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Mensile di promozione sociale
Direttore: Massimiliano Fanni Canelles
Editore @uxilia Onlus - Aut. Trib. Trieste n°1089 del 20/07/2004 - ROC Aut.Ministero Comunicazioni n° 13449
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ARTICOLI PUBBLICATI SU "il giornale", "la cronaca"

Quel virus sintetico che ci avvicina alla creazione dell'uomo.

 

L'uomo sta raggiungendo le capacità del suo creatore. Oggi è in grado di costruire una vita diventando a sua volta il Dio di nuovi esseri ed in seguito il passaggio a forme di vita più complesse potrebbe essere solo formalità. Le notizie apparse recentemente sulla "costruzione" di virus in laboratorio spingono i nostri pensieri verso fantasie fantascientifiche che sconfinano con il soprannaturale. Già nel 2002 il mondo scientifico mondiale era stato messo in allarme da una notizia comparsa sulle prime pagine dei giornali americani che segnalava come un gruppo di ricercatori aveva assemblato in modo artificiale il virus della poliomelite. Un nuova forma di vita costruita ad immagine e somiglianza di quella già esistente; processo questo che è stato anche alla base della “creazione” di PhiX, un virus sintetico identico a quello naturale, uscito recentemente dai laboratori dell'università del Maryland.

Ma cosa si intende per essere vivente e cos’è un virus? La vita come noi la conosciamo esiste in funzione della replicazione dell’essere, cioè solo chi è in grado di generare una progenie può essere considerato un essere vivente. Ed è proprio l’essere vivi che permette all’organismo di potersi adattare alle mutazioni dell’ambiente. Il regno vegetale ed animale evolve perché figlia, quindi perché vive. Un vantaggio indiscutibile che ha però nella morte dei singoli organismi il rovescio della medaglia. Gli elementi del regno minerale invece sono statici, non si duplicano, non figliano, quindi non vivono e di conseguenza non muoiono. Una legge inderogabile alla quale però un piccolo essere non vivente riesce a sfuggire: il virus. Questo ha la staticità del regno minerale, non muore e quindi non vive fino a quando non incontra un organismo superiore. Come i cristalli i virus rimangono inalterati nel tempo fino a quando il loro involucro entra in contatto con una cellula animale o vegetale. Quando questo avviene l’involucro spinge all’interno della cellula ospite un piccolo codice genetico. Il virus quindi muore perché si priva dell’unica molecola che possiede, ma con questa operazione costringerà la cellula "infettata" a costruire nuovi virus che in seguito la uccideranno per uscire.

L’importanza dei metodi che da circa un anno vengono messi appunto per la sintesi artificiale di virus è dovuta al fatto che nulla di naturale viene utilizzato per il loro assemblaggio. Fino ad ora per creare un virus in laboratorio si introduceva in cellule animali o batteriche una sequenza di geni virali e si aspettava che la cellula costruisse nuovi virus. Oggi invece non abbiamo più bisogno di una mamma-cellula per fare questo, siamo in grado in laboratorio di costruire le scatole di contenimento e di introdurre all’interno i codici genetici che vogliamo senza utilizzare la sintesi proteica della cellula.

Questo ci permette virtualmente di ottenere qualsiasi tipo di virus, ma se l’involucro che costruiamo non ha la forma esatta per attaccarsi alla superfice della cellula che vogliamo "colpire" la nostra costruzione sarà molto più simile ad un minuscolo sassolino che ad una piccola forma di vita. Infatti se il virus sintetizzato non sarà in grado di attaccarsi ad una parete cellulare non potrà duplicarsi e quindi non potrà vivere.

Le potenzialità di queste tecniche in campo medico sono molteplici, all’interno di virus artificiali, opportunamente costruiti per attaccarsi, e quindi infettare cellule bersaglio, possono essere inseriti i codici genetici mancanti o terapeutici necessari alla cura di varie malattie. La difficoltà attuale è quella però di costruire degli involucri capienti e capaci di poter interagire con le pareti cellulari umane ma diversi da quelli naturali già esistenti. Prospettive affascinanti che stanno suscitando l'interesse del governo statunitense e l’inquietudine di scienziati che vedono i finanziamenti a queste ricerche un trampolino di lancio verso nuove strategie terapeutiche ma anche verso nuove strategie militari.

Quello che l’uomo sta costruendo nei laboratori è quindi molto più simile ad una costruzione di “meccano” che ad una nuova forma di vita. L’uomo non è un Dio e prima di tutto deve imparare il rispetto, poi assumere l’umiltà e la conoscenza dei processi naturali tenendo ben presente le conseguenze di quello che può accadere continuando a giocare a fare il Dio.

 

 

La natura alla ricerca di un equilibrio

 

 

Sempre più frequentemente nuovi virus compaiono nello scenario sanitario mondiale, non è passato neanche un anno dalla nascita del coronavirus responsabile della SARS che un altro microorganosmo in grado di infettare l'uomo ha mietuto le sue vittime umane. Dal 1961 si è a conoscenza che il virus H5N1 infetta i volatili provocando una malattia simile all'influenza umana. Fino a poco tempo fa non erano stati segnalati casi di attacchi di questo virus al genere umano ma nel maggio del 1997 in un ospedale di Hong Kong si registrò il decesso di un bambino di tre anni infettato proprio dall'H5N1. E proprio il virus H5N1 è simile al virus che negli ultimi giorni ha provocato la morte di dieci bambini ed un adulto all'Ospedale nazionale di Hanoi. Nel 2003 lo stesso virus ha raggiunto anche l'Europa, colpendo allevamenti di uccelli in Belgio, Italia e in Olanda dove un veterinario è morto proprio per aver contratto il virus. Come nel caso del coronavirus della sindrome respiratoria acuta anche per l'H5N1 i grandi allevamenti di volatili rappresentano delle immense riserve dove i virus possono replicarsi ad alta velocità e raggiungere la virulenza e la modificazione genetica necessaria a permetterli di infettare una nuova specie.

