Sebbene non sia lecito compiere confronti di valore tra
scrittori ed artisti (ogni autore deve essere interpretato alla luce della sua
esperienza storica) si può senz’altro affermare che di non grande peso è stato
nel panorama italiano ed europeo il contributo degli autori triestini dell’800.
diverso è invece il giudizio sulla letteratura giuliana del ‘900 nella quale
trovano spazio autorevoli scrittori che reggono ampiamente il confronto con i
migliori prosatori europei ed anzi anticipano importanti elementi del pensiero
letterario: così Svevo, Slataper e Stuparich e così nel proprio e diverso ambito
Saba. Tra questi spicca inoltre con una propria inconfondibile fisionomia nella
letteratura italiana del Novecento Quarantotti Gambini. «Senza i “triestini”
mancherebbe qualcosa di essenziale», scrive Bruno Maier, già professore di
letteratura alla facoltà di Magistero dell’Università di Trieste. «Ossia non
mancherebbe solo un peso considerevole di esperienze umane ed artistiche, ma
anche, e più, la possibilità di ritrovare nel fluttuare stesso della vita e
nell’urgenza di una ricca e complessa problematica spirituale una sorgente
inesauribile di poesia e di canto».
Nato a Pisino d’Istria nel 1910, Pier Antonio Quarantotti Gambini ha trascorso
la sua infanzia e l’adolescenza a Trieste ed a Capodistria, nella quale
ambienterà alcuni racconti. Le sue prime pubblicazioni apparvero durante gli
studi di giurisprudenza, incoraggiato da scrittori quali Richard Hughes ed
Umberto Saba. Non bisogna infatti meravigliarsi se nei suoi “ricordi” trovano
spazio momenti di storia intellettuale e culturale condizionati da vari
scrittori con i quali nella diverse età della sua vita egli venne in contatto.
Egli stesso racconta che in una città come Trieste, nella quale il ricordo di
Svevo uomo s’incontrava e scontrava con quello di Svevo scrittore, diventava in
ogni modo importante, anzi indispensabile, fare i conti con lui, fissare dei
confini, delimitarsi un territorio. «Che cosa c’è in realtà nel fenomeno
chiamato “letteratura triestina”?». Si è infatti domandato e risposto più volte
lo stesso Gambini. «Da un lato un gruppo di autori molto notevoli, nati e
vissuti – nello stesso periodo o quasi – nella stessa città, da essi tutti molto
amata, che ha condizionato nell’uno o nell’altro modo l’opera di ognuno».
Fu
“Solaria” la rivista che per prima portò la sua opera al pubblico, stampando a
puntate il suo romanzo d’esordio: I nostri simili (1932) al quale si
aggiunse nel 1937 La rosa rossa.
Nella sua carriera il Gambini collaborò con numerosi giornali come “Pan”, “La
stampa”, “il Messaggero”, “il Tempo” di Milano e di Roma. Dopo alcuni anni di
lavoro nel servizio stampa di una società di navigazione, fu dapprima direttore
provvisorio della biblioteca civica di Trieste e poi responsabile delle
emissioni di “Radio Venezia Giulia” che diresse da Venezia fino al 1949. In
questi anni scrisse L’onda dell’incrociatore (1947). Traendo il massimo
da ogni esperienza, sia positiva che negativa, Quarantotti Gambini ha
approfondito ed affinato le sue grandi doti di narratore alternando ai romanzi
veri e propri una serie di opere la cui prosa fonde felicemente i problemi
storici e psicologici della vita del nostro tempo.
Walter Bernes, segretario della Comunità Istriana a Trieste ed organizzatore
della manifestazione in ricordo dell’artista scomparso ha in proposito detto:
«Nei suoi libri Quaratotti Gambini coltivava l’interesse per l’infanzia,
l’adolescenza, la gioventù ed è forse questo il motivo per il quale viene letto
tanto facilmente dai giovani».
Rifiutava la retorica e l’ipocrisia, ed incurante della “maschera” di facciata,
tentava di esprimere, nei limiti del possibile, i lati nascosti delle culture
moderne. «La verità, per me, è che non importa da quale finestra un artista
guardi», scrisse in un articolo. «Ciò che importa è che egli abbia la sua
finestra il più in alto possibile. Perché è troppo evidente che, quando la
finestra è ad una certa altezza, da essa si riesce a vedere molto od addirittura
tutto, indipendentemente dai fregi della cornice». Nella sua opera Quarantotti
Gambini ha certamente trovato una posizione di visione elevata che gli ha
permesso di manifestare nei suoi racconti, attraverso personaggi ed ambienti, la
propria concezione personale della vita. Un’altezza dalla quale Trieste,
l’Istria natia e perfino l’Italia tutta gli apparivano strette, non solo come
spazi fisici ma come mentalità, come arte. Furono questi gli anni in cui scrisse Amor militare (1955), Il cavallo Tripoli (1956) e La calda vita (1958).
«Se
un giorno dovessi scrivere la mia autobiografia la intitolerei Un italiano sbagliato», disse in un intervista a Gian Antonio Cibotto. «Come uomo,
sento di essere qualcosa di simile ad uno straniero in patria. Proprio quel modo
di essere e di pensare che poteva fare di me un cittadino normale in
un’ipotetica Italia un po’ nordica e molto europea mi mette fuori fase tra la
maggior parte dei nostri connazionali». Purtroppo Quarantotti Gambini non riusci
a scrivere la propria autobiografia: morì a Venezia il 22 aprile 1956 poco dopo
aver terminato di scrivere Racconto d’amore.
“ABBIAMO PAURA DI
PERDERE LA NOSTRA IDENTITA” |
Fu l’imperatore Giuseppe II, il 13 ottobre
1781, a pubblicare l’editto di tolleranza al quale seguì il decreto del 3
novembre 1781 in favore di tutte le confessioni cristiane diverse da quella
cattolica. Così finalmente il 9 agosto 1782 venne concesso ai Greci il
diritto di fondare ufficialmente la loro comunità a Trieste. Il 1º dicembre
1782 si riunirono così 63 capifamiglia che elessero sei deputati ed in
seguito otto assessori.
Le autorità della
comunità, oggi come allora, sono tenute a far rispettare la tranquillità tra
i connazionali, curano l’ispezione degli affari ecclesiastici, rappresentano
la Comunità davanti alle autorità di Trieste e si occupano anche della
nomina dei maestri di scuola. Inoltre supervisionano gli affari economici
della Chiesa ed i beni comuni e provvedono alla nomina dei preti. Oggi alla
Comunità Greca triestina appartengono circa 500 persone. «Ma gli attivi con
i quali siamo in contatto sono circa 200», spiega l’odierno presidente
Michele Hatzakis. «Questa differenza è dovuta al fatto che alcune persone di
religione ortodossa si sposano con altre di religione cattolica e di
conseguenza si crea una divisione che può portare ad un allontanamento della
Comunità». Ma quale funzione ha oggi la Chiesa Greco ortodossa o Comunità
Greco orientale come la chiamano alcuni? «La comunità Greca oggi è un ente
morale», chiarisce Michele Hatzakis. «Gestisce i beni che ha ereditato dalle
varie personalità greche del passato, come alcuni palazzi ed appartamenti,
si occupa del culto e aiuta i Greci bisognosi».
Ogni due anni la Comunità
si riunisce in assemblea per eleggere un consiglio di quindici persone.
Queste si ritrovano una volta all’anno per votare il presidente che non può
restare in carica per più di tre anni. Per essere eletto il primo anno ha
bisogno del 51% dei voti, per il secondo del 75%, mentre necessita
dell’unanimità dei consensi per rimanere in carica anche il terzo anno.
Vengono anche eletti due vicepresidenti e due sindaci per controllare che
tutte le attività della Comunità si svolgano secondo lo Statuto. Un
regolamento, questo, che venne approvatoli 17 marzo 1784 dalla Comunità e
convalidato l’8 aprile 1786 dalle Autorità del tempo. Nell’ambito di questa
normativa vennero promulgati nove capitoli, suddivisi in 314 articoli, che
ancora oggi ordinano la vita della Comunità Greco orientale di Trieste.
Rappresentativo su questo aspetto è il pensiero di Olga Katsardi, assistente
nella facoltà di filosofia e storia greca moderna dell’università di Atene,
che per alcuni anni ha soggiornato a Trieste studiando la storia degli
immigrati greci: «Oggi la Comunità Greca è in grado, a duecento anni dalla
sua fondazione, di svolgere le attività secondo i dettami dell’invariato
antico statuto, che rispecchia lo spirito dei suoi benemeriti fondatori e
funge da faro della Cristianità Ortodossa nelle amate terre giuliane».
