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Mensile di promozione sociale
Direttore: Massimiliano Fanni Canelles
Editore @uxilia Onlus - Aut. Trib. Trieste n°1089 del 20/07/2004 - ROC Aut.Ministero Comunicazioni n° 13449
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Articoli pubblicati su "il giornale", "vita no profit"

Diario a Baghdad

Il vociare di una lingua per noi difficilmente comprensibile alimentava la confusione che imperava nei nostri pensieri quando alla discesa dell’Airubus 220 della Royal Jordan ci siamo trovati al controllo doganale dell’aeroporto di Amman in Giordania. Ad aspettarci con una macchina noleggiata per l’occasione c’era Hmoud Alqassem un architetto del luogo che aveva vissuto molti anni in Italia e che avevamo contattato grazie alle indicazioni di alcuni nostri amici. Il nostro obiettivo era quello di aiutare i bambini dell’ospedale pediatrico Al Mansud di Baghdad grazie ai finanziamenti del “Il Giornale” e dell’”Unità” in collaborazione con il Burlo Garofolo e con la SPES di Trieste. 25.000 dollari, posti in un marsupio ascellare di Marino Andolina, sarebbero serviti per pagare gli stipendi ai dipendenti ospedalieri, mentre i restanti 25.000, da utilizzare per comprare farmaci ed attrezzature, erano nascosti in un doppio fondo dei miei indumenti.

La prima tappa del nostro viaggio programmata da Hmoud è il campo palestinese di Bakaà vicino ad Jerash dove, non essendoci l’obbligo di pagare il dazio doganale, acquistiamo strumenti, antibiotici, chemioterapici, fattori antiemofilici ad un prezzo inferiore.

Il giorno seguente, nella Suburban Chrysler noleggiata e riempita fino all’inverosimile, osservo per ore un paesaggio “marziano” costellato da sabbia, sassi e da un vento caldo che penetra nelle orecchie, secca le labbra e ferisce gli occhi. Finalmente dopo 14 ore di deserto entriamo a Baghdad, più precisamente arriviamo nel rione di Adhamya, dove si trova il nostro alloggio affittato in una missione precedente. Troviamo le strade e le abitazioni senza corrente elettrica ma soprattutto, come nel resto della città, senza acqua. Attimi di disorientamento seguiti da tentativi di organizzare la situazione e la sera arriva presto. Dopo il coprifuoco i nostri discorsi sono coperti da numerosi scambi di arma da fuoco che echeggiano nell’aria calda della notte.

La mattina seguente Kcelid Altei, ingegnere elettronico, non arriva, con lui abbiamo appuntamento per recarci all’ospedale Al Mansud. Marino Andolina passeggia nervosamente sulla sabbia davanti all’appartamento. Sappiamo che i dipendenti dell’ospedale ci attendono per ricevere gli stipendi e non possiamo rimandare. Un vecchio Taxi senza vetri passa fortunatamente nella strada di fronte a noi, Andolina quasi facendosi travolgere lo ferma per arrivare all’appuntamento prima possibile. Io nel frattempo contatto il vicinato per procurarmi un gruppo elettrogeno e rimettere in sesto la porta di casa che non si chiude. Passa quasi un’ora finché, timidamente, arriva Kcelid con una vecchia e sgangherata Fiat 124. Carichiamo quindi i farmaci e ci rechiamo velocemente ai reparti di degenza dell’ Al Mansud.

In ospedale la situazione è tragica, la corrente elettrica è mantenuta con un generatore, ma i pazienti sono senza acqua e le condizioni igieniche e sanitarie peggiorano di giorno in giorno. Abdul Majeed Hammadi, direttore del reparto ematologico, mi spiega che tutti i servizi sono sospesi (sale operatorie, ambulatori ecc.), solo quelli di emergenza rimangono funzionanti nel limite del possibile. Accompagnato da alcuni medici giro spaesato fra i reparti dell’ospedale, urla e pianti confondono i miei pensieri, dovunque ci sono bambini in lacrime, denutriti, alcuni sotto una coperta appena deceduti, madri sedute per terra che allattano i loro piccoli, padri infuriati nel vedere i loro bambini in preda a sofferenze indescrivibili. Cerco nei limiti del possibile di farmi tradurre le cartelle cliniche dei pazienti più critici nella speranza di poter salvare qualcuno di loro portandolo in Italia. Saja Naim, una stupenda bambina dagli occhi neri, ha una leucemia acuta, sta morendo, ed avrebbe bisogno di un trapianto di midollo. Oppure Ali Iaseim di 4 anni, sta perdendo l’uso del braccio sinistro per un tumore benigno che provoca gravi emorragie, ma potrebbe essere salvato se si potesse intervenire chirurgicamente. I medici continuano a parlarmi, spiegano le loro esigenze ma in questo momento tutti i miei pensieri sono focalizzati nel salvare queste ed altre piccole vite. Mi presento allora alla delegazione italiana in Iraq presieduta da Gian Ludovico de Martino. Sono bastate poche parole e la paura e la frustrazione che imperava in me si trasforma come d’incanto in orgoglio nazionale. Non solo ci viene promesso tutto l’aiuto per riuscire a portare in Italia 10 bambini ma la delegazione si sarebbe occupata anche di fornire i documenti necessari all’espatrio sia dei piccoli pazienti che dei genitori accompagnatori.