Il sistema di propagazione virale chiamato “salto di specie” è infatti comune in molte "nuove" malattie virali come l'AIDS, la Spagnola e l'Asiatica, la SARS e la nuova influenza provocata dall'H5N1. Infatti molte delle 500 specie virali conosciute, e chissà quante di quelle ancora sconosciute che infettano l'uomo, sono nate da mutazioni di virus specifici per altre specie animali (pecore, polli, maiali), che replicazione dopo replicazione acquisiscono la capacità di trasmettersi anche all'uomo grazie a modifiche del loro patrimonio genetico. Questo fenomeno sembra maggiormente frequente nei luoghi dove animali domestici e uomo coesistono in stretto contatto, come avviene nei paesi del sud-est asiatico.

Il percorso evolutivo di questi virus è semplice e terrificante: grazie alla loro capacità mutante e portati da animali selvatici infettano gli uccelli di un cortile o di un allevamento, quindi continuando a mutare il loro patrimonio genetico passano ai maiali che vivono spesso a stretto contatto con il pollame. Quindi grazie all'ennesima mutazione riescono a penetrare nelle cellule dell'uomo favoriti dalla promiscuità che nei paesi orientali è usuale avere con i suini. Il tutto si complica con il rischio di epidemie favorite certamente dallo scarso igiene e dalle condizioni fisiche spesso debilitate delle popolazioni del sud est asiatico ma soprattutto per l'assenza di protezioni immunitarie specifiche contro la nuova specie virale. 

Per fortuna quando avviene il salto di specie, come è successo con il virus della Sars e come sta succedendo per l'H5N1, benché all'inizio sia molto aggressivo verso il nuovo ospite, il virus successivamente si placa, la malattia appare progressivamente meno grave e la sua diffusione tende a diminuire. Questo avviene probabilmente per una strategia globale di sopravvivenza, infatti al virus non conviene uccidere tutti gli organismi che possono ospitarlo perché morirebbe anche lui con loro. Quindi continua a mutare il proprio patrimonio genetico anche dopo aver raggiunto l'uomo in modo da ridurre la sua aggressività che gli è servita prima per raggiungere la specie più longeva ma che adesso può esserli dannosa. Questa forma di "diplomazia" che i virus posseggono evita che si formino gravi pandemie che potrebbero sterminare milioni di persone ma anche miliardi di virus. 

Grazie ai progressi nel campo medico degli ultimi 50 anni l'uomo ha il compito di evitare che possano comparire eccezioni a questa regola come è successo nel 1918 e nel 1957 con la Spagnola prima e l'Asiatica poi che hanno sterminato milioni di vite umane. I salti di specie e le mutazioni frequenti rendono però complicata la messa a punto di farmaci antivirali e la prevenzione è l'unica arma efficace che oggi possediamo. Per questo motivo l'OMS costantemente controlla la salute degli allevamenti animali in tutto il mondo ed al primo segnale di un nuovo focolaio di infezione ne ricerca la causa ed elimina gli animali infetti. Solo in Italia negli ultimi 3-4 anni sono stati abbattuti per questo motivo tra i 10 e i 12 milioni di polli e tacchini colpiti da influenza aviaria, nel resto del mondo e soprattutto nei paesi orientali sono centinaia di milioni gli animali soppressi sui quali si sospetta la presenza di un virus in procinto di ottenere una mutazione genetica a lui favorevole.

Ma tutto questo potrebbe non bastare, concentrare tutta l'attenzione sulle caratteristiche di aggressività di quel o quell'altro virus potrebbe distogliere l'attenzione al vero nocciolo del problema. L'epidemia di SARS, l'AIDS, L'H5N1 non sono casi assestanti ma probabilmente sono l'espressione di un fenomeno nei quali i virus sono solo le ultime pedine di un gioco che comincia molto prima e del quale non abbiamo ancora capito le regole. Forse la nascita di specie virali diverse è sempre avvenuto e noi non eravamo in grado di accorgercene, oppure il "salto di specie" potrebbe essere un metodo della Natura per frenare la crescita esponenziale della popolazione umana. Forse, ma molto più probabilmente tutto questo è il tentativo che la Natura sta attuando per salvaguardare la vita sulla terra. L'uomo con le sue scoperte e la sua tecnologia sta prevaricando sulle leggi che per miliardi di anni hanno gestito l'evoluzione della vita . La vita come noi la conosciamo è possibile infatti grazie all'equilibrio tra specie diverse che gli scienziati chiamano biodiversità. L'uomo oggi sta alterando questo equilibrio eliminando per profitto, per scopi bellici o per esigenze sanitarie organismi viventi che si sono conquistati con i millenni il loro diritto alla vita. E' quindi assolutamente "naturale" che le nicchie svuotate dall'agire dell'uomo vengano soppiantate con nuove forme di vita. Non dobbiamo meravigliarci per questo, non dobbiamo terrorizzarci per questo, è infatti grazie a tutto questo che la vita non cessa di esistere.

