Contro il muro del silenzio, per il popolo Saharawi

Il 9 novembre 1989, a Berlino, accadde l’inimmaginabile: il muro che divideva in due la città fu travolto dal popolo, animato dalla forza della disperazione. Una barriera messa in piedi nel 1961 dal governo comunista della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr), alta più di tre metri, “protetta” nella parte orientale da filo spinato e campi minati; si voleva impedire con la forza non solo che i cittadini di Berlino Est si spostassero nel settore occidentale, ma addirittura che si potesse vedere l’altra metà della capitale tedesca. Tante persone, soprattutto giovani, pagarono con la vita il tentativo di evasione da questa prigione a cielo aperto. Pochi mesi prima di quel fatidico 9 novembre di ventuno anni fa, Erich Honecker, anziano segretario del Partito, aveva dichiarato che il muro sarebbe rimasto in piedi per altri cento anni. Evidentemente, non aveva fatto i conti con la realtà, con la naturale voglia di libertà che cova nell’uomo. Da quel giorno di festa per la ritrovata unità del popolo tedesco, ne è passata di acqua sotto i ponti. La Germania è unita sotto un’unica bandiera, con Berlino capitale; l’Europa intera sta compiendo un processo di unificazione. Va tutto bene, allora? No, ci sono altri muri che lacerano i popoli del XXI secolo.

Uno di questi, sorvegliato con le armi proprio come quello di Berlino, divide il popolo Saharawi dalle terre del Sahara Occidentale, costringendo gli uomini e le donne a rifugiarsi in campi profughi ospitati dall’Algeria. In questi giorni, a New York, si tengono i negoziati tra le autorità marocchine ed i rappresentanti del Fronte Polisario – l’organizzazione politico-militare saharawi – per trovare una soluzione pacifica alla questione aperta dal 1975. Ma mentre nella sede dell’Onu i nemici si incontrano per dialogare, nel Sahara Occidentale le forze armate marocchine reprimono nel sangue una manifestazione dei Saharawi che chiedevano il rispetto dei loro diritti fondamentali. Il campo di Gdeim Izik è stato smantellato, lasciando a terra morti e feriti; i profughi si sono rifugiati nella vicina città di Al Aaiun, dove si è scatenata una guerriglia urbana che ha fatto crescere il triste conteggio da bollettino di guerra.

Così, nel 21esimo anniversario dell’abbattimento del muro di Berlino, il Modavi denuncia le violenze perpetrate dal Marocco contro il popolo Saharawi ed il silenzio generale che circonda la questione ultratrentennale. Una storia, quella dei Saharawi, che non va di moda e fatica a farsi sentire “nel mondo che conta”. Una storia triste, di un popolo orgoglioso che vede negarsi anche il diritto all’esistenza; che non vede l’ora di travolgere quel muro che lo divide dalle proprie terre.

il gruppo del MODAVI onlus con il popolo
Saharawi del Sahara Occidentale

Redazione SocialNews

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