Secondo i suggerimenti del presidente eletto vengono anche scelti alcuni
assessori, responsabili del culto, del cimitero, del coro, delle questioni
tecniche e della biblioteca. «Quest’ultima è la più importante biblioteca
dell’ellenismo estero», racconta Apostolos G. Papaioannu, ricercatore sulla
presenza dell’ellenismo a Trieste e Venezia durante l’800. «Comprende
principalmente opere di contenuto filosofico, teologico, storico ed una
serie di testi scolastici». Di notevole interesse sono gli atlanti
geografici, i vocabolari e le enciclopedie. Tutti pezzi molto rari come le
tragedie di Sofocle del 1552 e l’edizione del 1521 del vocabolario di
Esichio. La biblioteca dispone anche di una sezione speciale dove sono
conservate vecchie riviste e giornali tra i quali la serie degli anni
1883-1916, con pochissimi numeri mancanti, del giornale greco Nèa Imèra di
Trieste, stampato nelle tipografie del Lloyd Austriaco. Ma non solo riprende
il signor Papaioannu: «Negli scaffali è possibile documentarsi sulla
linguistica e sulla letteratura classica, bizantina, greca moderna ed
europea. Pregevoli sono i testi sulla storia, sull’archeologia, sull’arte e
sulle scienze. Numerosi sono i volumi sul diritto e sulle scienze politiche.
Non mancano infine trattati sulla teologia, filosofia e pedagogia».
Dall’arrivo del primo
greco in terra giuliana è passato molto tempo, a lui si sono susseguiti
tanti altri immigrati che si stabilirono in città definitivamente. La
maggior parte di queste famiglie, pur mantenendo i ricordi della madre
patria, inevitabilmente ha acquistato le tradizioni, la cultura e qualche
volta la religione della popolazione triestina. Ma ultimamente per motivi
diversi da quelli passati (non è più il commercio che attira verso Trieste)
un numero sempre crescente di ellenici ha ricominciato ad avvicinarsi alle
coste giuliane, anzi sarebbe più corretto dire all’università giuliana,
visto che si tratta per la maggior parte di studenti. «Oltre due terzi
dell’attuale Comunità Greca si è stabilita a Trieste dopo la 2a guerra mondiale», conferma il presidente Hatzakis. «Una parte non
trascurabile di queste persone ha raggiunto la nostra città nel dopoguerra e
negli anni settanta ed ottanta. La maggioranza, giunta originariamente per
motivi di studio, ha poi scelto, dopo aver ottenuto la residenza, di
rimanere nel capoluogo giuliano». La Comunità oltre alle sue funzioni di
amministrazione, già accennate, si adopera anche in altre attività come
specifica il signor Hatzakis: «Organizziamo svariate manifestazioni ed
attività culturali. Tempo fa c’è stata una presentazione al pubblico della
poesia greca, ultimamente è stata organizzata al teatro Miela una
manifestazione musicale con un complesso ellenico. Inoltre vengono aiutati
gli studenti greci ad organizzare due volte all’anno delle serate danzanti».
Ma non solo: «Abbiamo inoltre intenzione di creare una sala da utilizzare
come ritrovo, per conferenze, feste e attività ricreative», continua a
raccontare il presidente. «A tale scopo vorremmo utilizzare gli ambienti, di
nostra proprietà, del negozio Dosaggio ora in affitto. Lo sfratto è in corso
ma i tempi non sono mai brevi in questo genere di pratiche». Una Comunità,
quella greca, che non tende ad isolarsi dall’ambiente che la circonda, che
ricerca i rapporti (sia di amicizia che di lavoro) indipendentemente dalle
tradizioni, dalla cultura e dal credo religioso, racconta il loro
presidente: «Continuiamo a rimanere in contatto con la nostra madre patria,
anche grazie ad un continuo via vai di amici e parenti. Non dimentichiamo la
nostra provenienza. Ma la maggior parte di noi si è perfettamente amalgamata
con la popolazione locale. Questo anche grazie ai matrimoni misti ed alla
caratteristica mitteleuropea di Trieste». Una Comunità Greca, quella di
Trieste, che meriterebbe una medaglia per la capacità di adattamento e di
fusione in una cultura diversa da quella originaria. Una medaglia però che,
come traspare dalle parole di Michele Hatzakis, fa temere il suo inquietante
rovescio: «Il rischio più grosso che corriamo con l’andare degli anni è di
perdere la nostra cultura e le nostre tradizioni. Solo la Chiesa e la
Comunità, tenendoci uniti, possono proteggerci da questo pericolo».
“COME PIOVE SULLE CAMPANE DI SAN NICOLÒ” |
Benché alcune delle più
famose chiese cristiane orientali siano di stile bizantino non esiste una
tipica architettura ortodossa nell’Europa Occidentale. Ogni Comunità ha
assorbito le tradizioni e la coltura del proprio ambiente e periodo stoico e
gli edifici hanno risentito del contesto nel quale sono stati costruiti.
Nelle chiese ortodosse lo spazio destinato ai fedeli è spesso separato dallo
spazio dell’altare (o abaton) da una particolare parete divisoria
ricoperta di icone e chiamata iconostasi. Mentre le donne possono assistere
alla funzione da un balconato a loro riservato denominato Gineceo. A Trieste
le influenza asburgiche e contemporaneamente veneziane hanno fatto in modo
che sia il vecchio San Spiridione (sui cui resti è stato costruito il nuovo
tempio serbo ortodosso in stile neobizantino) che il più recente San Nicolò
siano stati fabbricati seguendo una concezione di tipo neoclassico con
decise influenze veneziane. E’ proprio quest’ultima chiesa la massima
espressione dell’architettura greco ortodossa a Trieste. E per tale motivo è
d’obbligo soffermarsi ad analizzare i particolari dell’iniziale struttura di
San Nicolò successivamente modificata. Di tale versione purtroppo non si
possiede alcuna documentazione visiva ma è possibile farsene un’idea
attraverso la descrizione, risalente al 1818, del governatore della Comunità
Greca Giovanni Vordoni: «Un tempio incompleto, con una facciata zotica e
senza gusto, con i campanili dimezzati senza poter far uso de’sacri bronzi e
col recinto cadente per modo da incuter timore a tutti quelli che vi passan
vicino». Inoltre egli si preoccupava della « salute delle nostre campagne,
che in troppo numero si trovano angustiate nel troppo ristretto gineceo», la
zona riservata alle donne, il cui accesso tra l’altro era «alle intemperie
esposto». A quanto risulta dopo il 1787 (data d’apertura del tempio ai
fedeli), ultimati i lavori di questa iniziale struttura, nulla di
significativo fu aggiunto sul piano architettonico fino al 1819, anno in cui
l’architetto Matteo Pertsch venne scelto per rimodernare la costruzione. «Il
disegno della facciata e dei due campanili come disegnato da Pertsch è
conservato negli uffici della Comunità», racconta Maria Bianco Fiorin,
docente di lettere e collaboratrice dell’Istituto di storia dell’arte
dell’Università di Trieste. «E’ lievemente tinteggiato, reca la firma del
Pertsch e l’approvazione del Direttore generale delle fabbriche e strade del
distretto di Trieste, Pietro Nobile, nonché la data del 27 maggio 1818 ed il
numero di registrazione 1054». Il completamento dei lavori, sotto la
supervisone del Pertsch, ha notevolmente modificato l’aspetto della chiesa
che ha assunto la conformazione attuale. Sulla facciata sono state aperte
quattro finestre anche se quella centrale, progettata circolare, oggi è a
forma di semiluna poggiante su di un esile basamento. Questo per consentire
alla Comunità di affiggere una lapide marmorea sopra la porta d’entrata.
Inoltre spiccano nella facciata sei colonne, inserite nel muro, che
terminano ciascuna con capitello ionico. Al di sopra è visibile un frontone
triangolare dietro al quale, di poco arretrati, si erigono i due campanili
di eleganza neoclassica. La costruzione ad una sola navata si apre sulla
facciata con tre porte delle quali solamente quella centrale consente
l’accesso alla chiesa. Benché dall’esterno il tempio possa apparire
addossato alla palazzina attigua, in realtà se ne distacca per un cortiletto
interno che permette alla luce di filtrare anche dal fianco sinistro grazie
a due file di finestre. Nel lato destro della chiesa inoltre sorgono due
strutture quadrangolari. La prima permette di entrare nel gineceo al coperto
mentre la seconda , con pura funzione estetica, immette al cortile che
circonda la chiesa. Essa è isolata dall’ambiente esterno grazie ad una bassa
inferriata alternata a riquadri in pietra.
Questa struttura,
dall’ultimo lavoro del Pertsch, fu restaurata varie volte ma mai
completamente. Infatti «i campanili avrebbero bisogno di un restauro
urgente» fa capire l’archimandrita (l’abate) Timotheos Eleftheriou. «quando
piove passa perfino acqua attraverso il tetto e questo potrebbe rovinare gli
ingranaggi delle campane. Inoltre alcune parti interne della chiesa
necessiterebbero di una revisione, ci sono zone dove l’intonaco delle pareti
si sta sgretolando Infine le abitazioni dei sacerdoti e del sacrestano
avrebbero bisogno di alcune modifiche. In sostanza sarebbe indicato un
restauro generale ma purtroppo mancano i necessari finanziamenti».