 

La clonazione

 

Klon, che in greco significa germoglio, in biologia indica la possibilità di "duplicare" il patrimonio genetico di qualsiasi essere vivente. Da questo significato deriva il termine clonazione che viene utilizzato per definire la tecnica che permette duplicare in maniera identica un organismo vivente. I primi esperimenti di clonazione sono stati eseguiti con successo già negli anni settanta, soprattutto con anfibi, topi e bovini, ma sempre partendo da cellule embrionali (cellule originate dalle prime divisioni dell'ovulo fecondato). Queste cellule mantengono ancora la totipotenza, cioè sono in grado di svilupparsi in modo indipendente l'una dall'altra in embrioni distinti ma geneticamente identici. Per ogni cellula prelevata dall'embrione è, infatti, possibile ottenere altrettanti individui "gemelli" con lo stesso corredo genetico. Le cellule embrionali però contengono geni maschili e femminili mescolati fra loro e non è possibile prevedere quali saranno le caratteristiche del soggetto adulto. Questo perché nel DNA di ogni essere vivente sono inserite innumerevoli informazioni la maggior parte delle quali non verranno mai lette nell'arco della vita dell'individuo. E' come se a due persone venissero dati due nastri magnetici identici nei quali sia stata registrata una stessa conferenza di due ore ma venisse detto loro di ascoltarne a caso solo dieci minuti. E' intuibile che difficilmente le due persone ascolteranno lo stesso pezzo del nastro e che le informazioni ottenute saranno diverse e che diversi saranno quindi i significati percepiti. Poiché lo scopo della clonazione è quello di produrre individui selezionati con determinate caratteristiche l'incertezza sull'effettivo risultato ha sempre creato dubbi e scetticismi. La particolarità di Dolly e il motivo per cui ha scatenato fantasie ed innumerevoli polemiche è che si tratta di un clone "puro", cioè di una “fotocopia” dell’originale ottenuta da cellule adulte, già specializzate e non totipotenti. In questo caso le parti leggibili del DNA erano già state definite durante lo sviluppo embrionale e fetale e quindi il clone avrebbe dovuto avere le stesse caratteristiche identiche del "genitore". Gli studiosi si sono serviti di due pecore, dalla prima hanno prelevato un ovulo e ne hanno sostiuito il nucleo con quello preso da una cellula della mammella del secondo animale. Il risultato è stato la nascita della pecora Dolly. Ma non tutto è andato come si sperava, Dolly era già vecchia al momento della nascita, perché il suo orologio biologico, anziché partire da zero, ha cominciato a camminare da dove aveva smesso la cellula originaria. Ai suoi anni, si sono aggiunti, infatti, quelli della pecora donatrice del nucleo e sebbene sia ancora in perfetta salute, potrebbe morire prima di quanto previsto dalla sua età anagrafica. Gli scienziati se ne sono accorti esaminando una particolare sequenza di Dna chiamata telomero, un tratto di materiale genetico collocato alla fine dei cromosomi formato da sequenze uguali che vengono perse ciascuna ad ogni divisione cellulare. Quando non ci sono più telomeri la cellula non si duplica più e l'organismo muore. I telomeri si formano grazie ad un enzima chiamato telomerasi durante il periodo embrionale finito il quale la telomerasi sparisce e la produzione di telomeri si blocca. II telomeri di Dolly sono più corti del normale del 20 per cento, quindi la sua vita sarà più corta del 20 %. Inoltre analizzando i dati di centinaia di animali clonati si è visto che questi sono affetti da obesità, gigantismo e soffrono di problemi respiratori e cardiaci ed il loro sistema immunitario non funziona correttamente. Ma non solo, il primo animale domestico ad essere clonato nato nel dicembre 2001 in Usa non e' uguale, nell'aspetto e nel carattere, all'originale. Cc, il clone, e' un un gatto bianco con striature grige molto curioso e giocherellone, mentre Rainbow, il padre genetico, è bianco con chiazze marroni e beige, schivo e malinconico. Sembra quindi che le condizioni ambientali siano importanti alla stessa maniera delle caratteristiche genetiche nel determinare l'aspetto e la personalita' dell'individuo. Come avviene nei cloni embrionali avere lo stesso Dna del donatore non assicura al clone ottenuto da cellule adulte nessuna caratteristica specifica. E' possibile quindi che anche prelevando un DNA con le parti da leggere già definite questo non sia garanzia che vengano effettivamente lette. In qualche modo la cellula è in grado di riassestarsi autonomamente secondo le diverse tipologie ambientali in cui si trova dall'ambiente uterino a quello della vita adulta.

La maggior parte della popolazione di questo pianeta auspica che i tre neonati nati all'interno dalla setta dei Raeliani, grazie all'utilizzo delle tecnologie della Clonaid non siano cloni, ma anche se lo fossero non sarebbero organismi fotocopia ma nuovi individui senza genitori biologici e potenzialmente affetti da malattie sociali, mentali, e fisiche. L'ambiente e le condizioni di vita che ognuno di noi incontra dalla fecondazione fino alla contribuisce a modificarne le caratteristiche. L’organismo vivente per ora è irripetibile. In futuro sarà forse possibile che la clonazione venga perfezionata ma anche se alcuni individui perderanno la loro unicità genetica non sarà mai possibile che possano perdere la loro unicità di individui