La missione pian piano volge al termine. Nei giorni seguenti visitiamo i bambini che arrivano costantemente dalle terre vicino a Baghdad e che attendono un posto letto in ospedale. Consegniamo ed installiamo nel reparto di ematologia i telefoni e le parabole satellitari che ci permetteranno di rimanere in contatto con i medici del posto. Carichiamo frequentemente di acqua minerale la nostra autovettura per distribuirla, sotto il controllo dei soldati americani, ai bambini assetati che, orfani dei genitori, vivono nelle strade di Baghdad. Riusciamo infine anche a parlare con Saieb Algailani direttore del servizio sanitario iracheno che appoggia completamente le nostre iniziative e ci spiega esattamente tutte le drammatiche necessità del suo paese, come l’assenza di trasporti, di scuole e di strumenti per la comunicazione.

Al ritorno, osservando il paesaggio statico del deserto, ripenso alle esperienze passate, mi chiedo quanto sia riuscito ad aiutare la popolazione irakena ma soprattutto quanto loro mi possano aver insegnato, e mi ritornano in mente le parole del Mahtma Gandhi:” la povertà si può vincere con un sistema costruttivo ed è di fondamentale importanza combattere l'ingiustizia anche a costo della propria vita”.

 

Diario di viaggio di un medico. Gli orfanotrofi, orrore di Kabul

All'arrivo a Kabul mi aspetta Chiara Giacco, volontaria del Gvc, una organizzazione non governativa italiana operativa in Afghanistan. Mi avverte subito di non toccarla nemmeno per salutarla, per evitare problemi con la polizia locale. Dobbiamo fare in fretta, perché l'ambulatorio gestito dal Cimic (l'organismo militare italiano per la cooperazione civile - militare) sta aspettando il Pentostam, farmaco per la cura della leshmaniosi che qui affligge migliaia di persone. Infatti, all'arrivo alla clinica Hope, una calca di bambini con il viso deturpato dalla malattia e madri coperte interamente dal burka ci stanno aspettando.
Assieme al tenente Ferraresi e al capitano Mazzarolo, responsabili del Cimic, cominciamo subito la distribuzione e, vista la quantità di pazienti, mi metto anch'io i guanti e prendo le siringhe d'insulina per iniettare la medicina in prossimità delle lesioni ulcerate. Passano le ore ma i bambini crescono di numero. Arrivano con camion, moto sgangherate, carretti e muli, accompagnati da qualche parente. Mentre continuo il mio lavoro parlo con Abdul, un dottore afghano che collabora nella clinica, che mi spiega che sono le mosche del deserto, simili a zanzare, a pungere il viso dei bambini inoculando il parassita della leishmaniosi.

I topi in corsia
La prima notte è passata in un baleno. Alle 6.30 di mattina, portiamo il materiale sanitario all'ospedale pubblico, che tutti chiamano Kartasè ma che ufficialmente porta il nome di Ali Abad Hospital. All'arrivo un personaggio dalle sembianze umili, con in tasca uno stetoscopio, ci aspetta: è il direttore. Ci accoglie in una stanza fatiscente di 30 metri quadri che funge da pronto soccorso: finalmente posso consegnare tutto il materiale sanitario che da giorni porto con me (aghi di sutura, siringhe, garze, guanti, cateteri, set per prelievi). Ma l'orrore mi colpisce quando il direttore mi propone d'accompagnarlo nei reparti: brande di legno e paglia, stracci sporchi di feci e urina, topi che squittendo scappano via mentre passo, un insopportabile odore. I pazienti abbandonati per terra o in letti semidistrutti, alcuni nei cortili, altri nelle tende, altri in strutture di fango e paglia. Non vedo materassi, mancano servizi igienici o di semplice pulizia ed è completamente assente l'assistenza infermieristica. Gli scarafaggi sono dappertutto e miriadi di mosche depositano le loro larve sulle ferite di pazienti incoscienti.
Il direttore, stanza dopo stanza, mi parla della difficoltà di disinfettare gli strumenti, dell'impossibilità di intraprendere una terapia antibiotica adeguata, di usare l'anestetico. Alcuni mostrano le ferite provocate dai morsi dei topi o dalle punture degli scorpioni, mi rendo conto di come a Kabul sia impossibile eseguire esami radiografici adeguati, analisi del sangue, delle urine e delle feci o dializzare i pazienti con insufficienza renale, costretti a morire o a trasferirsi in Pakistan.

In sala mensa
Mi aspettano i bambini dell'orfanotrofio Allahuddin, che con i soldi dei nostri donatori abbiamo restaurato, grazie al lavoro della Gvc e del Cimic che si sono occupati d'ingaggiare personale afghano. I nostri intenti, infatti, sono sia d'aiutare la popolazione che stimolare un'economia in loco. All'arrivo scorgo una testa che spicca autoritaria dalla folla di bambini: è il direttore, che m'aspetta per ringraziarmi dell'aiuto avuto dalla Spes. Le cucine sono finalmente funzionanti, i bimbi possono usufruire di una sala mensa con tavoli e sedie, le aule e le camere sono restaurate a nuovo, con banchi e suppellettili degni di una scuola occidentale. Orgoglioso cammino per l'edificio seguito dalla squadra di calcio dell'orfanotrofio, alla quale gli infermieri del mio ospedale hanno donato le divise. La sera, al lume di candela (la corrente elettrica è presente una o due ore al giorno), mangio pane azzimo, riso e fagioli mentre mi spiegano come il regime integralista, che aveva vietato per anni l'istruzione e la comunicazione, ha causato la più alta mortalità materna al parto di tutto il mondo.