Entrando all’interno del
tempio si nota subito la pavimentazione in marmo a riquadri bianchi e neri.
La chiesa, come già detto, è a navata unica e, benché esistano gli svariati
problemi di manutenzione accennati dall’archimandrita, è visivamente in
ottimo stato, questo grazie ai continui sforzi della Comunità Greca. Una
vasta pittura ad olio su tela riveste tutto il soffitto e la parte superiore
delle pareti laterali. «Con i suoi effetti prospettici ed architettonici,
anche se non del tutto corretti, dà all’ambiente un senso di spazio e
profondità», spiega la professoressa Fiorin. Le pareti, dal soffitto fino
alla base delle finestre sono anch’esse rivestite di tela decorata a finte
nicchie nelle quali sono visibili le immagini dei quattro evangelisti. In
altre nicchie invece, che si alternano alle finestre, sono raffigurati gli
altri otto apostoli rimanenti. Nella parte sovrastante l’entrata sostenuto
da due colonne è posto il gineceo, che si appoggia parzialmente anche alle
pareti laterali. Sopra il gineceo è visibile il coro. Entrambi hanno
balconate decorate da stucchi e pitture arricchite da dieci pannelli dipinti
ad olio su tela. Procedendo verso il centro della chiesa è possibile
ammirare, a destra e a sinistra, due grandi tele dipinte dal pittore Cesare
Dell’Acqua quali la Predicazione del Battista del 1852 ed il Cristo ed i fanciulli del 1854. Nella parete sinistra si trova anche il
pulpito decorato da stucchi dorati e da quattro pannelli dipinti a tempera
su tavola a fondo d’oro che raffigurano gli evangelisti, opere assegnate al
pittore greco Giovanni Trigonis. L’iconostasi, parete che separa il
presbiterio ( zona riservata solo ai sacerdoti) dai fedeli, splendente di
intagli dorati e pitture, fulcro di tutto il luogo sacro, s’innalza su tre
gradini e attraverso tre porte permette l’entrata del sacerdote nella zona
riservata al clero. Nei battenti di queste si trovano alcuni pannelli ovali
dipinti a tempera rappresentanti i Santi Pietro e Paolo ed i Padri della
Chiesa.
Nella parte superiore
dell’iconostasi si intravedono tre tele raffiguranti Gesù nel Getzemani, la Deposizione e il Noli me tangere. Nella parte di mezzo sono
posti 21 dipinti a tempera su tavola con fondo oro che raffigurano le scene
evangeliche e che vengono, nel corso dell’anno liturgico, spostati ed
inseriti nel proskynetarion, una sorta di leggio visibile al centro
della chiesa. «Icone queste che parlano un linguaggio bizantino con qualche
debole concessione ai modi occidentali» spiega Maria Bianco Fiorin. «Non
sono tutte dello stesso livello ma rientrano nelle caratteristiche
stilistiche del pittore Giovanni Trigonis». Suoi sono anche alcuni dipinti
che adornano l’iconostasi nella parte inferiore. «Qui il Trigonis si rivela
dogmatico, con le figure frontali sedute sui troni in atteggiamento
benedicente, mentre reggono i vangeli. Va invece valorizzata la notevole
abilità dell’argentiere sulle preziose coperture d’argento che rivestono le
icone».
Un edificio, la chiesa di
San Nicolò, interessante artisticamente e storicamente non soltanto per gli
ortodossi ma per tutta la città di Trieste che incute rispetto e stimola in
qualsiasi visitatore una suggestiva impressione. Sentimenti, questi,
espressi nel 1824 anche da Girolamo Agapito, uno dei primi cronisti locali
di origine greca: «Il santuario aperto alla venerazione dei fedeli, il canto
de’sacerdoti e de’cori, l’edificante raccoglimento degli uomini e le
orazioni del femmineo sesso dall’alto de’ginecei, la santità che
d’ogn’intorno spira il luogo sacro, formano un complesso di oggetti
venerandi che impongono la devozione e destano la memoria della chiesa
primitiva».
“QUASI TRECENTO ANNI DI SILENZIOSA PRESENZA” |
Fu l’imperatore Carlo VI, che stava cercando
un centro marittimo da contrapporre a Venezia, ad elevare nel 1719 al rango
di Porto Franco l’allora modesto centro abitato di Trieste. Un provvedimento
che stimolò l’immigrazione verso l’Austria meridionale di un considerevole
numero di persone attirate dal commercio e da benefici ed immunità di vario
genere.
Fra questi intraprendenti
personaggi che coraggiosamente lasciavano la madre patria in cerca di
fortuna vi fu anche un greco: Giovanni Mainati, originario di Zante, che nel
1734 giunse a Trieste insieme alla moglie ed al figlio Costantino, per
dedicarsi al commercio del legname. Innamoratosi subito della città avvertì
i congiunti di aver scoperto «una città con grande avvenire commerciale, di
tipo quasi greco perché dominata da un ‘acropoli». Suo fratello Giovanni lo
raggiunse con la propria famiglia già nello stesso anno. La voce percorse
tutta la costa adriatica e nel 1748 Trieste ospitava già sette famiglie
greche, impegnate in piccole attività come la distillazione dell’acquavite e
la tessitura di cappotti. Ben presto emerse nei Greci emigrati la necessità
di disporre di un luogo di culto, ove poter celebrare le sacre funzioni
secondo il rito della Chiesa Greco Ortodossa.
L’abate Omero Damasceno,
originario di Smirne, assicurò l’assistenza pastorale e si adoperò per
ottenere i permessi necessari all’edificazione di un tempio adatto alla
propria religione. Così nel 1751 presero l’avvio i lavori per la costruzione
della prima chiesa, in riva al Canal Grande, completata nel 1753 e dedicata
alla Santissima Annunziata e a San Spiridione, nel cui sagrato adiacente
avvennero le prime sepolture dei greci in territorio triestino. Un tempio
costruito in stile neoclassico veneziano che in seguito venne sostituito
dall’attuale chiesa serbo-ortodossa bizantina. Durante la sacra funzione
inaugurale all’abate Omero Damasceno venne conferita la dignità di
Archimandrita. Nel frattempo cominciarono a stabilirsi a Trieste anche
alcune famiglie illiriche (serbe) di religione ortodossa, che si unirono al
culto dei fedeli Greci. Ma ben presto il numero sempre in aumento di questi
fece intravedere l’esigenza dell’edificazione di una seconda chiesa
ortodossa a Trieste. Successivamente difficoltà insorte con gli illirici
indussero i Greci, dalla fine del 1780 e nei sette anni successivi, a tenere
le loro funzioni religiose in una cappella privata ricavata in casa del
commerciante Andrulachi. Maturò intanto fra i Greci il progetto di fondare
una comunità esclusivamente greco-ortodossa. Il 1º dicembre 1782 nacque così
ufficialmente la Comunità Greco Orientale, con il nome di “Nazione
Greca”.Nel frattempo venne acquistato un terreno vicino all’odierna piazza
Goldoni da utilizzare in parte come cimitero, che rimase in funzione fino al
1829, ed in parte per edificare un ospedale che sarà finito nel 1798. Il 18
febbraio 1787 venne finalmente consacrata alla Santissima Trinità e a San
Nicolò una nuova chiesa che, anche se non completamente finita, venne dotata
di icone ed arredi sacri grazie alla munificenza dei fedeli greci. Il 23
dicembre 1787 si procedette all’elezione del primo Consiglio della Comunità
presieduto dal governatore Costantino Bellagura al quale si affiancarono due
assessori e dodici consiglieri.
Fu questo il periodo nel
quale si cercò anche di organizzare l’istruzione dei giovani greci, fino
allora gestita dai sacerdoti, con l’assunzione di insegnanti che permisero
dal 1801 lo svolgimento regolare delle lezioni scolastiche in una palazzina
vicino alla chiesa.
Si era alle porte del nuovo
secolo ed alle prime botteghe si aggiungevano attività sempre più
importanti. Il commercio con l’Oriente fu in buona parte prerogativa dei
Greci, le attività di armatori ed assicuratori presero sempre più ampio
respiro anche grazie al favore dell’imperatrice Maria Teresa positivamente
impressionata dalle lettere del barone Pasquale Ricci, consigliere
dell’Intendenza, che scrisse testualmente: «..si tratta di una Nazione
industriosa, altrettanto disposta ad accumulare ricchezze quanto premurosa a
conservarle e lontana da occasioni di dissiparle; di una Nazione che ha
conciliato credito e vantaggio a se stessa e alle piazze in cui si è
stabilita. Quindi, a senso mio, conviene di promuovere con tutti i mezzi i
suoi stabilimenti a Trieste». Le prime occupazioni francesi del 1797 e del
1805 turbarono però questo promettente sviluppo e la situazione peggiorò
rapidamente quando le truppe napoleoniche, nel 1809, entrarono per la terza
volta nella nostra città imponendo nuove e pesanti tassazioni.