La stupidità


“Stupido è colui che fa un'azione che reca danni a un'altra persona, senza ricavarne alcun guadagno e spesso realizzando una perdita per se stesso”, scrisse Carlo M. Cipolla, grande economista e autore di diversi saggi sull’argomento. Non è detto che questa frase racchiuda la complessa essenza della stupidità ma è certo che lo studio di questo aspetto della mente umana è sempre stato difficoltoso anche, ma non solo, per la mancanza di una chiarezza su cosa essa sia.
Spesso il genio è considerato stupido dalla maggioranza degli uomini che a causa della loro stupidità non si rendono conto della genialità degli individui che incontrano. Ci sono infatti uomini etichettati come stupidi ma straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto.
Oggi però la comunità scientifica è convinta che questo difetto non coinvolga assolutamente l’aspetto umano legato a bassi livelli di istruzione o all'assenza di stimoli nell'infanzia, ma che si tratti essenzialmente di un deficit intellettivo da rapportare al profilo genetico di ognuno di noi.
Le idee appena sorte propongono la possibilità di “curare” quello che fino a poco tempo fa veniva considerato un aspetto sociale e che ora è diventato disfunzione genica e quindi malattia. “Si può e si deve sconfiggerla rimuovendo il gene responsabile”, ad auspicare l'uso dell' ingegneria genetica per eliminare la stupidità dal pianeta terra è niente meno che James Watson, fondatore del Progetto per il genoma umano e l'uomo che 50 anni fa scopri' il Dna. ''Nei casi di vera stupidità, io parlerei di malattia'', ha sottolineato Watson. ''Non mi sembra giusto che una parte della popolazione nasca senza le stesse opportunità'', ha aggiunto. ''Una volta che esiste il modo di migliorare i nostri bambini non ci si può più fermare”. E come ciclicamente avviene nella storia dell’umanità ecco che nasce una nuova motivazione per selezionare la razza umana perfetta. “Ci saranno genitori che potenzieranno i loro figli, e quei bambini domineranno il mondo''. Watson da tempo difende a spada tratta l’eugenetica, tecnica utilizzata per modificare il Dna dell'embrione che permette di sradicare gravi difetti o il rischio di contrarre particolari malattie in vita. E perché fermarsi all'intelligenza, sottolinea Watson, ''c'e' chi dice che sarebbe terribile se rendessimo tutte le ragazze belle. Io penso che sarebbe meraviglioso”.
Se studiamo la frequenza della stupidità fra le persone che fanno le pulizie nelle aule scolastiche notiamo come questa sia effettivamente elevata. I risultati dei test intellettivi eseguiti su questi operatori hanno mostrato una percentuale estremamente ridotta degli individui intelligenti. Forse questo è dovuto al loro basso livello di educazione o al fatto che le persone più capaci ottengono più facilmente un lavoro qualificato. Ma quando è stata analizzata la percentuale di stupidità fra gli studenti e i professori che frequentano le stesse aule pulite dagli “idioti” la percentuale di diffusione è risultata identica.
Ma allora chi è in grado di definire cosa sia la stupidità? Forse gli stupidi sono solo quelli che non riescono ad entrare nel sistema per l’incapacità di adattamento, perché inserirsi significa ogni giorno confrontarsi con gli altri, accettare compromessi e immoralità. L’incapacità ad accettare le regole del gioco significa inadeguatezza, debolezza ma siamo sicuri che queste caratteristiche esprimano un deficit intellettivo?
L’umanità ha sempre tentato di filtrare il flusso degli uomini selezionando solo gli individui adatti ai canoni del tempo. E forse l’eugenetica all'inizio del terzo millennio risolverebbe il problema alla radice. Per selezionare la razza perfetta non sarà più necessario uccidere i “diversi” come molti popoli hanno tentato di fare in passato, ma sarà possibile ottenere lo stesso risultato emarginandoli o ancor meglio impedire che nascano: immorale? Forse, ed allora la soluzione è farli nascere come vogliamo noi: tutti belli, tutti intelligenti, tutti perfetti…..tutti uguali.

Di fronte al cancro non c'è alternativa

 


«Impotente di fronte alla pazzia, alla criminalità, alla guerra ed alla morte, incapace di impedire la possibile distruzione che l’uso delle sue grandi scoperte sulla materia ha il potere di compiere; capace delle grandi e inutili conquiste spaziali, la scienza si ritrova inerme di fronte a molte malattie, la mistero, per esempio, di alcuni grammi di cellule impazzite, i tumori, che uccidono un quarto dell’umanità». Con queste parole Alberto R. Mondini presidente dell’ARPC (Associazione per la ricerca e la prevenzione del cancro), ha iniziato il suo intervento al congresso medico internazionale di Losanna il 21 ottobre 1995. Oggi tale discorso viene considerato il manifesto ufficiale dell’ARPC e la sua lettura permette a chi non conosce l’associazione di comprendere le tematiche filosofiche e scientifiche e le idee programmatiche del gruppo. «io sono convinto-ha continuato mondini nel suo intervento- che la ricerca ufficiale non riuscirà mai a trovare una terapia per il cancro, perché esso è l’ultimo atto che la medicina con l’essenza stessa del suo metodo favorisce. La soluzione del cancro non potrà che arrivare dalle medicine non ufficiali quali l’omeopatia, la pranoterapia, le tecniche naturiste, le scoperte di Vincente e Morrel, ecc. La soluzione è lì come indicano tanti ricercatori da varie parti del mondo con i loro successi clinici e le loro ricerche senza vivisezione».