L'oratorio delle ong
Con una macchina della Gvc arriviamo all'Asciana Center, una specie di grande oratorio gestito da ong locali, dove ai bambini di strada s'insegna una professione o un interesse più produttivo dell'elemosina. La prima cosa che spicca è l'insegna dipinta sul legno, che vieta di fumare e di sparare con armi automatiche nelle aule… I bambini sono in pessime condizioni igieniche, molti senza scarpe e con vestiti stracciati, sporchi, trasandati, intimoriti dalla mia macchina fotografica ma molto concentrati sui loro lavori. Nel pomeriggio mi chiama il responsabile di tutti gli orfanotrofi della zona e mi racconta di quello di Parwan, dove i bambini dormono su assi di legno prive di materassi. Appena usciti, Simona, grazie alle sue amicizie, riesce ad acquistare un centinaio di materassi (un miracolo qui a Kabul).

L'inferno di Parwan
Il giorno dopo, alle 5 di mattina, saliamo con i materassi sul camion, che viaggia per il peso a velocità ridotta, e arriviamo al villaggio di Parwan. È necessario chiedere il permesso al capo villaggio per entrare. Così, dopo essere scesi dai mezzi, c'incamminiamo verso la sua abitazione, senza armi e con la sola protezione del giubbotto antiproiettile. Lì ci attende con il consiglio degli anziani. L'atmosfera è gelida, quasi inquisitoria ma, dopo esserci presentati come italiani che vogliono aiutare i bimbi dell'orfanotrofio, cominciano a comparire alcuni abbozzi di sorriso. Entriamo: la situazione è agghiacciante. Brande fatiscenti di ferro arrugginito e legno, posizionate a castello, rette da corde e mattoni in un equilibrio precario. Un vento polveroso soffia forte, alle finestre c'è solo nylon stracciato, proprio qui, dove d'inverno si raggiungono anche i 30 gradi sotto zero. L'unico bagno è un buco all'aperto. La fonte d'acqua è un ruscello che arriva dalle montagne. Non è descrivibile la gioia dei bambini quando, arrivato il camion, diciamo di prendere a turno il loro materasso…
Il mio soggiorno a Kabul sta per finire, ma devo visitare l'orfanotrofio di TaeMaskan, situato nella periferia ovest. Anche qui la situazione non è rosea: la cucina sembra un antro infernale. Con fuochi e pentoloni dappertutto, in un mare di carbone e fuliggine. La sala mensa è immersa in cumuli di polvere di carbone e muffa, con tavolate in legno marcio e tarlato che toglierebbero fame a chiunque. Prendo nota. Ma mi chiedo quale miracolo potrà porre argine a questo disastro.

 

I piccoli iracheni salvati dai lettori del "Giornale"

 

La salvezza o la morte dei bambini ricoverati all’ospedale Al Mansour di Bagdad è in mano ai medici dell’Ospedale Burlo Garofolo e della SPES di Trieste, onlus specializzata nel recupero delle popolazioni nelle zone di guerra. Questo è emerso dalla conferenza stampa svoltasi ieri mattina proprio all’ospedale infantile di Trieste dove erano presenti, oltre ai medici coinvolti nelle missioni, anche Emilio Terpin, commissario straordinario dell’ospedale, e Roberto Papetti, vicedirettore del “Il Giornale”, che insieme all’”Unità” ha finanziato il progetto con 173 mila euro ricevuti in donazione dai cittadini italiani.

A Medinat Al Tub, la città ospedaliera di Bagdad, dove sorge l’Al Mansour, la mortalità infantile è sei volte superiore a quella italiana. «I piccoli pazienti non hanno neanche l’acqua per bere o per lavarsi, le sale operatorie non funzionano, gli ambulatori sono inesistenti, la disinfezione è impossibile. Mancano farmaci, soluzioni di infusione e sangue per le trasfusioni», specifica Marino Andolina, pediatra del Burlo Garofolo, appena tornato dalla capitale Irakena. Ma i bambini stanno morendo anche perché il personale è sempre più assente. «Per ora siamo riusciti ad evitare la fuga in massa dei medici e degli infermieri dagli ospedali pagando gli stipendi ad oltre 500 dipendenti che non percepivano soldi da mesi», continua Andolina. «Abbiamo anche portato antibiotici, chemioterapici e fattori antiemofilici, ma la situazione rimane drammatica». Infatti il progetto di aiuti è solo all’inizio, numerose missioni sono in programma a cadenza mensile per completare le forniture all’ospedale, portare altri soldi e medicinali ed organizzare un sistema di audio e videoconferenza satellitare per un continuo scambio di informazioni fra i medici dell’ Al Mansour e quelli del Burlo Garofolo. Una sorta di gemellaggio che permetterà ai medici italiani di aiutare costantemente l’ospedale di Bagdad, ma anche di conoscere meglio e più da vicino patologie ormai quasi sconosciute nei nostri territori come il “Kala Azar” o bottone d’oriente, diffusissimo in tutto l’Iraq.

«La Leishmaniosi», spiega Dario Sarto, medico della SPES, «è la denominazione occidentale di questa malattia. La causa è un protozoo intracellulare, la Leishmania, che viene inoculato da insetti del genere flebotomi chiamate mosche del deserto». Se la malattia si localizza solo a livello cutaneo è curabile con iniezioni di antiparassitario nella zona della lesione, ma se penetra negli organi interni la vita del soggetto colpito è seriamente a rischio. «I farmaci necessari al trattamento di questa parassitosi costano pochissimo», continua Dario Sarto. «Con tre euro possiamo trattare decine di bambini, ma alcune volte il problema è arrivare in tempo prima che il parassita diffonda all’interno dell’organismo».

