò che si sta ricercando. Concludendo, la mia esperienza personale mi ha portato più volte a riflettere sul fenomeno della cultura libera e su quello del web 2.0. Tali riflessioni mi hanno convinto che questi fenomeni sono semplicemente delle mere possibilità. Possibilità importanti, ma sta a noi saperle sfruttare ed utilizzare al meglio. Una cultura che viaggia libera dentro e fuori dal web potrebbe finalmente condurre ad una visione maggiormente etica del sapere. Una visione che tenga conto delle differenze sociali che – purtroppo – ancora oggi esistono e permeano la nostra società. Una visione che tali differenze potrebbe, in parte, abbattere. Una cultura che si estranei – anche parzialmente – da un sapere strutturato e costruito solo in virtù di finalità commerciali, potrebbe portare ad un concetto di conoscenza quale bene che non debba subire limitazioni in funzione di lingua, luogo di nascita, convinzioni ideologiche e possibilità economiche. È l’idea di una cultura che possa fluire libera attraverso un’immaginaria connessione fra miliardi di menti ed anime sparse in tutto il mondo.

Luca Sileni
Avvocato, membro dell’associazione Wikimedia Italia e amministratore di Wikipedia

 

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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