L’Associazione per la ricerca e la prevenzione del cancro nasce ufficialmente il 2 febbraio 1992. Uno dei suoi scopi è stimolare medici e scienziati a utilizzare la bioelettronica di Vincent in modo da poter prevenire malattia oggi incurabili. Ed è su questa linea di intenti ce si colloca il premio di laurea di lire 4.000.000 offerto dall’ARPC in favore di una tesi collegata agli studi di Vincent riguardanti l’acidità, l’ossidoriduzione e la resistenza elettrica di sangue, saliva e urine in soggetti umani affetti dal cancro. Un motivo questo che stimola un’analisi dettagliata sulle opinioni riguardo a questi studi di alcuni docenti della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Trieste. E soprattutto di chi molto attivo nel campo della ricerca biomedica. «La biolettronica di Vincent applicata ai liquidi dal punto di vista fisico potrebbe essere valida, ma che da questi studi si possano trarre dei vantaggi nel campo medico -spiega il dott. Gabriele Pozzato, aiuto ospedaliero e docente di ematologia, uno dei ricercatori dell’Ateneo triestino più quotati in campo internazionale-. Anche perché le ricerche eseguite da Vincent sono aggiornate al 1950, periodo nel quale sono stati introdotti nuovi farmaci come gli antibiotici che ovviamente hanno cambiato lo scenario medico e sociale in maniera determinante». Anche il prof. Aldo Dobrina- docente di Patologia Molecolare, impegnato da anni nella ricerca presso l’Istituto di patologia Generale- è dello stesso parere.«Sono studi che non portano a nessun risultato, fino ad ora non è stato pubblicato nulla sulle maggiori riviste internazionali perché si tratta di teorie non dimostrabili scientificamente, altrimenti sarebbero state già accettate senza pregiudizi». Infatti -continua il dott. Pozzato- nessuno nega che ci possano essere delle modificazioni nei liquidi biologici riguardo al pH o ad altri parametri bioelettrici o impedenziometrici ma queste sono la conseguenza della malattia e non la causa. Durante il corso di malattie tumorali vengono immessi nel circolo sanguigno diverse molecole che possono chiaramente modificare i livelli degli scambi ionici dell’organismo». Ma le conclusioni di Vincent non riguardano soltanto le modificazioni del pH, rH, e resistenza ottenibili nei soggetti malati, egli ha ipotizzato anche la possibilità di ottenere un’immunità al cancro assumendo regolarmente vegetali crudi di origine biologica, frutta, prodotti fermentati (Yogurt, Kefir, crauti), acqua pura o poco mineralizzata. «Benché ritenga corretto evitare l’assunzione di alimenti con additivi chimici o sostanze conservanti, reputo altamente improbabile che questi possano essere la causa principale dei tumori-ribatte il dott. Pozzato-. Oltretutto più si approfondiscono gli studi nel campo dell’oncologia più ci si rende conto come i virus abbiano un’importanza fondamentale nella genesi tumorale. O meglio, per essere più corretti, bisognerebbe dire che la nascita di una neoplasia è correlata all’interazione di fattori esogeni (virus in primo luogo, ma anche radiazioni e sostanze cancerogene) con una struttura genica favorevole espressa di base nell’organismo».

Ma uno dei motivi di diffidenza che possono nascere da un ascolto, forse superficiale, del manifesto dell’ARPC è quello di non intravedere una linea di ricerca definita. «Mischiare in un unico brodo, omeopatia, pranoterapia, naturismo e antivivisezionismo dimostrano un’impostazione dilettantesca di tali ricerche-conferma il prof. Dobrina. Ogni studio deve avere un obiettivo preciso e non disperdersi in una miriade di variabili più o meno valide che sviano dall’obiettivo principale: la guarigione della malattia».

 

MANIPOLAZIONE DEI GENI. Il dubbio di Ippocrate tra scienza e coscienza.

Oggi è possibile far produrre ad alcuni batteri sostanze che normalmente vengono secrete da organi umani per poterle utilizzare nelle cura di diverse malattie, (insulina ed interferone, ad esempio). Grazie alle nuove conoscenze sui meccanismi molecolari che regolano l’espressione genica gli scienziati sono in grado di riconoscere, anche nel periodo prenatale, tramite la “lettura” del Dna, la presenza di caratteri ereditari sia normali che patologici. Con nuovi sistemi è possibile mantenere in vita un essere umano in modo virtualmente indefinito. I medici sono capaci di sopprimere le attività immunologiche per il prelievo ed il trapianto di organi. Si possono impiantare nel cervello elettrodi in grado di provocare movimenti, reprimere impulsi aggressivi, alleviare dolori, provocare sensazioni, e così via dicendo. 

Quello che un tempo era fantasia oggi è realtà. Gli strumenti in mano all’uomo sono capaci di produrre trasformazioni inaudite e la vita stessa sta per essere fortemente condizionata dall’ingegneria genetica e dalla biologia molecolare. Ma nel momento stesso in cui orizzonti sempre più affascinanti si aprono alle menti dei biotecnologi, sempre più gravi problemi si pongono al giudizio dell’opinione pubblica. Già da una decina di anni vengono eseguiti numerosi esperimenti sulla fusione di embrioni appartenenti a specie viventi diverse per creare animali inesistenti.

Il professor Willadsen, un famoso embriologista, dopo aver fabbricato pecore-capre ed ottenuto agnelli con la tecnica della clonazione, qualche anno fa aveva affermato nel corso di una discussione scientifica: “Datemi un uovo di topo ed un uovo umano e io se voglio posso fabbricare una nuova specie animale”. Sono di questi ultimi anni i clamorosi casi di terapia genica somatica dove per “aggiustare” un pezzo di Dna vengono inseriti nelle cellule umane, tramite virus modificati usati come vettori, i geni necessari alla “correzione” della malattia. Ma come è possibile intervenire su geni di cellule dell’individuo già nato così è potenzialmente possibile anche la manipolazione genica embrionale e germinale. “Non sappiamo ancora in che modo il nuovo gene, entrando nella cellula sconvolga il Dna: il processo è in gran parte indeterministico, casuale”, dice Arturo Falaschi dell’Istituto di Biochimica e Genetica dell’Università di Pavia. “A livello delle cellule germinali, poi il discorso è ancora più delicato. Negli interventi sugli animali possiamo scartare i prodotti sbagliati. Ma nell’uomo rischiamo di produrre più sofferenze di quelle che possiamo eliminare”. Gli scienziati spaziano però su numerosi settori: grazie al prelievo di spermatozoi dall’uomo ed ovuli dalla donna si può far nascere in una provetta un embrione per poi inserirlo in seguito nell’utero materno. Ma forse non tutti sanno o non vogliono sapere che per ogni figlio ottenuto con la fecondazione in vitro molti suoi “fratelli” sono soppressi, per meglio dire uccisi, al quattordicesimo giorno di vita. Con questa tecnica sono infatti svariati gli embrioni residui od eccedenti utilizzati come materiali “biologico”. Su questa circostanza già da molti anni diversi studiosi italiani di bioetica, e tra questi il professor Sgreccia, direttore del centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma, conducono una battaglia per rendere di pubblico dominio gli effetti delle sperimentazioni genetiche. Non parliamo poi della pratica abortistica legalizzata ormai in numerosi stati che ha reso sempre più facili ed ampiamente praticabili le sperimentazioni e l’utilizzazione per fini diversi di feti ossia di organi e tessuti fetali in seguito alla loro espulsione con l’aborto. Inoltre è di grande attualità, in questi ultimi anni, l’argomento “eutanasia”. Sono sempre più in aumento i casi di morte “dolce” donata dal medico per pietà. Così come viene registrato un allargamento delle forme di morte assistita: da quelle più classiche dei malati inguaribili e straziati dal dolore a quelle più “moderne” di eutanasia di bambini nati deformi o di eutanasia prenatale e di anziani inabili e di peso alla società. Non manca neppure il tentativo d collegare l’eutanasia al problema demografico. In questo senso il dottor R.H.Williams ha scritto sulla rivista Nortwest Medicine: “Un programma di prevenzione della sovrappopolazione deve includere l’eutanasia, sia attiva che passiva”. La selezione sociale è un pericolo e si profila il dramma ulteriore “dell’eutanasia passiva allo scopo di evitare cure intensive ai pazienti di età superiore ai 65 anni che non sono più produttivi” ha scritto E.Wilks, autorevole fautore dell’eutanasia sociale.