Ma gli aiuti ai bambini iracheni affidati a questo gruppo di medici va oltre ogni aspettativa, su richiesta specifica di Marino Andolina e del dott. Fanni Canelles, la delegazione italiana in Iraq, presieduta da Gian Ludovico de Martino, ha promesso ogni aiuto per riuscire a portare in Italia almeno 10 bambini affetti da patologie gravi e non curabili nelle strutture sanitarie del medio oriente. La delegazione si occuperà anche di fornire i documenti necessari all’espatrio sia dei piccoli pazienti che dei genitori accompagnatori. «Due bambini sono già nella lista della salvezza», spiega Andolina. «Ali Iaseim, un bambino di 4 anni, è stato portato dal padre all’ospedale Al Mansour dopo un viaggio a piedi nel deserto». Il bambino è costretto a portare una vistosa e rigida fasciatura alla spalla sinistra per contrastare un’emorragia provocata da un tumore benigno che a Bagdad attualmente nessuno è in grado di operare. «Saja Naim, una stupenda bambina di 12 anni dagli occhi neri sta morendo per una leucemia acuta», riprende Andolina. «Durante la guerra, dopo aver perso nei bombardamenti sia la casa che la loro attività di sostentamento, lei e la sua famiglia hanno dovuto vivere nei sobborghi di Bagdad. Ma ora, proprio quando la speranza di ricostruire la propria vita in un paese libero cominciava ad essere consistente, Saja si è ammalata». Il padre l’ha portata in ospedale dove i medici, utilizzando l’ultimo ago per biopsia midollare che ancora avevano, hanno diagnosticato una grave forma di leucemia acuta. «A Saja mancano solo pochi giorni di vita», riprende Andolina. «Solo un trattameno chemioterapico ed il trapianto di midollo immediatamente successivo potrebbe salvarle la vita».

L’embargo prima e la guerra poi hanno portato allo stremo una popolazione dove l’orgoglio di essere la culla della civiltà erano alla base di ogni regola sociale. Tutto quello che è nelle possibilità di questi medici e degli ospedali che gli appoggiano verrà fatto per soccorrere il popolo irakeno. Ma come spiega Marcello Gaspa, presidente della SPES, altri paesi sono nel mirino delle iniziative di soccorso, l’ Afghanistan in prima battuta. In questo paese sono stati portati dalla SPES i fondi necessari per la ristrutturazione di alcuni orfanotrofi e la SPES sta raccogliendo i soldi necessari a  portare corrente elettrica e luce a Khowst, un paese sperduto dell’ Afghanistan orientale.

 

I sabotatori tagliano luce e acqua e poi danno la colpa agli americani

 

Gli americani sono come Saddam non c’è nessuna differenza! Speravamo di essere liberati dalle  sofferenze ed invece i nostri dolori sono peggio di prima! Speriamo che i nostri ribelli mandino via gi americani! All’entrata a Bagdad i nostri occhi o meglio le nostre orecchie sono allibite. Tutta la popolazione di Bagdad con la quale intavoliamo un discorso ci esprime il loro disappunto verso gli americani che solo per cortesia nei nostri confronti (loro alleati) non era espresso come odio. Non capiamo cosa sta succedendo, siamo partiti per portare medicinali, strumenti e dollari all’ospedale pediatrico Al Mansour di Badad grazie ai fondi del Giornale e dell’Unità pensando di trovare un popolo libero pronto a rigenerare il proprio paese ed invece troviamo malcontento e incitamenti alla ribellione verso i “conquistatori americani”. Il clima è insopportabile un vento caldo superiore ai 40 gradi entra nelle nostre orecchie, secca le labbra e brucia gli occhi, ma finalmente arriviamo al nostro alloggio, precedentemente affittato, e capiamo cosa sta succedendo. In casa non c’è corrente elettrica (non possiamo accendere la luce e i condizionatori), non c’è gas, ma soprattutto non c’è acqua ne per bere ne per lavarsi. Chiediamo spiegazioni ai nostri vicini di casa che ci rispondono: da giorni Bagdad è sotto un caldo torrido ed afoso (atipico per questa città) e gli americani hanno tolto l’acqua e la corrente alla popolazione per punirci di non essere disciplinati. Ed aggiungono: solo chi ha soldi può permettersi un generatore di corrente e acqua minerale per bere. Eravamo allibiti che gli Stati Uniti potessero portare torture simili ad una popolazione innocente già martoriata da guerre e sofferenze. Cerchiamo di adattarci alla meno peggio, riusciamo anche a comprare da amici dei vicini un piccolissimo generatore per caricare le pile del satellitare e del computer ed andiamo a letto subito prima del coprifuoco. Nei nostri ultimi discorsi è evidente il proponimento di chiedere spiegazioni alle autorità e ai dirigenti dell’ospedale, quando cominciano numerosi scambi di arma da fuoco fra truppe americane e milizie irregolari che si protraggono per lungo tempo. Durante questo inquietante sottofondo i nostri pensieri vagano sulle possibili spiegazioni di tutto quello ai quali eravamo stati testimoni ma il dubbio che si tenti con la forza di sopprimere una popolazione senza controllo attanaglia anche a noi. Il giorno dopo, di mattina presto, non senza difficoltà, arriviamo all’ospedale e con orrore riscontriamo che anche qui la corrente elettrica è mantenuta grazie ad un generatore e che non c’è acqua corrente ne per i servizi principali ne per i pazienti. A questo punto chiediamo ai medici del reparto di ematologia pediatrica come possono gestire questa situazione e da cosa dipenda tutto questo. Con un po’ di timidezza, quasi avessero paura di quello che stavano per dirci ci rispondono che la situazione è critica ma che la colpa non è degli americani, che anzi fanno il possibile per portarci acqua ed energia elettrica quando possibile. E poi aggiungono: “sono state le milizie filo-Saddam che hanno fatto esplodere le condutture che portano carburante alla centrale elettrica e Bagdad è rimasta senza energia”. A questo punto cominciamo a capire cosa sta realmente succedendo ed il nostro taxista (un ingegnere elettronico che utilizza questo lavoro per vivere) ci completa il quadro della situazione: ci racconta del tentativo sistematico di condizionare la popolazione alla ribellione con racconti popolari infondati ma soprattutto con operazioni di disturbo e sabotaggio delle strutture indispensabili alla vita per darne la colpa agli americani. Ed è proprio quello che in questi giorni è successo togliendo il combustibile alla centrale elettrica che non ha pouto più fornire energia per alimentare la popolazione ma che soprattutto non ha alimentato più le pompe dell’acqua indispensabili per le forniture in una città completamente pianeggiante come Bagdad.

