Dei delitti e delle pene

Sono 43, secondo Amnesty International, gli Stati che continuano ad applicare la pena di morte. In alcuni di questi, la misura è prevista solo per crimini particolarmente gravi, come l’omicidio; in altri, anche per reati come la rapina, lo stupro, l’adulterio. Il Giappone e gli Stati Uniti sono gli unici due Paesi appartenenti al G8 a mantenere l’esecuzione nel loro sistema giudiziario. In Italia, il ministro Zanardelli aveva abolito questa forma di “giustizia” già nel 1889, con le eccezioni del regicidio e dell’alto tradimento in tempo di guerra. La pena di morte venne reintrodotta nel periodo fascista e poi vietata dalla Costituzione del 1948, ad eccezione, sempre, dei periodi di guerra. Venne abolita completamente dal Codice Penale Militare solo nel 1994 e, con riferimento al tempo di guerra, dalla Costituzione appena nel 2007. Considerando i Paesi a noi vicini, osserviamo che la pena capitale nella Città del Vaticano venne abolita nel 1967, grazie a Papa Paolo VI e rimossa dalla Legge fondamentale solo nel 2001, su iniziativa di Giovanni Paolo II. Negli ultimi 40 anni, tutti i Paesi europei l’hanno eliminata. Rimane giuridicamente attiva solo in Bielorussia, mentre l’Unione Europea ne proclama l’abolizione con l’articolo 2 della Carta dei diritti fondamentali: «Ogni persona ha diritto alla vita e… nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato». La funzione di deterrenza al crimine è l’argomentazione maggiormente utilizzata dai sostenitori di questa misura. Gli studi sull’argomento non sono però mai riusciti a relazionare la pena di morte con una diminuzione del tasso di criminalità: nei reati che destano allarme sociale, manca spesso la componente della premeditazione, così come il timore della pena non è percepito durante un eccesso d’ira o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Al contrario, sembra evidenziarsi un incremento dei crimini violenti proprio nei Paesi mantenitori. Altra argomentazione a sostegno della pena di morte è la sua funzione retributiva: si invoca una pena “adeguata al delitto”, una sorta di vendetta di Stato, di pari entità nei confronti del reo, per lenire il dolore e risollevare dallo sconforto i familiari della vittima. La pena capitale è però anche un modo per coprire l’incapacità della società palesata nel recupero dei soggetti deviati o emarginati. È il metodo di induzione della paura e di controllo sociale utilizzato da alcuni Governi che non sanno fronteggiare il crimine e coinvolgere nelle loro istituzioni le minoranze ed i gruppi non allineati. La pena di morte è un dramma silenzioso che scuote l’opinione pubblica solo quando una persona colpevole di reati minori, o addirittura innocente, corre il rischio di essere giustiziata. Una possibilità non tanto remota, se si tiene conto dell’analisi statistica evidenziata dall’Istituto Gallup: si può fondatamente ritenere che il 10% dei giustiziati fosse innocente. Il dato è avvalorato dall’American Bar Association che denuncia come le persone accusate di omicidio provengano in gran parte dalle classi economicamente più disagiate, quelle che non sono in grado di garantirsi un’adeguata assistenza legale. La Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte – composta, fra gli altri, dalla Repubblica Italiana e da numerose associazioni – ha cercato di far fronte a questo dramma istituendo una moratoria (che comporta la sospensione dell’applicazione della pena di morte, pur mantenendola negli istituti giuridici statali). Il 15 novembre 2007, con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti, la Terza Commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una Risoluzione che chiedeva la moratoria universale della pena di morte. La Risoluzione è stata poi ratificata dall’Assemblea generale il 18 dicembre2007. Un grande risultato del processo politico-diplomatico, iniziato da Cesare Beccarla nel 1763 con il saggio “Dei delitti e delle pene”, che ha portato alla riforma del concetto di pena, rieducazione e riabilitazione con la scomparsa definitiva del boia nel mondo civilizzato e democratico.

N.B.: “Dei delitti e delle pene” è il titolo dell’opera dell’illuminista milanese Cesare Beccaria che portò alla prima abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana, il 30 novembre 1786.

Di Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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