Di fronte alle manipolazioni genetiche ed al problema della soppressione della vita non dovrebbe il medico (e non solo il medico) andare in crisi in considerazione del giuramento e degli impegni solenni che è tenuto ad onorare? “Farò servire il regime dietetico a vantaggio dei malati secondo le mie capacità ed il mio giudizio e non per il loro pericolo e il loro male, e non farò una pozione omicida né prenderò simili iniziative anche se qualcuno me lo chieda, così non darò a nessuna donna un pessario abortivo”, si recita nel giuramento d’Ippocrate. E’ ancora nella dichiarazione dei Ginevra del 1948 approvata dall’Associazione Mondiale dei Medici è stato scritto: “Mi impegno solennemente a consacrare la mia vita a servizio dell’umanità; praticherò la mia professione con scienza e dignità; la salute del mio paziente sarà la mia preoccupazione; manterrò il massimo rispetto per la vita umana fin dal primo momento del concepimento”. Ma la cultura “moderna” ha rimesso in discussione i valori morali, i diritti dell’individuo, persino negando valore all’uomo stesso. Talvolta si contesta la legittimità stessa dell’etica e quando un atteggiamento utilitaristico viene assunto dalla maggioranza delle persone questo rischia di imporsi quale nuova norma morale. “Occorre recuperare la coscienza del primato dei valori morali che sono i valori della persona umana in quanto tale, il senso ultimo della vita e dei suoi beni fondamentali”, scrive Alfredo Anzani cercando di concentrare l’attenzione sul vero significato della vita. Ma ad unire i concetti di vita (bios) e morale (ethos) ci pensò già nel 1962 Van Resselar Potter, oncologo americano, che coniò il termine di Bioetica inteso come necessario approfondimento di fronte al degrado ambientale, all’aggressività della medicina sperimentale e al non rispetto e violazione dei diritti dell’uomo, di una nuova morale fondata su riflessioni sull’avvenire della specie umana e sulla responsabilità dell’uomo nei confronti della vita planetaria. Definita come “studio sistematico del comportamento umano nell’area delle scienze della vita e della cura della salute, in quanto questo comportamento è esaminato alla luce dei valori e dei principi morali” (Encyclopedia of Bioethics), la bioetica quindi costituisce di fatto un nuovo significativo movimento di pensiero e di azione. Un movimento sostenuto da filosofi, teologi, psicologi, giuristi che si sono posti il problema di discutere le nuove frontiere della scienza non già rinunciando al progresso scientifico ed ai nuovi metodi di ricerca ma rifiutando la passiva accettazione di sperimentazioni quali la manipolazione genetica, l’eutanasia, la fertilizzazione in vitro.

Proprio venerdì 21 ottobre, a Trieste, tenuta dal professor Adriano Bompiani, già ministro degli affari sociali, titolare della cattedra di Clinica Ostetrico Ginecologica del Politecnico Gemelli di Roma, nella sala Baroncini delle Assicurazioni Generali, si è svolta una conferenza sul tema”Bioetica oggi in Italia”. Dal preambolo storico del professor Bompiani sulla nascita della bioetica si comprende come fino agli anni del concilio Vaticano II la morale medica fosse bene o male unitaria e sempre ispirata all’etica ippocratica. Non erano riscontrabili in merito, specificità riferibili alle varie religioni o culture.

“In seguito invece incominciò a differenziarsi un filone di matrice protestante che si appoggiò non tanto sulla legge morale individuale (quella fondata sui dieci comandamenti) quanto sui diritti fondamentali dell’uomo”, ha spiegato il professor Bompiani. “Di qui l’obbligo di far conoscere la verità, con la conseguenza di comunicare al malato la diagnosi, il diritto alla paternità e a alla maternità responsabile e quindi anche alla contraccezione, il diritto alla fertilità anche indiretta da cui l’inseminazione artificiale, il diritto di impedire la fecondazione e quindi la possibilità della sterilizzazione ed infine il diritto ad una morte degna cioè l’accettazione dell’eutanasia”. I cattolici dal canto loro possono rivendicare le prime posizioni di papa Pio XI sull’inseminazione artificiale negli anni Trenta, e lo sviluppo dell’etica medica con papa Pio XII, pontefice che più si è interessato ai problemi legati all’anestesia, alla donazione di cornee ed alle tecniche che alleviano i dolori del parto. Non meno importanti per completare il quadro nel quale la bioetica si è inserita sono i “diritti fondamentali” dell’uomo. Argomento sviluppatosi dopo il processo di Norimberga, con la condanna dei crimini nazisti che hanno utilizzato l’individuo umano quale cavia da esperimento. Ma più di qualcuno suppone che la bioetica, intesa come oggi la conosciamo, non sarebbe realmente nata se negli anni ’40 e ’50 non fossero state somministrate sostanze dannose e cellule cancerose a soggetti umani del tutto ignari!