Un’occupazione a seguito della quale le organizzazioni commerciali,
marittime e assicurative subirono una battuta d’arresto.
Un duro colpo, ben presto
però dimenticato con il ristabilimento della pace in Europa che segnò anche
la ripresa delle attività della comunità. Ma le vicissitudini belliche per i
Greci a Trieste non erano destinate a finire.
Con la rivoluzione ellenica
del 1821 e la successiva guerra d’indipendenza Trieste divenne un centro
importante per il movimento di liberazione, una città dalla quale partirono
mezzi e combattenti ma che offrì anche rifugio a molti profughi.
Nel frattempo Trieste
cresceva sia in estensione che in popolazione ed il progressivo sviluppo
dell’area urbana costrinse il governatore a disporre nel 1817 il
trasferimento di tutti i cimiteri a Sant’Anna. Per le loro sepolture i Greci
scelsero allora il sito, ancor oggi utilizzato, in via della Pace.
Grazie alle migliori
condizioni economiche intanto nel 1818 fu possibile completare la
costruzione della Chiesa di San Nicolò. Vennero affidati all’architetto
Matteo Pertsch i lavori che interessarono i due campanili e la facciata,
alla quale si aggiunse il muro di cinta con le cancellate in ferro battuto.
Venne restaurato anche
l’interno dove si procedette all’ampliamento del gineceo, zona riservata
alle donne. Nel 1855 iniziò l’avventura giornalistica del giornale greco
“Imerà” (Giorno) che nel 1874 diventerà “Nèa Imerà” (Nuovo Giorno). Chiuse,
dopo mezzo secolo, nel 1912, ma rappresentò il principale mezzo
d’informazione dei Greci dell’area mediterranea.
Finito il primo conflitto
mondiale il lento declino dei traffici e delle attività economiche triestine
influì negativamente anche sui greci. Nuove possibilità commerciali furono
sperimentate, parecchie delle quali verranno poi vanificate dallo scoppio
della seconda guerra mondiale. Nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, molti
ufficiali dell’esercito greco e uomini politici deportati come ostaggi
approfittarono dell’accaduto per evadere dai campi di concentramento.
L’allora presidente della comunità, barone Pietro Ralli, nascose una
cinquantina di loro nei locali in possesso della comunità e li aiutò in
denaro e rifornimenti alimentari. Dopo la fine del conflitto i Greci
gradatamente ripresero le attività commerciali verso l’Europa centrale
(frutta secca e legname).
Ma uno dei maggiori sviluppi
si ebbe nel settore marittimo. Dagli scali triestino scesero in mare due
grosse petroliere che portarono in paesi lontani i nomi di “Trieste” e “San
Nicolò” battendo bandiera italiana.
Un colpo d’occhio sui panorami del
secolo scorso |
Ognuno di noi, comodamente seduto in poltrona, può accendere la
televisione e con il telecomando selezionare il programma preferito. E’
così meravigliarsi dei nuovi prodigi della tecnica, inorridire
osservando le tragedie della guerra ed ammirare il fascino della natura.
Oggi basta prendere l’aereo per essere trasportati in poche ore in
Australia, nelle Americhe o in Sud Africa. E’ sufficiente sedersi nella
propria automobile per raggiungere la meta desiderata. Ma non solo, per
fissare indelebilmente le esperienze vissute bisogna semplicemente
schiacciare un tasto (magari d i una semplice macchina fotografica usa e
getta), oppure “catturare con l’obiettivo di una telecamera digitale le
gioie di una vacanza. >
Comodità queste che ci appaiono scontate, alla portata di tutti, ma due
secoli or sono la scienza che oggi ci permette di sfruttare tutte queste
tecnologie era appena agli albori. Stava per nascere la fotografia
(1839), l’automobile (1885), gli scienziati sperimentavano già la prima
trasmissione dell’immagine (1884), ma l’utilizzo di queste ed altre
scoperte rimase per lungo tempo riservato ad una ristretta èlite
scientifica.
Nel 1800 il mondo era molto diverso dal nostro, difficilmente si era
propensi ad intraprendere l’avventura di un viaggio per terra (in
carrozza e a cavallo) o per mare (nei velieri tanto affascinanti quanto
insicuri). Per fissare su carta le immagini bisognava essere capaci di
disegnarle. Non parliamo poi delle disastrose condizioni economiche,
igieniche e logistiche che avvilivano anche i viaggiatori più temerari.
Una situazione che consentiva solo a pochi fortunati e coraggiosi di
conoscere le varie facce del nostro pianeta. Ma grazie all’opera di
pregevoli artisti, iniziata nei primi anni del secolo scorso, per la
popolazione delle grandi città cominciava ad essere possibile
raggiungere le cime delle montagne, assistere ai combattimenti di alcune
battaglie o ai prodigi della tecnica di quel periodo.
Come? “Attraverso numerosi viaggi, bozzetto dopo bozzetto, questi
maestri riproducevano su carta i paesaggi visti e le esperienze vissute
per ricrearli poi, ritornati a casa, in opere lunghe decine di metri
chiamati Panorami”, racconta Marino De Grassi, studioso e cultore della
storia della stampa e dell’editoria. Fu così che in dieci o venti minuti
diventava semplice e fattibile ammirare tutta la costa dell’Istria e
della Dalmazia o spaziare lo sguardo tra le cime della catena alpina.
Era possibile immergersi senza rischio nei combattimenti della guerra di
Crimea od osservare stupefatti la meravigliosa rete ferroviaria
dell’impero asburgico. Tutto questo fu realizzabile grazie alla geniale
intuizione di Robert Barker , specialista in ritratti e paesaggi, che
ideò per primo questo tipo di rappresentazione. LA sua singolare idea fu
quella di costruire una veduta a 360° che venne subito brevettata il 19
giugno 1787 a Londra e chiamata Nature à coup d’oeil (natura a
colpo d’occhio). Doveva essere una visione il più possibile realistica,
come lui stesso descrisse, dove “per mezzo del disegno e della pittura e
di un’appropriata disposizione dell’insieme, era possibile definire
l’intera veduta di una regione o di un luogo qualsiasi, così come appare
(dal vivo) ad uno spettatore che giri completamente su se stesso”.
Queste opere venivano presentate al pubblico come immensi quadri
completamente circolari raffiguranti generalmente scenari naturali,
avvenimenti contemporanei o paesaggi urbani”. “Tale insolita pittura era
esposta in un edificio a pianta circolare e dal centro il pubblico
pagante, posto sopra una piattaforma che ne consentiva l’osservazione
con lo stesso angolo di visuale del pittore, poteva ammirare il
paesaggio”, spiega Marina Bressan, studiosa di lingua e letteratura
tedesca.
L’illuminazione dall’alto inoltre, simulando la luce del sole,
partecipava nel creare l’illusione della realtà garantendo così un
effetto di sicura suggestione.
Fu naturalmente Barker a presentare al pubblico il primo Panorama, nome
con cui venne battezzatala la Nature à coup d’oeil:una
riproduzione della cittadina di Edimburgo. La tela dipinta con
acquarello fu dapprima posta in una rotonda di 25 piedi di diametro e
trasferita poi a Glasgow. incominciando così la tradizione itinerante di
queste opere.
Il Panorama, proprio per la sua caratteristica di fondere insieme il
reale con l’irreale, garantiva agli osservatori, che nell’oscurità
osservavano i dipinti, l’illusione di viaggiare in luoghi concreti ma in
uno spazio e in un tempo immaginari. Si innestava così un processo di
immaginazione che arrivava fino al sentimento di essere testimoni
diretti della scena. Un’esperienza riassunta efficacemente da una frase
di Maria Bressan “Chiunque poteva essere proiettato in una specifica
situazione, in una località o scena di battaglia come in un volo
fantastico”. Queste opere soddisfacevano inoltre l’esigenza di novità,
di informazione, di evasione e di arte che cominciava a farsi sentiore
incessantemente verso la metà dell’Ottocento.
“In seguito il Panorama contribuì ulteriormente a diffondere le immagini
del mondo diventando, non più solo spettacolo pittorico, ma anche
Panorama a stampa”, racconta Marino De Grassi. “La diffusione di
quest’ultimo fu facilitata dalle dimensioni contenute e dall’affermarsi
di nuove tecniche di stampa quali la litografia e la cromolitografia”.
Si presentava come un libretto al cui interno, ripiegato a soffietto, si
trovava l’immagine di una lunga veduta. In tal modo la visione poteva
avvenire per parti o nella sua completa estensione. Addirittura singole
sezioni di un Panorama cartaceo costituivano stampe a sé
commercializzate separatamente.
“Così in poco tempo i Panorami a stampa, talvolta inseriti anche in
riviste specializzate, divennero un modo didattico per far conoscere il
territorio o più semplicemente un caro ricordo dei viaggi trascorsi”,
spiega Marina Bressan.
