|
marzo 2008 IL CANTO DEL CIGNO Anton P. Cechov In scena per la rassegna Teatroblog. Con Aldo Vivoda, Andrea Neami. Regia di Christiana Viola e Aldo Vivoda. Musiche di Michele Valentincic di Manuel Fanni Canelles*
FERMO IMMAGINE - d’altronde il tempo è già immobile da un pezzo; primo piano sul viso - buffone/stereotipo da pasta bianca e segni rossi ma in realtà quello che vediamo non è svelato, i segni rossi seguono le rughe ci appare un viso insanguinato, il fondo è raschiato – la camera da presa si allontana; l’immaginifica stadycam continua ad agitarsi sul palco con un piano sequenza –uno sgabello in legno/la sagoma di un toro/un organo al di la di un fondale aperto nel fermo immagine non ci accorgiamo se sono cose o personaggi ma hanno comunque tutti le rughe. Nel fermo immagine –anch’esso immaginifico- c’è solo un oggetto che continua a muoversi soporiferamente dentro l’organo, una ruota in legno –rimanda all’odore del piccolo circo pezzente di strada. Ma lasciamo che i personaggi si scrollino la polvere da dosso e si rivelino AZIONE – Svetlovidov Vivoda sproloquia. anch’esso forse è cosa, non persona, un fondo di bottiglia appunto. Ci sta un po’ stretto il cliché dell’ubriaco urlatore e ci domandiamo che cosa accadrebbe se il protagonista urlasse di meno, ci potremmo interrogare sull’uso del cliché inteso come modello, schema, traccia, stampo / di questo parliamo? Domanda senza risposte, ovviamente, il teatro non da mai delle risposte. Di fatto, però, lo stampo rimanda al gesso ed è forse questo l’odore che prevale, del gesso umido in lavorazione, di qualcosa che si sta formando, rimane incompleto e poi ridiviene ineluttabilmente di nuovo semplice pasta. E allora il cliché ci sta; il viso, il costume, i movimenti possono accogliere il senso dello stereotipo, trasformarlo e renderlo nuovo; ossimoro interessante, forse. E allora non la bellezza salverà il mondo ma l’irreale forte odore dell’immagine, visione cinica di un tempo fermato senza agevolazioni e senza modelli –stampo appunto; abbiamo bisogno di alimentarci con fascinazioni ubriacanti e ubriachi come Svetlovidov Vivoda essere sbattuti a forza dentro immagini fintamente poetiche. Essere accarezzati perché al di la dell’immagine fintamente poetica c’è solo il vuoto di una bottiglia raschiata, ecco il teatro –dice Cechov. E allora il pubblico ubriaco ride perché Vivoda è un ottimo comico arrugginito e l’uso dello spazio vuoto e degli oggetti è l’eredità dei Santi del novecento, da Brook a Mnouchkine. E allora –sembra dire la regia- l’operazione dell’inserto funziona; usiamo pure Shakespeare, l’incantesimo dei suoni e dei rumori, le luci dell’immaginazione e qualunque altra magia; tutto è prodigioso purché all’interno dell’inserto e fuori dal reale, dentro e fuori la bottiglia. Ma quando una gabbia ha le pareti di vetro forse non riusciamo a distinguere i limiti della nostra prigionia. E il riso diventa amaro, come quello di un buffone invecchiato. E quello che rimane è il forte odore di gesso. * Manuel Fanni Canelles è regista e attore di teatro e cinema. Direttore di Studio Openspace.
|