Secondo il professor Bompiani la bioetica è il risultato scaturito dalla fusione della filosofia morale (poter “agire” seguendo anche i propri ideali), del diritto e dell’etica medica. “Nella scienza giuridica esiste il contrasto tra i diritti dell’uomo ed il diritto codificato dallo stato che non tutela l’embrione, considerato come proprietà dei genitori”, ha tenuto a precisare Adriano Bompiani. “L’etica medica dal canto suo si è dovuta adeguare al progresso scientifico staccandosi pian piano dall’etica ippocratica definita paternalistica per la scarsa informazione del paziente da parte del medico”. Sono stati determinati allora quattro sostanziali principi secondo i quali doveva essere esercitata la medicina. Il primo definito di “beneficialità”, dettato anche da Ippocrate, prevede che il medico operi per il bene del malato. Il secondo è quello dell’autonomia del paziente, ovvero una valorizzazione della sua volontà: ciò comporta degli aspetti positivi ma anche dei rischi e dà sostegno alle pretese di eutanasia. Il terzo principio della “non maleficienza”, vecchissima regola ippocratica di non procurare danni ai malati, rappresenta in termini di bioetica moderna la tutela anche dal punti di vista legale nei confronti degli errori medici perpetuati. Infine il principio della giustizia consente ad ogni individuo di ricevere le cure sanitarie senza discriminazioni di razza, si sesso, di status sociale.

Va però sottolineato che i biologi in Italia, a differenza della classe medica, non hanno ancora un codice etico per cui possono agire anche su materiale umano con estrema indifferenza: “Alcuni di essi infatti non ammettono differenze tra il lavorare sulla specie umana o su quella animale”, ha raccontato il professor Bompiani. Un problema di estrema importanza se si considera il fatto che alcuni paesi hanno accettato la ricerca su embrioni umani, appositamente fecondati, fino al quattordicesimo giorno di vita. Nessuno è in grado di dire fino a dove la scienza si spingerà o fino a dove l’umanità le permetterà di spingersi. Ma al di là dell’orizzonte ultimo che il progresso saprà conseguire la vera sfida è far sì che le scoperte scientifiche non si rivolgano contro l’uomo. Difendere la vita specialmente nei momenti in cui l’uomo è più debole costituisce il vero imperativo etico dei nostri giorni.

 

STORIE DI UNTORI E AMMORBATI

Il contagio, dalla peste che colpì gli achei durante l’assedio di Troia all’incubo della febbre spagnola che devastò l’Europa nel 1918

La risata, lo sbadiglio, l’entusiasmo, il panico, le emozioni si “diffondono” in modo che per certi aspetti ricorda l’evoluzione delle epidemie. Le opinioni, gli ideali, le religioni, ma anche le usanze, i comportamenti hanno un carattere “contagioso” e paragonati a virus e batteri si possono trasmettere da una persona all’altra condizionando la nostra vita e la nostra esistenza.

Ma non solo, con l’evoluzione del progresso e l’invasione elettronica delle nostre case un nuovo tipo di “contagio” si è fatto strada nella moderna civiltà. Così, mentre virus informatici possono disintegrare in frazioni di secondo lavori durati mesi o bloccare inesorabilmente computer costosissimi, nuovi scenari della telecomunicazione (radio e video telefonia, reti informatiche, ecc.) possono diffondere il contagio in ogni abitazione. Ma tutto questo una volta non veniva chiamata informazione? Da quando lo scambio di opinioni, la possibilità di comunicare, di trasmettere i propri sentimenti, le proprie tradizioni viene considerato un contagio? Dal momento in cui come contagio non si intende più solo qualcosa di nocivo, di dannoso, ma, recuperando l’originale significato, un semplice contatto.

Infatti è proprio nei meccanismi di diffusione dell’informazione che Giuseppe O. Longo, scrittore e semiologo del Dipartimento di Elettronica e Informatica dell’Università di Trieste, vede un paragone con la propagazione delle epidemia: «ad esempio quando il direttore di un’azienda prende una decisione, la notizia non si apprende attraverso le circolari e nemmeno per le normali vie gerarchiche, bensì attraverso le chiacchiere di corridoio e le confidenza private. Si tratta di un meccanismo di diffusione incoerente “a macchia d’olio” in cui si possono ravvisare le forme epidemiche del contagio».

Ed il contagio in tutti i suoi aspetti, da quello scientifico a quello storico, da quello sociale a quello estetico è il tema degli “Incontri di scienza e fantascienza” che si stanno svolgendo presso il teatro Miela dal 19 al 27 di questo mese. Una manifestazione multimediale e interattiva ideata per esplorare il territorio di frontiera esistente tra il mondo della scienza e quello immaginario della fantascienza. Organizzata nell’ambito della Settimana europea della cultura scientifica, l’iniziativa è stata promossa dal Laboratorio dell’immaginario scientifico in collaborazione con il centro cinematografico La Cappella Underground, il corso di giornalismo scientifico della Sissa e l’ospedale infantile burlo Garofolo.