“Ma vennero anche usati come guida da viaggio o come rappresentazioni
celebrative”. E proprio nel mese di agosto, per la prima volta in
Italia, verranno esposte nella nostra regione alcune di queste opere che
hanno guidato, fatto sognare e divertire i nostri bisnonni. “Al castello
di Gorizia dal 7 agosto al 23 ottobre si potranno ammirare oltre
centoventi metri di vedute panoramiche di vario formato a sviluppo
orizzontale o verticale, di cui alcune sfiorano i dieci metri di
lunghezza”., racconta Marino De Grassi. “Si tratta di prodotti a stampa,
incisi o litografati, provenienti da collezioni provate o pubbliche (
come la Biblioteca statale isontina di Gorizia), che offrono una
campionatura significativa dell’editoria dei “Panorami nell’area della Mitteleuropa tra gli anni quaranta e la fine del 1800”. Una mostra
realizzata grazie all’Assessorato alla cultura del comune di Gorizia,
all’associazione Italia-Austria con il contributo della Fondazione Cassa
di Risparmio di Gorizia. Il Panorama lungo a stampa nell’Ottocento è il
titolo della prima e principale sezione che ospita eccezionali
realizzazioni grafiche raffiguranti numerosi ed importanti tratti del
nascente sistema ferroviario austriaco e i bellissimi panorami delle
coste dell’Istria e della Dalmazia disegnati da Giuseppe Rieger per
conto del Lloyd Austriaco. Non mancano le originali vedute di Venezia,
Vienna, Trieste, Lubiana o dei loro dintorni e l’inedita visione del
corso del Danubio da Lienz a Regensburg con lo scorcio prospettico di
tutte le città bagnate, non chè moltissime vedute panoramiche delle Alpi
diffuse a livello turistico. Nella seconda sezione “Le cartoline
panoramiche dei primi del ‘900”, vengono esposte 18 piccole stampe
raffiguaranti le città di Grado nelle quali è evidente la ricerca (con
la fine del secolo si era ormai esaurito il fenomeno del Panorama lungo
a stampa) di trasferire il gusto della visione panoramica in cartoline
ripiegate due, tre e persino sei volte. Un esperimento che però non ebbe
molto seguito a causa dei costi e della scarsa praticità delle
cartoline. Nella Terza sezione, Panorami di guerra a confronto, fanno
bella mostra di sé cinque lunghissime tavole litografiche a colori della
spedizione sarda in Crimea (voluta da Cavour per guadagnarsi il favore
dell’Europa). Stampe eseguite da Luigi Bucco, grazie ad una serie di
disegni effettuati durante i combattimenti da Gerolamo Induino (pittore
del risorgimento). Cromolitografie che si confrontano nella stessa sala
con alcune fotografie panoramiche scattate durante la prima guerra
mondiale sul fronte dell’Isonzo. Tecniche diverse ma con un fine simile:
quello celebrativo o commemorativo di eventi bellici fondamentali nella
storia d’Italia.
Oggi ognuno di noi accendendo il televisore in pochi secondi può
trasferirsi “elettronicamente” in qualsiasi zona della terra, per
raggiungere di persona non ha che da scegliere quale mezzo di trasporto
utilizzare e con svariate apparecchiature è in grado di catturare
velocemente ogni tipo di immagine. Ma i Panorami dell’800 benché meno
precisi sono ancora oggi in grado di competere grazie al loro valore
artistico, storico e narrativo con le perfette ma fredde immagini
elettroniche. E sono proprio questo disegni che indirettamente ci
raccontano, con le maestose vette della catena alpina, con le sterminate
costiere modellate dal mare, con i treni sbuffanti di vapore ed i
velieri gonfi di vento, come il progresso ci abbia dato tanto, ma anche
tolto qualcosa.
Piccolo amico nei guai per te c’è sempre una casa |
“Saranno state le undici di sera, pioveva a dirotto ed io mi trovavo
bagnata, infreddolita e alla ricerca di un riparo che mi permettesse di
riposare un poco. Erano alcuni giorni che non mangiavo, ma quella notte
nei vicoli di Cittavecchia difficilmente avrei trovato un pezzo di pane
da mettere sotto i denti. Che vita grama pensavo, quando tutto ad un
tratto sentii dietro di me il rumore di alcuni passi. Potei solo
scorgere il profilo di una figura umana che velocemente si dirigeva
nella mia direzione. >
Tentai di scappare ma il fondo sdrucciolevole mi fece scivolare più
volte e non riuscii che fare qualche metro quando mi ritrovai in
trappola, CATTURATA SENZA POSSIBILITà DI FUGA. Pensai che fosse finita,
che la mia breve e pensosa vita si fosse conclusa, ma mi stavo
sbagliando. Mi rinchiusero in un furgone e mi portarono in un caseggiato
sull’altopiano. Era ancora notte e non riuscivo bene a capire dove fossi
capitata. L’unica cosa certa è che mi asciugarono, mi diedero da
mangiare e mi fecero dormire in un posto caldo vicino ad altri miei
simili. Chi sono e perché vi ho raccontato questa storia? Mi hanno
chiamata sempre in tantissimi modi, Fido, Boby e molti altri, ma adesso
sono Fulvia. E già, sono un cane e per giunta quasi di razza, perché se
non fosse per le mie zampe un po’ troppo bianche sarei un perfetto
pastore portoghese. Sono arrivata in questo poso tanti anni fa, ero
magrissima e disperata, ma da allora ho ricevuto affetto e tutto quello
che un animale piò desiderare. Ormai ho otto anni, non che sia
vecchissima ma non ho più tanta voglia di correre e giocare come un
tempo, e non interesso certo ai visitatori che ogni tanto vengono con la
speranza di portarsi via un cucciolo. Ma di questo fatto non sono
assolutamente dispiaciuta, questa è la mia famiglia, la mia casa e non
me ne andrei per tutti gli ossi di questo mondo”.
No, non siamo telepatici né abbiamo trovato il mitico anello di re
Salomone: Fulvia ci ha raccontato la sua storia con il suo sguardo
dolce, con il suo atteggiamento affettuoso, con il suo scodinzolare, con
la naturalezza con la quale ci ha accompagnato, quasi fosse lei la
padrona di casa, nella visita all’Astad, un ricovero per cani e gatti
abbandonati che tantissimi triestini conoscono senza peraltro fare
alcunché per questa istituzione benefica.
Alcune cose le ha spiegate nel dettaglio Marina Benussi, una delle
volontarie che lavora nel centro, ma è certo che l’atteggiamento ed il
comportamento servono mille volte ad esprimere i propri sentimenti
meglio delle parole, e questo vale tanto per gli umani che per gli
animali.
Per chi non ne conosce l’ubicazione il caseggiato dell’Astad non è
facilissimo da trovare: percorsa per alcune centinaia di metri la via di
Prosecco, subito dopo essere usciti dal comune di Opicina, appena
oltrepassato il ponte della ferrovia bisogna girare a destra o
proseguire per mezzo chilometro. Dopo alcune peripezie anche noi abbiamo
raggiunto il cancello verdo con la targa di identificazione. Erano le
tre del pomeriggio, orario di apertura del centro, ad aspettarci c’era
la signora Benussi, ex infermiera professionale che ora dedica la sua
vita agli animali abbandonati. Attorno a lei c’erano tanti cani festanti
ed eccitati per la novità della visita. Fra di loro c’era anche un
grosso cagnone a pelo corto che si rotolava per terra cercando di
attirare la nostra attenzione e soprattutto le nostre “coccole”: era
Fulvia, ma di lei conoscete ormai tutto. Chiacchierando con la signora
abbiamo cominciato a passeggiare nell’erba primaverile dell’ampio
appezzamento di terra. Accarezzando ogni tanto i piccoli amici che ci
seguivano nel nostro cammino siamo arrivati nei pressi di due caseggiati
separati, con ampie recinzioni esterne tutte piene di animali che
servono ad ospitare cani e gatti separatamente.
Ma non solo, prosegue la nostra accompagnatrice: “I cani vengono
separati anche a seconda della taglia, del sesso (due maschi non possono
stare insieme nella stessa gabbia) e dell’età, perché i vecchietti
vengono sempre più emarginati dal gruppo. I più giovani rimangono
all’interno delle recinzioni dalle quali possono uscire solo durante i
periodi di chiusura al pubblico, mentre i più vecchi, come si può ben
vedere, sono sempre liberi di scorrazzare”.
Certo che sono tantissimi, commentiamo a bassa voce. “Circa 700 animali”
specifica la nostra interlocutrice e subito aggiunge , con un pizzico di
rammarico: “Gli esemplari che ospitiamo sono prevalentemente vecchi, i
più giovani, soprattutto se cuccioli e maschi, di solito vengono presi
subito da qualche privato”. Non pare certo sconveniente che ci siano
delle persone desiderose di prendere in affidamento una bestiolina,
ribattiamo. “Certo, ma è indispensabile che siano individui adatti a
tenere con se un cane e non tutti lo sono. Bisogna considerare le
esigenze dell’animale e quanto tempo si ha a disposizione per soddisfare
tutte le loro necessità”. Ascoltando il suo discorso riflettiamo sulle
difficoltà che possono “sopraggiungere dopo aver “adottato” un cane.