Non trovo le parole adatte a rispondere a queste tesimonianze, rimango zitto fino a quando mi metto d’accordo con il mio taxista per i trasferimenti della giornata successiva, scendo dalla macchina per avvicinarmi al mio appartamento, cammino con gli occhi persi nel vuoto, pensando alle sofferenze del popolo irakeno ai vecchi e bambini senza acqua in un caldo torrido e a Saja Naim, una stupenda bambina dagli occhi neri, che sta morendo all’Ospedale Al Mansour per una leucemia acuta e che forse la burocrazia non mi darà il tempo per organizzare il suo trasferimento al reparto trapianti ematologici del dott. Andolina dell’Ospedale Infantile Burlo Garofolo di Trieste.

 

 

All'ospedale di Kabul si opera come 4000 anni fa

Brandine di legno e paglia, stracci sporchi di feci ed urina, topi che squittendo scappano via al nostro passare, un odore acre insopportabile che penetra nelle narici e nei pori della pelle. Non stiamo entrando in un carcere dimenticato dal mondo o in qualche capanna alla periferia di una metropoli del terzo mondo ma a Kartasè l'ospedale pubblico di Kabul. I pazienti sono abbandonati per terra o in brande fatiscenti adagiati come cadaveri uno sull'altro. Non ci sono materassi, mancano servizi igenici o di semplice pulizia ed è completamente assente l'assistenza infermieristica, gli scarafaggi corrono dappertutto e miriadi di mosche depositano le loro larve sulle ferite dei pazienti incoscienti. Non riusciamo a credere a quello che appare ai nostri occhi, parliamo con un medico che ci racconta le situazioni fatiscenti nelle quali sono costretti a prestare soccorso: «non esiste la possibilità di disinfettare gli strumenti, difficilmente è disponibile una terapia antibiotica adeguata e qualche volta anche l'utilizzo dell'anestetico è impossibile». Per trattare gli ematomi subdurali provocati da una trauma cranico i chirurghi sono costretti ad agire esattamente come facevano gli antichi egizi più di 4000 anni fa. Infatti senza alcun supporto farmacologico e non essendo possibile eseguire esami radiografici per focalizzare correttamente la lesione, con un trapano provocano dei buchi casuali nel cranio del paziente fino a quando riescono a trovare l'ematoma da drenare. Una situazione questa simile anche negli altri reparti sia chirurgici che medici dove mancano medicinali, cateteri, aghi e filo di sutura, garze e guanti sterili ma soprattutto manca la possibilità di eseguire esami del sangue, delle urine e delle feci i macchinari per le radiografie rislagono agli anni 40 e manca in tutto l'Afhanistan la possibilià di eseguire una Tac o dializzare i pazienti con l'insufficienza renale che sono costretti a morire o a trasferisrsi in Pakistan.
Una situazione assurda che è però da collegare a 30 anni di guerra ed integralismo che la popolazione di questo paese è stata costretta a subire. Benché molti aiuti siano arrivati in Afghanistan da ONG, paesi occidentali e da privati quello che manca è l'educazione alla civiltà e l'istruzione. I regimi integralisti hanno vietato per anni l'istruzione e la comunicazione. Non è mai esistita la radio e la televisione, le popolazioni dei villaggi sparsi nel vasto territorio montuoso per mancanza di soldi, macchinari e per un clima ostile non hanno potuto scambiarsi nemmeno informazioni verbali. La cultura scolastica ma anche quella popolare progressivamente è stata dimenticata e le nuove generazioni hanno insegnato sempre meno a quelle successive con il risultato che in Aghanistan c'è la più alta mortalità materna al parto di tutto il mondo. Nessuno infatti è più a conoscenza di come girare un bambino se non si presenta correttamente al travaglio o cosa fare se il parto risulta più difficile del previsto. E sempre per mancanza di cultura in Afghanistan c'è la più alta percentuale al mondo di nati malformati. In questo paese infatti è tradizione che il marito compri la propria moglie in denaro o in oggetti; ma essendo tutte famiglie estremamente povere gli uomini sono costretti a scegliere la sorella o la cugina che costano molto meno perché loro parenti. Noi da tempo sappiamo che l'accoppiamento fra consanguinei è la prima causa di malformazione fetale ma ancora in Afghanistan questo argomento è vietato perché invenzione dell'occidente.
Quello che oggi risulta più drammatico è che questo paese viene progressivamente sempre più escluso dagli aiuti umanitari. A Kabul ancora sono operative numerose organizzazioni che molto fanno per la popolazione, fra queste spiccano la Cooperazione Italiana, la GVC, la SPES e il CIMIC dell'Esercito Italiano, ma i soldi stanno per finire e di conseguenza anche gli aiuti. Invece proprio in questo momento dove tanto è stato fatto nella fase di emergenza tanto dovrebbe essere fatto per riproporre una cultura ad una popolazione allo sbando che meriterebbe un'adeguata istruzione. Se non permettiamo a questo paese di camminare con le sue gambe per poter poi correre con i paesi vicini tutto quello che è stato fatto fin'ora sarà stato fatto invano. L'afghanistan ritornarà quindi dimenticato come era prima dell'11 settembre, dimenticato dall'occidente, dagli uomini ma speriamo non dimenticato da Halla.

