La bambina con il fucile: le storie vere del ghostwriter

Sono una ghostwriter. Scrivo le storie che altri mi raccontano. Scelgo di scrivere solo quelle che mi piacciono.Un giorno ho sentito parlare di Pratheepa

Susanna De Ciechi

Tutto è cominciato il 25 dicembre 2014, quando ho ricevuto un messaggio via Facebook da Massimiliano Fanni Canelles: mi proponeva di scrivere una storia. Io non avevo idea di chi fosse e non conoscevo @uxilia. Non mi ha stupito che uno sconosciuto mi scrivesse il giorno di Natale, sono abituata ad essere contattata nei modi più strani. Del resto, dopo avere frequentato Max, ho capito che è un uomo che non molla mai la presa e non concede alcuna tregua, neppure a se stesso.
In seguito, ci siamo incontrati diverse volte via Skype. In tanti anni di impegno speso per aiutare le vittime della violenza in giro per il mondo, Fanni Canelles ha accumulato molte storie che meriterebbero di essere narrate in un libro. Alla fine, quando abbiamo deciso di collaborare in questo progetto, tra le tante narrazioni candidate ad essere divulgate, la scelta è caduta sulla storia di Pratheepa, la bambina soldato tamil, ora diventata protagonista de “La bambina con il fucile”.
È così che Massimiliano Fanni Canelles è diventato il mio narratore per questo libro (chiamo narratori coloro i quali mi raccontano oralmente una storia affinché io la scriva, romanzandola), ma non l’unico. Laura Boy e Federica Albini
sono state altrettanto preziose nel fornirmi materiale per il lavoro di documentazione, indispensabile per la stesura
del libro.

Loro raccontavano, io intervenivo con tante domande affinché scavassero nella memoria per recuperare i ricordi nascosti, quelli che, talvolta, seppelliamo sotto strati di polvere e che racchiudono piccole storie, dettagli, tutto ciò che, per un ghostwriter, è prezioso per dare anima ai personaggi di cui deve scrivere.
Intanto, studiavo le fotografie passatemi da Max, guardavo filmati, leggevo libri scritti da autori dello Sri Lanka, e qui ho fatto delle belle scoperte, e libri che parlavano di questa Nazione: la storia, passata e recente, le religioni, le diverse etnie, gli usi e i costumi di una società molto stratificata e, naturalmente, la guerra.

Intanto, studiavo le fotografie passatemi da Max, guardavo filmati,
leggevo libri scritti da autori dello Sri Lanka, e qui ho fatto delle belle
scoperte, e libri che parlavano di questa Nazione: la storia, passata e
recente, le religioni, le diverse etnie, gli usi e i costumi di una società
molto stratificata e, naturalmente, la guerra.

Attraverso tutti gli strumenti di cui potevo disporre, mi sono documentata sui bambini soldato, non solo quelli dell’isola, ma anche, e soprattutto, quelli del resto del mondo. Ho così scoperto che il loro impiego è diffuso in moltissimi Paesi dell’Africa, del Sud America, dell’Asia e del Medio Oriente.
Dopo ore e ore di colloqui, ricerche e approfondimenti, ho incontrato Pratheepa. Io ero a Milano, nel disordine del mio studio, tra pigne di libri, pagine stampate, quaderni di appunti, post it e foglietti volanti. Era mattina presto. Lei era in ospedale per curare il suo bambino a causa del morso di un cane. A Colombo, dove si trovava con Laura Boy, la giornata era già a metà strada. Il collegamento via Skype funzionava a intermittenza. Laura traduceva domande e risposte, io osservavo la scena e, soprattutto, le reazioni di Pratheepa mentre la interrogavo su ciò che mi stava più a cuore. Ho tentato, abbiamo tentato, insieme a Laura, di indagare meglio alcuni dettagli del periodo in cui Pratheepa era stata un soldato e di avere delle conferme su ciò che già sapevamo. Lei ha raccontato cose interessanti senza, però, aprirsi del tutto.
La mia idea di Pratheepa si basava soprattutto sui racconti degli altri protagonisti di questa storia, lo studio del materiale
ricavato dalle mie ricerche e due foto che ho tenuto appiccicate al muro, davanti a me, per tutto il tempo in cui ho lavorato a questo libro. Sono scatti simili tra loro che la ritraggono nel momento in cui incontra Max per la prima volta. Dopo il nostro incontro ho ragionato sul perché avesse scantonato certe domande. Forse aveva paura, forse non poteva parlare. Ho letto molte cose nei suoi occhi e credo che abbia il diritto di scegliere dove mettere il punto alla sua storia e girare pagina, una volta per tutte, nella sua vita.