Il programma della manifestazione prevede conferenze, tavole rotonde, letture teatrali, proiezioni di film di fantascienza vecchi e nuovi provenienti da tutta Europa, documentari scientifici italiani e stranieri, videoinstallazioni, videogiochi e computergrafica.

Nell’ambito di questa manifestazione, considerando il contagio inteso come termine classico che esprime la diffusione di epidemie batteriche o virali, lunedì pomeriggio la professoressa Giulia Calvi del dipartimento di Storia dell’Università di Siena e Isabelle Rieusset Lemariè dell’Institut Univeritaire de Formation de Maitre, intramezzato dalle musiche medioevali suonate dal gruppo Dramsam e moderate dal professor Franco Panizon, hanno tenuto una tavola rotonda su Le grandi malattie epidemiche nella storia della medicina e nella storia della società.

«I microbi, in greco “piccole vite” sono all’origine della vita sulla terra; sono loro che hanno reso la terra abitabile, che ci hanno fornito l’ossigeno per respirare e le proteine per nutrirci», ha scritto il professor Panizon. «Ma oltre che nostri padri sono anche nostri fratelli; condividono con noi le risorse e le meraviglie del nostro pianeta e con noi le consumano e le producono in continuazione. Tuttora costituiscono la popolazione più potente del nostro mondo, abili ad adattarsi a tutte le circostanze, a moltiplicarsi ed eventualmente ad attaccarci. Sono piccoli e rimasti per lungo tempo misteriosi protagonisti della storia delle malattie dell’uomo». Fin dai tempi più remoti l’umanità è rimasta in balia di questi organismi, come un guerriero dagli occhi coperti di pece ha tentato ricombattere con mezzi empirici e rudimentali un nemico invisibile chiamato genericamente peste. Forse era solo un’influenza l’epidemia cantata da Omero che ha colpito gli achei durante l’assedio di Troia: «Dieci giorni volar pel campo acheo le divine quadrella…». Era tifo petecchiale la “peste” del ‘500, portata dagli eserciti lanzichenecchi con i pidocchi. Mentre era vera peste (dovuta alla Pasteurella pestis trasmessa dalla pulce) quella definita “nera” del ‘300 come quella del ‘600 raccontata da Alessandro Manzoni che ha ridotto di un terzo gli abitanti d’Europa ed abbassato a 20 anni l’attesa di vita. Era colera l’epidemia che colpì il Regno delle due Sicilie nel 1836. Ed influenze erano la “peste” di Londra del scorso secolo e l’epidemia della Spagnola che nel 1918 ha ucciso altrettante persone di quante ne ha uccise la grande guerra.

Le difficoltà nel definirsi delle epidemie è sempre stata quella di non riuscire a capire come esse potessero propagarsi e da cosa potessero essere scatenate. Gli elementi a noi giunti di quei drammatici avvenimenti: la fuga, il panico, la segregazione dei malati e dei luoghi infetti, la cessazione dei commerci, i falò improvvisati in mezzo alle strade per bruciare i vestiti e delle suppellettili, il proteggere naso e bocca con stoffe imbevute di sostanze medicamentose evidenziano il tentativo di difendersi da quelli che la medicina classica e poi quella rinascimentale chiamavano i miasmi del contagio.

Allora si supponeva che il contagi fosse dovuto ad un vapore esalato dalla putrefazione dei corpi e responsabile della generale corruzione dell’aria. Soltanto Girolamo fra’Castoro nel 1546 spezzò con la sua ipotesi del “contagio vivo” questo paradigma galenico. In qualità di medico dei frati conciliari, fra’Castoro fu spettatore del diffondersi a Trento di un’epidemia di tifo che egli attribuì alla puntura delle pulci.

«La trasmissione del tifo cui aveva assistito fa di lui il massimo esperto del meccanismo di diffusione dei contagi e nel 1546 dà alle stampe un volume dal titolo de Contagione et Contagiosis Morbis», ha detto alla conferenza la professoressa Giulia Calvi.

In questo volume fra’Castoro ipotizza la presenza di un veleno (virus) nelle cose toccate dagli appestati e scrive: «veramente fa stupire la tenacia e la durata delle molecole di tali virus nei corpi solidi a cui si appigliano. Ad esempio le vesti portate già da un tisico comunicarono il male anche dopo due anni e lo stesso si dica delle camere, dei letti e dei pavimenti dove un tisico sia morto. In tali corpi pertanto convien credere che restino dei semi contagiosi».

Nonostante fra’Castoro fosse riuscito ad individuare le cause dell’epidemia in quei “semi contagiosi” che oggi noi sappiamo essere virus, batteri, funghi, parassiti, la vecchia dottrina galenica continuò inesorabilmente a tenere piede. Solo il sistema immunitario individuale, qualche elementare sistema preventivo e semplici farmaci tramandati dalla cultura ippocratica erano in grado di tentare contro le “pestilenze” una debole resistenza. Soltanto nel XVIII secolo con Pasteur l’ipotesi del contagio diretto o vivo comincerà ad essere presa in considerazione, ma nel frattempo, come riassume efficacemente Giovanni Verga, diretto testimone dell’epidemia di colera del 1867, l’incubo dell’infezione, della sofferenza, della morte, che aleggiava su tutta la popolazione, distrusse ogni tipo di speranza.

«C’è l’idea del veleno nelle ostie consacrate, nel tabacco, nell’unto spalmato sui muri, nella polvere sparsa per le strade, nei razzi sparati di notte. C’è la mobilitazione armata dei contadini contro gli spargitori notturni di veleno, la fuga dei ricchi dal paese, la rabbia dei poveri rimasti, la carta del sottintendente che ordinava di lasciar spargere il colera e infine l’assalto di una misera baracca di commedianti ambulanti ed il linciaggio di alcuni zingari avvelenatori».

 

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