 

La delegazione italiana salva i bambini di Baghdad

 

Nei corridoi polverosi dell’ospedale infantile Al Mansud il frastuono provocato dalle urla e dai lamenti dei piccoli pazienti mi impedisce di dialogare correttamente con i colleghi irakeni. Ovunque ci sono bambini in lacrime, denutriti, alcuni sotto una coperta appena deceduti, madri sedute per terra che allattano i loro piccoli, padri infuriati nel vedere i loro bambini in preda a sofferenze indescrivibili. Abdul Majeed Hammadi, direttore del reparto ematologico dell’ospedale pediatrico di Baghdad, mi spiega come tutti i servizi siano sospesi a causa della mancanza di corrente elettrica e di acqua. Le sale operatorie sono ferme, gli ambulatori non funzionano, la disinfezione è impossibile; mancano farmaci, soluzioni di infusione endovenosa e sangue trasfusionale. Benché venga continuamente coinvolto nelle disperate richieste di aiuto dei genitori dei bambini ricoverati, cerco di spiegare ai responsabili dei reparti di degenza come il nostro arrivo in Iraq sia finalizzato a portare loro soldi, attrezzature e farmaci, grazie ai finanziamenti del “Il Giornale” e dell’”Unità” in collaborazione con l’ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste. La mia visita continua, il mio sguardo incrocia spesso quello disperato ed interlocutivo dei genitori e dei loro bambini. Percepisco come le loro espressioni raccontino le paure e le sofferenze passate, ma anche come in loro ci sia la speranza, anche grazie al nostro aiuto, di poter superare e risolvere i loro problemi. Le lacrime scorrono lentamente segnando il viso di Ali Iaseim, un bambino di 4 anni. Il padre disperato me lo porge nel tentativo di cogliere la mia attenzione e a gesti mi implora di aiutare il suo piccolo. La spalla sinistra è vistosamente avvolta da una benda che cerca di fermare un’emorragia che continua da giorni. Il tumore di cui è affetto il bambino è benigno e se l’ospedale funzionasse e, se ci fossero i chirurghi adatti, potrebbe essere asportato. I medici mi raccontano come il padre abbia attraversato il deserto a piedi con il piccolo in braccio per arrivare a Bagdad dal nord dell’Iraq e come, dopo la guerra, il suo villaggio sia incapace di sopravvivere economicamente. Ma molte sono le storie di degrado, Saja Naim, una stupenda bambina di 12 anni dagli occhi neri sta morendo per una leucemia acuta. Durante la guerra, dopo aver perso nei bombardamenti sia la casa che la loro attività di sostentamento, lei e la sua famiglia hanno dovuto vivere nei sobborghi di Bagdad. Ma ora, proprio quando la speranza di ricostruire la propria vita in un paese libero cominciava ad essere consistente, Saja si ammala, è sempre più debole, pallida, perde sangue, ha febbre. Il padre la porta in ospedale dove i medici utilizzano l’ultimo ago per biopsia midollare che ancora avevano. Il responso è drammatico, la prognosi è infausta e se non potrà essere trapiantata a Saja mancano solo pochi giorni di vita.Mi sentivo impotente, avevamo consegnato gli stipendi al personale dell’ospedale per l’ammontare di 25000 dollari, avevamo portato antibiotici, chemioterapici e fattori antiemofilici per altri 15.000, ma mentre visitavo quella bambina il senso di frustrazione per non riuscire a dare speranza ai genitori e a salvare le vite di questi bambini annebbiava tutti i miei pensieri. Mi rivolgo allora alla delegazione italiana in Iraq, presieduta da Gian Ludovico de Martino, che avevo avuto l’occasione di sentire per telefono alcuni giorni prima. Il loro lavoro è encomiabile, in tutto il periodo nel quale sono stato a Bagdad si sono preoccupati di conoscere la mia posizione ed i miei spostamenti. Ma ora avevo bisogno di qualcosa di più, avevo bisogno di un loro appoggio per portare in Italia i bambini più gravi e quelli che non potevano essere curati a Bagdad. Ero scettico, troppe erano le difficoltà, indescrivibili i cavilli burocratici possibili, ma per fortuna mi sbagliavo. Già dopo poche parole mi rendevo conto della disponibilità e dell’umanità della nostra delegazione. Non solo mi viene promesso tutto l’aiuto per riuscire a portare in Italia 10 bambini, ma la delegazione si sarebbe occupata anche di fornire i documenti necessari all’espatrio sia dei piccoli pazienti che dei genitori accompagnatori. Esco dall’ambasciata più sereno e fiducioso, ancora angosciato per tutto quello che mi resta da fare; ma vi assicuro che nella situazione in cui mi trovavo sapere di contare sull’aiuto del proprio paese non è una cosa da poco.

 

L'esercito italiano è una sicurezza per Kabul

 

E’ di poche ore la notizia che gli Stati Uniti vorrebbero una diversa utilizzazione del contingente italiano in Afghanistan, una proposta questa che se venisse resa operativa potrebbe modificare l’organizzazione degli aiuti umanitari in questo territorio. A Kabul come nei villaggi più remoti del deserto afgano i nostri soldati infatti sono conosciuti e rispettati ed ottengono con umanità ospitalità e collaborazione. E proprio grazie a questo rapporto di fiducia, costruito passo dopo passo con abile diplomazia, il portare al petto la bandiera italiana è diventato il simbolo di un lasciapassare universale.