“Prima di lasciar andare via un nostro ospite con un nuovo padrone
accertiamo il luogo in cui egli vive, se possiede o no un giardino. Ci
informiamo con chi abita, se sono d’accordo i genitori o il coniuge e se
risono bambini troppo piccoli”.
Fra un discorso e un altro la nostra visita continua, entriamo in vari
locali dove tranquillamente passeggiano avanti e indietro numerose
bestiole. Per terra notiamo più volte alcune scodelle ripiene di cibo,
alcuni cani intenti ad abbuffarsi, altri completamente spaparanzati sul
pavimento o su degli appostiti lettini. Chissà che fatica preparare da
mangiare per tutti, pensiamo ad alta voce. “I gatti sono i più viziati,
a giorni alterni cuciniamo pasta o riso con l’aggiunta di pesce o carne,
qualche volta integriamo anche con scatolette e croccantini. I cani
invece si adattano più facilmente, mangiano pasta, riso, scatolette e
carne macinata anche tutto mischiato insieme” ed ogni mattina ci saranno
centinaia di piatti da lavare e tutti i locali da riassettare…”Per i
lavori pesanti stipendiamo quattro persone che ogni giorno vengono a
lavorare nel nostro centro. Poi ci sono i volontari, circa una decina,
che si occupano delle cure degli animali e della preparazione del cibo.
Inoltre abbiamo un veterinario che presta la sua opera assol
Entriamo a questo punto negli uffici del centro e gli occhi cadono sulla
definizione di Astad: Associazione per la Tutela dell’Animale Domestico.
“Noi siamo un ente morale”, riprende a parlare la nostra guida, “le
nostre prestazioni sono sempre gratuite. Siamo autorizzati ad accettare
lasciti ed offerte ma non abbiamo tariffe e non possiamo rilasciare
fatture”. In quel momento immaginiamo tutti i sacrifici che questi
volontari devono sostenere. “Tra spese di riscaldamento, luce, gas,
telefono, assicurazioni, trasporti, cibo e riparazioni dobbiamo pagare
circa 500.000 lire al giorno”, ribadisce la signora Benussi quasi ci
avesse letto nel pensiero. “I soci comunque si impegnano a pagare almeno
24.000 lire ogni anno”, continua subito dopo, “inoltre riceviamo
numerosi aiuti da ditte private che dai singoli cittadini”. Qualche
volta sotto i portici di Chiazza vengono montati i banchetti del
sodalizio per raggranellare qualche soldino in più”.
“Non solo, ci attiviamo anche organizzando manifestazioni e feste per i
cani, utili per arrotondare il nostro bilancio – continua la Benussi-.
Abbiamo anche posizionato dei particolari contenitori nei supermercati e
nelle agrarie dove i cittadini che vogliono fare qualcosa per noi e per
i nostri protetti possono portare del cibo per animali appena
acquistato”.
Parola dopo parola e passo dopo passo siamo arrivati anche negli alloggi
e nelle recinzioni dei gatti. Tantissimi ci vengono incontro per
strofinarsi intorno alle nostre gambe, altri rimangono sdraiati
nell’erba sotto i raggi del tiepido sole primaverile. Ce ne sono di
tutti i colori e di tutti i tipi, a pelo lungo e corto, bianchi, neri e
pezzati. Alcuni portano anche un collarino per essere più facilmente
riconoscibili”, spiega la signora. Viene da domandarsi in che modo tutti
questi animali raggiungano il centro. “oggi, purtroppo, a causa
dell’emergenza antirabbica, i cani trovati non possono essere accolti
direttamente ma devono per legge essere portati negli alloggi dell’Usl
che li tiene in osservazione un certo periodo di tempo. In seguito, se
non hanno più posti disponibili, mandano da noi gli esemplari più
vecchi. I gatti invece, non esistendo particolari normative, possono
essere portati subito nei nostri ricoveri”. Sotto le vostre cure sono
sicuramente passati tantissimi animali, non avete mai avuto problemi
con qualcuno di loro? “Abbiamo avuto cani con la fama di essere
terribili, ma personalmente sono convinta che non esistono cani cattivi.
Loro non riescono a pensare come un essere umano, siamo noi che dobbiamo
metterci nei loro panni e trattarli di conseguenza. Se si comportano
male la colpa è sempre del padrone “.
La nostra visita è giunta al termine e dopo aver accarezzato per
l’ultima volta Fulvia edi suoi numerosi compagni ci dirigiamo verso il
vialetto che porta all’uscita. Salutati dall’impetuoso abbaiare dei
nostri amici, stringiamo la mano alla nostra accompagnatrice che ci
invita a non mancare alla “Festa del cane” organizzata in via Romolo
Gessi, presso il Cem (Centro di Rieducazione Motoria) domenica 5 giugno.
Ci saranno divertimenti e gare con numerosi premi per il cane più
grosso, per quello più piccolo, per l’animale con il pelo più lungo, più
corto, più riccio, più liscio ecc. Per tutti insomma. “Sono invitati
tutti i cani, con i loro padroni al guinzaglio”, conclude la signora
Benussi con una battuta. E, ricordando le espressioni di certi
proprietari di cani colti mentre li accompagnano a fare il classico
“giretto” igienico vien fatto di pensare che, più che di una battuta, si
tratti di una riflessione profonda . Ironica fin che si vuole, ma
perfettamente realistica.
Piazza unità, una storia lunga quasi un millennio |
In epoca romana c’era solo mare
L’edificazione del Palazzo Comunale risale alla seconda metà del Duecento. E
le mura vennero innalzate attorno alle torri del porto
Quando dalla fontana zampillava il vino
Nel periodo romano lo spazio su cui si colloca oggi Piazza Unità d’Italia si
trovava al di sotto del livello del livello del mare. Che i flutti marini
giungessero fino al teatro romano lo testimonia un terrazzo con gradinata
per l’approdo del naviglio individuato sotto il settecentesco palazzo
Pitteri. Nella zona , dunque, esisteva un bacino portuale collegato con agli
altri porti del litorale tergestino: Barcolla, Grignano, Cedas, Sistiana,
Servola, Zaule e Santa Croce. La posizione del colle era ottimale per
l’insediamento alto, sicuro, ricco di acqua nel sottosuolo e protetto dalle
alture e dai boschi circostanti. Ed il ricordo di Tergeste e del suo porto
si trova oggi, come afferma l’archeologa Vallea Santa Maria Scrinari, in una
delle più importanti ed imponenti testimonianze romane: la Colonna Traiana:
“suppongo possa essere molto probabile che il pannello LXXXVI del monumento
trionfale a Traiano, inaugurato a Roma nel 113 d.C. e che nel 117 d.C.
diverrà la sua tomba, rappresenti il porto tergestino”. Tali bassorilievi
raffigurerebbero infatti tutto il popolo della città sceso sulle rive ad
onorare l’imperatore che stava per partire in guerra. “Questo episodio può
rappresentare in assoluto la prima documentata cerimonia ufficiale avvenuta
al cospetto di quello specchio di mare che costituirà nel tempo il
fondamento reale di Piazza Unità d’Italia”.
Nel Medio Evo le condizioni sociali ed economiche che diedero l’impulso alla
nascita del regime comunale gettarono anche le fondamenta per la
costruzione del Palazzo Comunale e della piazza della città. Col passare dei
decenni il processo d’interramento, coadiuvato in gran parte dall’opera
dell’uomo, aveva creato nel luogo dell’antico porto romano una fascia di
terraferma che ben presto si adattava all’espansione urbanistica evitando il
problema di una difficile edificazione sulle pendici del monte. Si
costruirono così in pianura dei nuovi quartieri separati dalle vecchie
abitazioni abbarbicate sul colle di San Giusto dalla via di Risorgo (che
divenne l’arteria principale della città).
Il prmio palazzo Comunale sembra già essere presente dalla seconda metà del
‘200 come testimoniano pitture nell’abside di San Giusto. Esso sorgeva
parallelamente all’attuale Municipio ed accoglieva chi si accingeva a
raggiungere la Piazza Maggiore, come veniva chiamata in quel periodo. Questa
occupava circa metà dell’area attuale ed il mare vi si insinuava dentro
costituendo il Porto Vecchio o Mandracchio, così chiamato poiché era un
bacino completamente chiuso come i recinti delle mandrie (simile a quello di
Muggia). Lungo le rive del porto, a sistema difensivo, vennero innalzate le
mura dalle quali si ergevano le tre torri con le tre porte chiamate
Mandracchio, Fradella e delle Beccherie le cui immagini stilizzate
costituiscono il famoso sigillo trecentesco simbolo della città. Volgendo le
spalle al mare sulla sinistra sorgeva la Casa del Podestà con affiancata la
chiesa romanica di San Pietro, costruita ne l1368 grazie al lascito di
Pietro Onorati particolarmente devoto al Santo. Nella zona oggi occupata dal
Palazzo delle Assicurazioni Generali vi era l’edificio degli usurai, le
carceri ed il macello comunale che comprendeva anche le stalle della
podesteria necessarie, affinché fossero subito pronti i cavalli in caso
d’allarme. Nella piazza inoltre fiorivano numerose attività commerciali,
botteghe di vario tipo e perfino un bordello autorizzato. Il Palazzo
comunale era posto nel mezzo e di dietro ad esso, nella seconda metà del
‘300 venne edificata la famosa locanda trecentesca.