Adesso, terminata la scrittura, la narrazione è chiusa nel libro che, spero, speriamo, molti avranno voglia di leggere.
Le vicende che raccontiamo si svolgono nello Sri Lanka a partire dal 2000 fino ad arrivare ai giorni nostri.
Rappresentano un pezzo importante della storia di @uxilia, con l’intervento di Fanni Canelles dopo lo tsunami del dicembre 2004. Allora l’isola era ancora dilaniata dalla guerra civile tra Cingalesi e Tamil, un conflitto conclusosi solo nel 2009, dopo 26 anni di lotte. Il libro fa riferimento ad un periodo recente. La storia è di estrema attualità perché tutto ciò che abbiamo raccontato accade anche oggi in ciascuna delle tante guerre che infiammano il mondo.
Scrivere questo libro è stata una bella avventura, dalla quale non sono ancora uscita del tutto. Molti mi chiedono che genere di scrittore io sia, perché preferisca raccontare le storie degli altri e come si possano classificare i “miei” libri.
Sono una ghostwriter. Scrivo le storie che altri mi raccontano.
Rispettando la veridicità dei fatti, le traduco in un romanzo/memoir. Molto spesso, le storie sono di carattere autobiografico. Qualche volta hanno un legame particolare con la Storia, con la esse maiuscola, quella che racconta un contesto preciso, con riferimento ad un Paese e ad una certa epoca, a vicende che hanno inciso sulla storia di un popolo.


Sono convinta che, per tentare di capire quello che accade intorno a noi, per distinguere ciò che è bene e ciò che è male, sia importante entrare nella realtà delle storie della gente comune, uomini e donne con cui condividiamo il quotidiano o che, magari, vivono in posti lontani, in una realtà diversa dalla nostra. Alcune di queste storie esigono di essere raccontate. È necessario vengano diffuse. Per l’autore non è facile scriverle trovando uno sguardo che si spinga oltre la propria condizione. A me, tuttavia, interessa mettermi nei panni degli altri, assumere il loro punto di vista, provare a capire la loro realtà e comprendere meglio le nostre responsabilità. Non possiamo sempre chiudere gli occhi su ciò che ci sta intorno. Penso, inoltre, che scrivere perlopiù delle nostre piccole realtà ed avere lo sguardo puntato solo su noi stessi alla lunga allontani dalla conoscenza di temi più vasti e, forse, ci renda persone sterili.

A me, tuttavia, interessa mettermi nei panni degli altri, assumere il loro
punto di vista, provare a capire la loro realtà e comprendere meglio le
nostre responsabilità.

Sono anche convinta che certi temi vadano affrontati con una partecipazione misurata, senza sbrodolate sentimentali o coinvolgimenti politici. I fatti per i fatti, così come li hanno vissuti i protagonisti. Questo è il modo in cui cerco di tradurre in scrittura le storie che altri mi raccontano.
“La bambina con il fucile” appartiene alla categoria della narrativa non fiction, un genere difficile da inquadrare.
A seconda dei casi, è un po’ memoir, un po’ romanzo, un po’ biografia, a tratti vicino al saggio storico o, magari, al
reportage. Di recente, Martín Caparrós, giornalista e scrittore argentino, ha definito questi testi come “libri senza
un nome”. Nel mio lavoro di ghostwriter, di libri senza un nome ne ho scritti più d’uno. Al di là delle etichette, sono
libri utili. Spingono alla riflessione. Le storie che racconto sono così intense da lasciare il segno nella vita di chi le scrive,
la mia, e spero anche in quella di chi le leggerà perché le vicende narrate non sono frutto della mia immaginazione, sono fatti realmente accaduti in cui si è trovata coinvolta la persona che li ha raccontati. Io li romanzo, li modello in una forma letteraria, decido l’architettura del libro, definisco i personaggi. Infine, scrivo cercando di tenere la giusta distanza dalla storia anche se mi immedesimo fortemente nei miei narratori.
Scrivere “La bambina con il fucile” mi ha costretta a riflettere sul nostro vivere senza curarci di chi subisce violenze o
muore di stenti o sotto le bombe. Ecco qui l’utilità del libro, l’importanza di una lettura che, nella forma del romanzo/
memoir, racconta una storia che porta a riflettere.
Qualcuno potrà obiettare che tratta argomenti difficili che molti non hanno voglia di affrontare. Ma se leggere un libro,
oltre che insegnarci qualcosa, può aiutare un bambino, può consentirgli l’occasione di una vita normale, quale scusa c’è nella scelta di non farlo?
In questo libro, poi, c’è la scoperta di persone straordinarie che cambiano la storia della bambina con il fucile, di tanti “soldatini per forza” e dei piccoli soggetti ad abusi. Ci insegnano che possiamo ancora sperare. Queste persone così speciali costruiscono la speranza con tenacia e determinazione. Magari, una volta letto il libro, potremmo impegnarci
per aiutarli anche noi.

Susanna De Ciechi, ghostwriter e autrice de “La bambina con il fucile”

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