Messaggi di non violenza

Emma Bonino

Per porre fine all’assurda pretesa di fare giustizia infliggendo la morte, è assolutamente necessario e urgente assecondare e accelerare il processo a favore della moratoria delle esecuzioni nella prospettiva dell’abolizione definitiva della pena di morte.

Dopo la straordinaria vittoria all’ONU del dicembre 2007 sulla moratoria universale delle esecuzioni, ottenuta dopo quasi quindici anni di impegno di Nessuno Tocchi Caino e del Partito Radicale, non mi pare si sia manifestata, da parte dei governi – innanzitutto europei – che hanno presentato la Risoluzione, una seria volontà di farla rispettare in concreto ed in tutte le circostanze. In Cina come in Iran, in Iraq come in Arabia Saudita, per limitarsi ai primi quattro Paesi-boia del mondo. Come al solito, è la nostra “diplomazia parallela” a dover supplire alle mancanze dei poteri ufficiali. È ancora Marco Pannella a dover fare, dopo l’annuncio della condanna a morte dell’ex vice-Presidente iracheno, cinque giorni di sciopero della sete e continuare quello della fame per ottenere una ‘Moratoria della pena di morte anche per Tareq Aziz’. Per rompere la tragica continuità con quanto era in voga ai tempi di Saddam, ma anche per salvare un altro testimone chiave per la ricostruzione della verità storica sulle responsabilità del regime e sugli accadimenti che hanno caratterizzato la storia irachena fino alla guerra in Iraq. Guerra che – ormai è chiaro e da più parti documentato – è stata fatta improvvisamente scoppiare da Bush e Blair proprio per impedire che scoppiasse la pace e si realizzasse il nostro obiettivo di un “Iraq libero” attraverso l’esilio di Saddam e un’amministrazione fiduciaria dell’Onu. Salvare Tareq Aziz dalla forca potrebbe anche segnare un’evidente soluzione di continuità rispetto a metodi e pratiche del passato. Dopo la caduta di Saddam, la pena di morte in Iraq era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione, ma è stata subito reintrodotta dopo il trasferimento di poteri alle autorità irachene e praticata con “regolarità” anche sotto il “democratico” governo di Nouri al-Maliki. Non esistono statistiche ufficiali, però si stima siano stati migliaia i condannati a morte e centinaia i giustiziati dalla fine del regime di Saddam Hussein. Le impiccagioni dello stesso ex dittatore e di altri esponenti del suo regime, come Barzan al-Tikriti, Awad Hamed al-Bandar, Taha Yassin Ramadan e Ali Hassan al-Majid, detto ‘Alì il chimico’, sono avvenute nello stesso luogo, un’angusta cella del carcere al-Kadhimiya dove operava l’intelligence di Saddam, e con lo stesso mezzo, una forca di legno, con cui i figli di Saddam, Uday e Husay, veri patiti di esecuzioni sommarie, impiccavano la loro vittime. Gli iracheni non conservano né rendono pubblica documentazione con i veri nomi dei prigionieri o delle persone che hanno impiccato, in una pedissequa imitazione di terrore saddamita.

Oltre che assassini e stupratori, gli impiccati sarebbero in prevalenza insorti, ai quali verrebbe quindi riservata la stessa giustizia sommaria che di solito loro praticano sui loro sequestrati. Per porre fine a queste aberrazioni e all’assurda pretesa di fare giustizia infliggendo la morte, è assolutamente necessario ed urgente assecondare ed accelerare il processo a favore della moratoria delle esecuzioni nella prospettiva dell’abolizione definitiva della pena di morte. Le moratorie servono innanzitutto agli “innominati” della pena di morte, gli assassini nei bracci della morte cinesi, nord-coreani, vietnamiti, iraniani, condannati a morte e giustiziati, spesso, nel silenzio o nell’indifferenza generali. Uno dei meriti di Nessuno tocchi Caino, dalla sua costituzione nel ’93 ad oggi, quando tutte le altre campagne per l’abolizione della pena capitale e le “azioni urgenti” per tentare di salvare un condannato a morte erano rivolte quasi tutte alla situazione americana, è stato certamente quello di aver illuminato anche l’altra faccia della pena di morte, quella praticata in tutti quei Paesi autoritari ed illiberali di cui nessuno sapeva o si occupava, e che costituiva il 99% del problema.

Democrazia, di per sé, non vuol dire ‘nò alla pena di morte e per noi la pena di morte negli Stati Uniti è inaccettabile tanto quanto quella in Cina. Ma negli Stati Uniti, che sono una Democrazia, si vota e, quindi, si possono cambiare i procuratori, i governatori, i legislatori; si possono, perciò, modificare anche le leggi ed i codici penali. Tant’è che, dopo le moratorie legali o di fatto in Illinois, Maryland e nello Stato di New York, negli ultimi due anni hanno abolito la pena di morte anche il New Jersey ed il New Mexico. Nei Paesi autoritari ed illiberali, tutto questo è impossibile. Per dare seguito concreto all’indicazione che viene dalle Nazioni Unite, con Nessuno tocchi Caino abbiamo individuato due fronti di iniziativa ed obiettivi prioritari. Il primo obiettivo è quello di abolire i “segreti di Stato” sulla pena di morte, perché molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono informazioni sulla sua applicazione, e la mancanza di informazione dell’opinione pubblica è anche causa diretta di un maggior numero di esecuzioni. Il secondo obiettivo è quello di diffondere la Risoluzione delle Nazioni Unite nel mondo ed organizzare eventi politici, parlamentari e pubblici in Paesi che ancora praticano la pena di morte. In Africa, in queste settimane, Nessuno tocchi Caino ed il Partito Radicale sono impegnati in una serie di missioni volte ad accelerare l’iter parlamentare di proposte di abolizione già avviato in Mali, Benin, Gabon e Repubblica Democratica del Congo. L’Africa è la terra in cui la catena perpetua della vendetta e l’eterna vicenda di Caino e Abele hanno avuto forse la rappresentazione più tragica ed attuale. Anche per questo, le recenti abolizioni in Ruanda, Burundi e Togo, e quelle possibili nell’immediato futuro, acquistano uno straordinario valore simbolico, oltre che giuridico e politico. Provano anche la capacità di questo continente di sanare i suoi conflitti e lanciare messaggi di nonviolenza e tolleranza.

Emma Bonino
Vice Presidente del Senato

Redazione SocialNews

Rispondi