«Qualche vostro mezzo potrebbe passare nei pressi di Parwan?», «Potreste venire  insieme a noi verso Allahuddin?». Sono le domande che soldati di diverse nazioni di stanza in Afghanistan fanno spesso ai militari italiani per uscire dalla base dell’ISAF di Kabul. Non sono missioni coordinate da più nazioni ma una semplice sicurezza per i soldati non italiani. Benché quasi ogni afghano circoli armato dal proprio Kalashnikov e l’aggressività e la durezza di questo popolo siano temperate da anni di guerra e sofferenze, con la bandiera italiana a Kabul si circola senza grandi pericoli e spesso i militari di altre nazioni si sentono più sicuri uscendo dalla base insieme a mezzi italiani.

Il gruppo militare predisposto ad ottimizzare i rapporti fra il nostro esercito e la popolazione locale è il CIMIC (cooperazione civile-militare), il suo operato è determinante per integrare fra loro il personale dell’ ISAF, la popolazione Afgana e le varie Onlus, Organizzazioni Governative e Non Governative presenti nel territorio (GVC, SPES).

Una delle maggiori piaghe di questo paese è la leshmaniosi, una malattia provocata da un parassita inoculato durante la puntura di un insetto simile ad una zanzara. Molti forse sanno che migliaia di bambini sono ammalati da questa parassitosi, alcuni in forma grave altri solo sulla pelle, ma quello che pochi sanno è che il nostro Esercito direttamente si adopera per il trattamento di questa malattia altrimenti mortale. Settimanalmente vengono seguiti, regolarmente, 15/20 bambini con la cute deturpata e gli organi invasi dalla leshmania e mediamente altri 30/40 bambini alla settimana ricevono visite e cure per altre patologie. A questa attività si affianca quella coordinata con il Servizio Veterinario che sta promovendo in scala sempre maggiore la profilassi dei capi di bestiame nella regione di Kabul. Mediamente viene effettuata la profilassi da 100 a 200 capi ogni settimana. Operazioni queste importanti anche per la salute della popolazione perché garantire mandrie di bestiame sane vuole dire prevenire le numerose malattie che le carni infette possono trasmettere all’uomo.

Chiunque sia stato a Kabul si è reso conto di quanto grave sia la mancanza di qualsiasi forma di igiene. Le fogne sono a cielo aperto con il vento che spesso porta i liquami organici all’interno delle abitazioni, l’acqua spesso scarseggia e ristagna nei pozzi colonizzati da ogni tipo di insetto. Ma dall’agosto scorso è stata attivato dal CIMIC il progetto di sanificazione delle acque stagnanti della città con trattamenti che si ripetono a cadenze regolari ogni 15 giorni. Il risultato è stata una diminuzione del 30-40% degli insetti che infestavano il territorio.

Altrettanto impegnativa è l’attività rivolta al miglioramento delle infrastrutture che viene realizzata dal CIMIC attraverso l’utilizzo dei soldi italiani ed impiegando aziende locali per stimolare l’attività imprenditoriale. Solo nell’ultimo mese sono stati inaugurati, un ponte e due pozzi d’acqua e sono stati effettuati i sopraluoghi tecnici per realizzare altri quattro pozzi in aree geografiche impervie e difficilmente raggiungibili.  

Ma ancora non è tutto, l’inverno a Kabul è un inferno gelido, la temperatura nella citta che è posta a 1900 metri sopra il livello del mare può raggiungere i 40° sotto zero. Per fortuna i nostri militari distribuiscono ai bambini di strada, grazie alle donazioni di privati, della Croce Rossa e della Caritas, i capi di vestiario adatti ad un clima così  rigido.

In accordo con le decisioni prese a Bonn l’Esercito Italiano ha avuto il compito di creare le condizioni adatte a consentire la reintegrazione dell’Afghanistan quale nazione autonoma nella Comunità Internazionale. Grazie all’umanità che ci contraddistingue il nostro Esercito sta svolgendo a pieno tale funzione, probabilmente alcuni compiti cambieranno in funzione di modifiche dello scenario internazionale ma importante è che l’Italia possa ancora portare con il suo Esercito di pace aiuti e speranza alla popolazione di questo territorio.

 

 

La cooperazione fra militari e civili è fondamentale per le forze di pace

 

Il dibattito sul "Droit d'ingerence", il diritto d'intervento da parte dello stato con mezzi miliari per propositi umanitari, denominato più modernamente “peacekeeping” non si è mai concluso. Anzi, con i recenti sviluppi della crisi internazionale e con la presenza sempre più numerosa dei nostri soldati all’estero in scenari di difficile controllo questo problema è costantemente al centro di forti polemiche. L'Italia ha circa 500 militari impegnati nelle operazioni in Afghanistan nell'ambito della Forza internazionale di stabilizzazione (Isaf), e benché le recenti registrazioni di Bin Laden minaccino attacchi contro "rappresentanze italiane", a Kabul, come nei villaggi più remoti del deserto afgano, i nostri soldati sono conosciuti e rispettati ed ottengono con umanità ospitalità e collaborazione. Il gruppo militare predisposto ad ottimizzare i rapporti fra il nostro esercito e la popolazione locale è il CIMIC (cooperazione civile-militare), il suo operato è determinante per integrare fra loro il personale dell’ Isaf, la popolazione Afgana e le varie Onlus ed Ong presenti nel territorio che accettano tale collaborazione. Non sono poche infatti le organizzazioni che rifiutano per ideologia o per motivazioni pratiche di collaborare con l'esercito durante lo svolgimento di un’operazione umanitaria. Anche se quasi tutte queste sono d’accordo che sia necessario un rapporto con le istituzioni locali, che spesso però non esistono. Allora altre organizzazioni come la Gvc e la Spes, meno rigide sull’applicazione degli aiuti umanitari, basano il loro operato attraverso un’attiva collaborazione con il Cimic permettendo così la nascita di progetti fondamentali per la ristrutturazione del paese.