Dove oggi sorge l’attuale municipio nel XIV secolo vi era la Loggia Vecchia
dove venivano conservate le armi del comune. Questo edificio aveva due
arcate in pietra che consentivano l’accesso all’attuale Piazza Piccola (dove
vi era il mercato delle erbe e della frutta). Secondo Gaia Furlan “è
verosimile che la loggia nel corso dei secoli, mutando il proprio aspetto
più volte, abbia mantenuto inalterata la sua collocazione, che ancora oggi è
riconoscibile dai profondi archi sotto il Municipio”. Nel 1356 sulla Torre
del Porto vennero posti un orologio e due statue bronzee chiamate i mori di
piazza. Questi scandivano le ore percotendo tre campane che con i loro suoni
marcavano i momenti più importanti della vita della città, i giorni di
festa, di lutto, segnalavano gli incendi l l’esecuzione di un condannato ma
anche più semplicemente l’apertura del mercato. (La campana più grande
esiste ancora e si trova conservata presso il Museo Morpurgo in via Imbriani
5). Sotto la dominazione veneziana venne realizzato nella zona retrostante
al Palazzo Comunale il Castello a Marina che occupò parte della piazza. Il
forte comunque ebbe breve vita e , finita l’egemonia della Serenissima nel
1380, venne successivamente abbattuto per consentire l’edificazione del
nuovo Palazzo del Comune. Nei secoli seguenti guerre e pestilenze non
cambiarono sostanzialmente la fisionomia della piazza fino a quando ne
giorno delle ceneri del 1690, alimentato da un vento di bora, un fuoco,
partito probabilmente da una bottega sotto il porticato, incendiò e
distrusse il Palazzo Comunale con tutto il suo patrimonio di armi, arredi,
documenti e libri (già nell’anno seguente incominciarono i lavori di
ricostruzione). In quel periodo la Locanda Grande costruita nella stessa
zona dove si erigeva la locanda trecentesca, andava man mano aumentando di
fama e fra i suoi illustri ospiti annoverava l’arciduchessa Maria Maddalena
d’Austria, sposa di Cosimo de Medici (granduca di Toscana), l’infante Maria
di Spagna, sposa di Ferdinando I e Federico Gonzaga, duca di Mantova.
Agli inizi del ‘700 la piazza venne ribattezzata con il nome di Piazza San
Pietro ed il nuovo Palazzo Comunale appena completato fu adibito a teatro.
Nel 1728 l’imperatore Carlo VI fece visita alla città ed in suo onore venne
innalzata nella piazza una statua in legno dorato a lui intitolata,
sostituita poi qualche anno più tardi da una uguale in marmo. Nel frattempo,
per ricordare il ripristino dell’acquedotto di Montevecchio, cominciarono,
al centro della piazza di fronte alla Loggia, i lavori di costruzione della
fontana dei Quattro Continenti. Dalle sue bocche uscirono fiumi di vino
bianco e nero durante l’inaugurazione del Lazzaretto di Santa Teresa del
1769, mentre nel 1800 fu adornata con ben 4000 lumini per accogliere la
regina Maria Carolina di Napoli e l’ammiraglio Nelson discesi a Trieste ed
ospitati nella Locanda Grande. Intanto le campane e le due statue con
mustacchi e mazze di ferro sulla Torre del Porto e da sempre chiamati dal
popolo Micheze e Jacheze furono protette con una cella trifora in muratura.
Verso la metà del secolo, sopra il vascello da guerra San Carlo, lasciato
affondar nello specchio d’acqua antistante alla piazza, fu costruito
l’omonimo molo unito alla città da un ponticello in legno. Sempre animato da
mercanti, battelli e da cittadini per le loro passeggiate fu ribattezzato
molo Audace, dal nome del primo cacciatorpediniere italiano che vi attraccò
nel 1918.
Mentre il secolo XVIII volgeva al termine cominciarono i lavori di
edificazione del Palazzo Pitteri (1780), unico elemento architettonico che
resistette alla “furia distruttrice” divampata nel secolo successivo. Sono
questi gli anni nei quali iniziò anche l’attività della Biblioteca
arcadico-sonziaca che dal 1795 venne ospitata nella casa vicariale in
quattro stanze sopra la Loggia. Trasferita nel 1812 dopo l’occupazione
napoleonica trovò sede stabile nel 1820 nell’attuale Piazza Hortis.
La piazza nel ‘800 subì una trasformazione radicale: palazzi rimasti quasi
immutati per secoli cedettero il posto ad altri che delinearono la nuova ed
attuale fisionomia di Piazza unità. Nel 1822 vennero abbattuti la chiesa
romanica di San Pietro ed il teatro San Pietro (l’affermazione del teatro
Grande, oggi teatro Verdi, aveva reso superflua questa costruzione). Nel
1837 medesima fine subirono le prigioni e l’anno successivo venne demolita
anche la Torre dell’Orologio per consentire l’edificazione del Palazzo
Comunale. La piazza cominciava ad acquistare una fisionomia più simile
all’attuale. Il Porto Mandracchio venne completamente interrato e nuovo
spazio si rese a disposizione degli architetti. Nell’ultimo trentennio del
secolo venne abbattuta la Locanda Grande che, rimodernata innumerevoli
volte, aveva accolto i personaggi più illustri ed in vista, compreso Giacomo
Casanova e gli imperatori Giuseppe II e Leopoldo II (al suo posto venne
costruito l’Hotel Garni oggi intitolato ai Duchi d’Aosta). Nel frattempo la
piazza, che venne chiamata Piazza Grande per i suoi nuovi ed immensi spazi
liberi, fu adornata con un rigoglioso giardino (eliminato nel 1919), fatto
crescere sull’ormai interrato Porto Vecchio, che impediva ancora la visione
del golfo triestino.
In quel periodo il lato opposto al mare era composto da ben sette edifici;
quattro abitazioni private, la Loggia, il Palazzo del Magistrato e
l’edificio dell’ufficio edile. Tutti vennero demoliti per far posto al nuovo
municipio ideato dall’architetto Giuseppe Bruni che ancora oggi si erge
maestoso in fondo alla piazza. Poco dopo (1876) sulla torre del nuovo
palazzo due statue bronzee, chiamate ancora Micheze e Jacheze in ricordo di
quelle della Torre dell’Orologio, cominciarono a percuotere nuovamente le
campane del Comune. In quegli anni furono costruiti il Palazzo Stratti, ora
proprietà delle assicurazioni Generali, il Palazzo Modello sui resti della
chiesa romanica ed il Palazzo del Lloyd edificato su parte del vecchio Porto
Mandracchio interrato.
Nel 1905 cadde sotto i “colpi” della voglia di rinnovamento anche l’austero
Palazzo della Luogotenenza del 1764 che venne sostituito con il nuovo ed
appariscente Palazzo del Governo in stile cinquecentesco. Le due aste
portabandiera, che oggi incorniciano l’immagine delle rive, vennero donate
nel 1933 dal Reale Automobile Club d’Italia in memoria degli autieri caduti
durante la guerra.
La Fontana dei Quattro Continenti, in occasione delle visita di Benito
Mussolini, fui smontata per consentire una migliore sorveglianza della
polizia durante il discorso del duce. Ma dovette passare più di un
trentennio perché si potesse nuovamente ammirare, non più in linea con la
statua di Carlo VI, ma spostata verso il Palazzo Pitteri. Nel nostro secolo
il nome della piazza cambiò numerose volte: per tre mesi durante la prima
guerra mondiale fu intitolata a Francesco Giuseppe, nei giorni della
redenzione prese il nome di Piazza dell’Indipendenza ed infine, a
conclusione della complessa metamorfosi di una delle piazze più famose
d’Italia, venne chiamata Piazza dell’Unità d’Italia.
I single fanno le
valigie,
destinazione:
avventura |
“Cortesia, disponibilità ed attenzione a tutte le esigenze dei
clienti”. “Professionalità ed esperienza sono le componenti di
un’assistenza che contribuirà a rendere le vostre vacanze serene e
piacevoli”. “Hostess ed accompagnatori qualificati garantiranno una
presenza costante al vostro fianco dal momento della partenza fino
all’ultimo istante della vacanza”. Questi sono alcuni degli slogan che
molte compagnie turistiche presentano per invogliare la gente ad
accettare i loro “pacchetti vacanze” tutto compreso o quasi.
