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febbraio 2008 TATO RUSSO E IL SUO VUOTO - corsivo sulla Tempesta di W.Shakespeare. Di Manuel Fanni Canelles*
Se dall’abisso e da quel vuoto
saliamo però i sentieri del monte, potremmo essere distratti da alcune
particolari scelte formali della messinscena. Confessiamo che percepiamo subito
la nostalgia di Yoshi Oida e del suo Ariel nello storico allestimento di Brook.
L’elemento dell’aria che si contrappone alla pesantezza dell’acqua della
tempesta, in Russo rimanda piuttosto a una cultura di fantascienza
cinematografica, sembra quasi di assistere -nella percezione visiva e sonora-
alla rivisitazione dei Pre-Cogs di Minority Report o di altre creature
fantascientifiche contemporanee. Niente contro il contemporaneo, anzi; è che
forse non basta disegnare un personaggio danzante, asessuato e dalla doppia voce
per dipingere l’aria e la sua spiritualità. Si è parlato, inoltre, di
Coscienza; tema chiave tanto da costringere la regia a forzare più volte il
testo, pur di parlare di essa. Essa assume in Shakespeare la sonorità (e la
natura) della voce umana (e per tale motivo è in grado di essere
deliberatamente elusa); piuttosto grossolana dunque (e a tratti invasiva) la
scelta di amplificare sonoramente le parole della coscienza rendendole irreali
e contrapposte al naturale suono delle parole tra i personaggi. Ma non è questo
il momento di formulare un analisi dello spettacolo, dovremmo parlare degli
attori, dei costumi, dell’impianto scenografico. E non ci interessa. Non aver
condiviso alcune scelte stilistiche diventa qui secondario; secondaria diventa
la trama, secondario –a tratti- il testo. Riscendiamo il monte e fermiamoci
alla base dell’abisso; ascoltiamo il silenzio primordiale che risiede nell’uomo.
Questo è Shakespeare, al di la di tutto; un vuoto che prende forma, diventa
parola, immagine. Che son Nell’epoca degli effetti speciali, esiste ancora un pezzo di legno ai lati del quale qualcuno continua a porsi domande.
* regista e attore di teatro e cinema. Direttore di Studio Openspace. |