Chiunque sia stato a Kabul si è reso conto di quanto grave sia la mancanza di qualsiasi forma di igiene. Le fogne sono a cielo aperto con il vento che spesso porta i liquami organici all’interno delle abitazioni, l’acqua spesso scarseggia e ristagna nei pozzi colonizzati da ogni tipo di insetto. Proprio per questo motivo nell’agosto scorso è stato attivato dal CIMIC il progetto di sanificazione delle acque stagnanti della città con trattamenti che si ripetono a cadenze regolari ogni 15 giorni. Inoltre sempre a Kabul, settimanalmente, vengono seguiti dal Cimic, 15/20 bambini con la cute deturpata e gli organi invasi dalla leishmania (una parassitosi endemica in questo paese) e altri 30/40 bambini alla settimana ricevono visite e cure per altre patologie. A questa attività si affianca quella coordinata con il Servizio Veterinario dell’esercito che sta promovendo in scala sempre maggiore la vaccinazione dei capi di bestiame nella regione di Kabul. Mediamente viene effettuata la profilassi da 100 a 200 capi ogni settimana. Operazioni queste importanti anche per la salute della popolazione, perché garantire mandrie di bestiame sane vuole dire prevenire le numerose malattie che le carni infette possono trasmettere all’uomo.

La Carta delle Nazioni Unite obbliga gli stati ad intervenire talvolta con la forza per interrompere le minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. E sempre il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha autorizzato recentemente l’Isaf a inviare le truppe in qualunque parte dell’Afghanistan, senza tenerle confinate nella capitale Kabul. Le azioni umanitarie non devono avere frontiere, obblighi politici o religiosi. In ogni posto dove vi sia sofferenza è giusto che i paesi occidentali si adoperino per risollevare le popolazioni dall’inferno nelle quali si vengono a trovare. E proprio su questa linea di condotta riecheggiano le parole del ministro della Difesa Antonio Martino che ha annunciato l’invio di nuovi soldati italiani a Kabul da inquadrare nell’ipotesi di un possibile allargamento dell’azione dell’Isaf nel territorio afghano. Un programma questo non richiesto da tentativi di controllo del territorio, delle milizie o delle istituzioni afghane ma esclusivamente dettato dalla necessità di ricostruzione e stabilizzazione di un paese sull’orlo dello sfacelo.

 

 

E' come comprare un'automobile tutto è pronto dopo una settimana


E' lei il mio contatto per il trapianto di rene?", abbozza un cinquantenne, che parla inglese. Erano le dieci di sera nell'aeroporto pakistano di Lahore, circa un anno fa. Stavo rientrando da una missione umanitaria in Afghanistan per conto dell'organizzazione non governativa triestina, Spes. Mi aggiravo per l'aeroporto in attesa del volo di ritorno in Europa e la mia croce di medico sul giubbotto deve aver attirato l'atenzione dello strano interlocutore. Naturalmente rimasi stupito della domanda e pensai subito di aver frainteso, ma lui insisteva e voleva sapere dove fosse la clinica per il trapianto di rene. Poi cominciò a spiegarmi che era già la seconda volta che affrontava questo tipo di intervento e rivelò come fosse facile procurarsi un organo di ricambio in Pakistan. Non ne sapevo nulla, ma lo lasciai parlare, comprendendo che aveva bisogno di sfogarsi. «E' come comprare un'automobile - raccontava - Quando hai bisogno chiami e dopo una settimana è già tutto pronto: sala operatoria, chirurgo, stanza, medicinali, visite specialistiche, esami strumentali e naturalmente il rene». Sono un nefrologo, esperto di trapianti di rene e gli chiesi del costo dell'operazione. Lui rispose senza peli sulla lingua: «All'arrivo consegni 15.000 dollari e la settimana dopo torni a casa con il pezzo nuovo». Vedendo la mia faccia allibita continuò a spiegare che «non c'è da stupirsi. In tante famiglie della zona qualcuno ha ceduto un rene. A Lahore e nei villaggi confinanti tutti sono disposti a coricarsi sul tavolo operatorio, per mettere in vendita il proprio corpo, per un pugno di rupie. Guadagnano meno di 2000 dollari a pezzo». Ci sedemmo su alcune poltroncine di una sala d'aspetto, dove continuò il suo racconto. «Inizialmente le organizzazioni di commercio d'organi operavano in altre centri più piccoli tipo Okara e Sargodha, ma ora che si sono spostate in grandi città, come Lahore, l'intervento è meglio organizzato» spiegò il cinquantenne inglese. A Lahore ci sono molte cliniche segrete dove si svolgono gli interventi e che fanno concorrenza fra loro portando al ribasso il costo dell'intera operazione. «Il costo del rene infatti» - continuò - dipende dalla classe sociale della persona al quale viene prelevato, dalla rarità del gruppo sanguigno e dalla salute del donatore». Un rene geneticamente raro e "puro" può arrivare a costare anche 100.000 dollari al paziente occidentale. «Io per fortuna ho un gruppo sanguigno comune - mi rivelò - e mi accontento di poco, tanto poi se non funziona lo cambio. L'importante è che non sia infetto». Ad un tratto si avvicinò un uomo di bassa statura, scuro di carnagione che con estrema gentilezza invitò il mio interlocutore a seguirlo verso una macchina di grossa cilindrata. Salirono a bordo e l'auto partì  a grande velocità dirigendosi verso il centro di Lahore.

 

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