In queste proposte è possibile trovare i classici “soggiorni” in
fantastici in fantastici hotel con relax obbligatorio, ai quali a
piacimento si possono aggiungere diversivi sportivi, escursioni e serate
nei locali caratteristici. E’ possibile scegliere tra numerosi “tour”
che permettono, girando in pullman, di scoprire la vera essenza del
paese visitato. Oppure decidere di partire per uno degli ormai
famosissimi “villaggi” dove niente è lasciato al caso ed
intrattenimenti, attività sportive, serate danzanti, ed amicizie più o
meno intime sono assicurate. Non c’è che l’imbarazzo della scelta
quindi: una telefonata all’agenzia di viaggio, preferita e le esigenze
di ognuno di noi in un batter di ciglia, anzi di monete sonanti, vengono
come d’incanto esaudite. Ma una persona sola senza famiglia o un gruppo
d’amici da poter portare con sé come deve comportarsi per non affogare
nella malinconia dei mesi estivi? Quali sono le migliori proposte delle
agenzie di viaggio per i “single”, magari timidi incurabili? O dove è
possibile trovare con buona probabilità di riuscita “un’avventura”
estiva?
E poi chissà se con il termine avventura si preferisce intendere
l’incontro con le fauci spalancate di un leone o con un’idilliaca
indigena tutte curve mozzafiato (per lui) o con un “tartan” dagli occhi
profondi ed ammalianti (per lei). Ma i viaggi esclusivi per i “single”
non si trovano facilmente. Ecco allora i consigli di alcune agenzie
turistiche triestine che espongono le loro offerte, alcune delle quali
simpatiche ed accattivanti.
GLI ANIMATORI PENSANO A TUTTO, ANCHE A CCOMBINARE “L’INCONTRO”
Emilio, responsabile della “Paterniti viaggi”, presenta alcune idee come
soluzione ai quesiti dei “non fidanzati”: “Consiglierei di aderire alle
proposte dei vari club Valtur. Comitours che consentono dei soggiorni
super organizzati in varie località del mondo. Arrivati nel villaggio
nulla è lasciato al caso: se l’ospite è senza compagnia i responsabili
fanno in modo di inserirlo in alcuni gruppi, non lo fanno mai mangiare
da solo e molte volte a pranzo ci si comincia a conoscere. Poi vengono
allestite numerose attività che variano dalle escursioni culturali ai
balli serali dove nascono le “avventure” tanto desiderate”. Nel discorso
si inserisce Maria Rosa, sempre della stessa agenzia, che puntualizza:
“Viaggiando da soli purtroppo il più delle volte, soprattutto in alta
stagione, si è costretti a pagare un supplemento per la stanza singola.
Per ovviare a questo problema è possibile, non fissare la camera e
prenotare genericamente un posto uomo o donna. I questa maniera si viene
collocati in stanze doppie con un’altra persona che ha fatto il
supplemento ma rimane sempre l’incognita del compagno”. Una soluzione
questa che potrebbe essere molto utile per i costosi viaggi i n mare
dove, grazie all’ambiente ristretto, è molto facile fare nuove
conoscenze.
“costa Romantica”, una normale crociera con un itinerario che parte da
Genova e tocca le costa della Tunisia, della Baleari e della Spagna,
viene a costare in media stagione, a seconda del tipo di cabina, da un
minimo di 1800.000 ad un massimo di 2.730.000. Prezzi ai quali una
persona sola deve aggiungere in più il 50% come supplemento singola. Si
possono così superare anche i 4 milioni.
Ma le proposte “single” non finiscono qui. Elvira, operatrice turistica
dell’Utat è entusiasta nel presentare un’iniziativa di questa agenzia
unica in città: “Aderire al club “Amici dell’Utat” nato appositamente
per persone sole che hanno tempo a disposizione per le vacanze, è la
soluzione migliore per i “single” che vogliono evadere dalla città. I
soci periodicamente si riuniscono per decidere, sulla base delle nostre
proposte, il tipo di vacanza da passare e le località da visitare. Tutte
le nostre iniziative, dai soggiorni ai tour, sono organizzate con
trasporto pullman agli aeroporti e dagli aeroporti, volo con le migliori
compagnie, alberghi ed intrattenimenti di prima scelta. In ogni viaggio
sarà sempre presente una nostra accompagnatrice indispensabile molte
volte per chi non conosce le lingue del paese visitato. Partecipando a
queste iniziative le persone si conoscono tra loro, fanno amicizia e poi
formano dei gruppi fissi per le vacanze successive. Ma non solo, si
incontrano anche dopo i viaggi per scambiarsi pareri e per mostrarsi
rispettivamente le videocassette e le diapositive delle vacanze passate
insieme. Noi dal canto nostro coltiviamo le loro amicizie proponendo
delle feste nel periodo di carnevale e dell’ultimo dell’anno, tutte
sempre molto apprezzate.”
Per poter diventare soci del club dell’Utat bisogna compilare un
questionario ed essere presentati ad altri due soci (di solito semplici
formalità). Dopo di che la direzione dell’Utat si riserva di decidere se
accettare o meno la domanda d’iscrizione. Superato questo passaggio
bisogna pagare un buono di entrata di 40.000 lire. I soci ricevono ogni
due mesi un giornalino dove vi sono numerose offerte di viaggi riservate
agli iscritti e le esperienze passate raccontate dai protagonisti.
Federico, agente turistico dell’agenzia “Bora viaggi” separa invece le
proposte a seconda delle esigenze dei richiedenti: “per i più giovani,
sotto i 25 anni, che non hanno grossa disponibilità di denaro La
Loufthansa propone delle tariffe stracciate per i voli diretti alle
varie capitali. Purtroppo arrivati in albergo di solito bisogna pagare
supplementi di prezzo del 10-20 % per le camere singole. Per un adulto
penso sia meglio un tour. Quello dell’Andalusia andrebbe bene. Prevede
uno spostamento in aereo da Trieste a Madrid e poi il giro delle
località in pullman. In questo modo le persone rimangono in contatto tra
loro e si possono instaurare facilmente delle amicizie. Per i più
anziani proporrei sempre per gli stessi motivi un tour, ma in paesi meno
caldi, come il nord Europa. L’ideale sarebbe l’Irlanda e la Scozia
visitate sempre in pullman con partenza in aereo da Venezia”.
E CON CINQUE MILIONI SI PUO’ ANDARE IN MESSICO O IN CINA
I prezzi per tutte queste attività variano molto a seconda del periodo
scelto, del luogo da visitare, del numero de giorni necessari.
Approssimativamente un soggiorno per una settimana a mezza pensione in
una località facilmente accessibile oscilla intorno al milione di lire.
Per una vacanza nel club, dove tutti vengono seguiti ed indirizzati
verso il divertimento personalizzato, i prezzi salgono e 2.500.000 per
una settimana è una cifra comunemente richiesta.
Per i tour si può passare dal 1.500.000 dei meno cari ai 5-6 milioni per
il Messico e per la Cina, ma in questo caso il tempo è maggiore, anche
15 giorni e gli spostamenti interni non sono solo in pullman, ma anche
in aereo.
Per chi rifiuta le solite vacanze scontate esistono anche viaggi con i
“Club dell’avventura” dove sono previsti gli “imprevisti” sempre più
emozionanti come racconta Elisabetta dell’Ufficio Centrale viaggi:
“Esistono oltre ai consueti tour anche dei viaggi “safari-traking” nei
paesi africani o sud americani. Chi aderisce a queste proposte
sicuramente ha un’indole sportiva e per questo motivo non ha di solito
problemi a partire da solo se impossibilitato ad avere compagnia”.
“generalmente si alloggia all’interno dei parchi naturali in delle
“lodget” (una specie di bungalow)talvolta poste sugli alberi o su
palafitte per il pericolo dei animali. La pensione è logicamente
completa per l’impossibilità di trovare ristoranti nei dintorni. Da
questi “campi base” si effettuano poi delle gite con una guida in gip o
a piedi ad esempio per vedere gli animali che si abbeverano al
tramonto.. Queste vacanze sono però abbastanza costose e partono
generalmente dai 2.5 milioni di lire in su”.
Dopo aver valutato queste proposte sembra che l’unica difficoltà che
una persona sola possa incontrare prima di partire per una vacanza sia
l’imbarazzo della scelta
Non vengono fornite proposte esclusive per “single”, ma in questi viaggi
gli approfondimenti culturali, le amicizie ed il divertimento sono
assicurati o quasi. Certo che Trieste la solitudine è un fenomeno
diffuso e come tale dovrebbe essere preso in considerazione durante le
indagini di marketing che probabilmente vengono effettuate prima di
creare i così famosi pacchetti viaggio. Comunque sia oggi le varie
proposte delle agenzie di turismo possono coprire gli interessi di
qualunque persona, sia giovane che vecchia, sia uomo che donna, sia
pigra che sportiva, sia accompagnata che…sola. Ed allora per passare un
periodo di evasione dallo stress cittadino, per vincere la timidezza o
per “accalappiare” qualche bell’esemplare del sesso opposto le
possibilità non mancano, sia vicino che lontano, basta approfittarne.