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inviato a SocialNews per il numero di Novembre 2011 La malattia psichiatrica Facciamo sì che lascino l’inferno Ho visto ed ho toccato un ammalato nudo, rinchiuso in una stanza fredda, disteso su una brandina su cui si adagiava un materasso provvisto di foro centrale per la caduta degli escrementi in una pozzetta. Aveva polsi e caviglie legati.
Ma i drammi di questa malattia si fermano sull'uscio di servizi disorganizzati o mai organizzati? No, purtroppo. Nel mio peregrinare nell’ambito dei lavori della Commissione, ho incontrato un ammalato che io stesso, pur essendo medico, non conoscevo "de visu": il "pazzo criminale". Non è una definizione nosologica, è solo la maschera dietro alla quale la nostra società, la nostra Italia, ha nascosto ciclicamente circa 1.500 persone. Alcuni, è vero, hanno ucciso, hanno commesso reati gravi. Altri, invece, hanno solo rubato una bicicletta, hanno finto una rapina, hanno resistito ad un pubblico ufficiale, hanno minacciato un familiare e sono stati classificati "incapaci di intendere e di volere" e "socialmente pericolosi". Quel giorno, sono stati assolti dal loro reato, ma sono stati condannati a perdere la dignità della persona umana, il diritto alle cure e, per ciò che ho visto, il diritto alla vita. Sono sei gli istituti in Italia chiamati Ospedali Psichiatrici Giudiziari (un eufemismo per indicare i manicomi criminali). Non possiedono nulla dell’ospedale: mancano i medici, sono insicuri per le emergenze anche di carattere non psichiatrico, sono più invivibili delle stesse carceri. Non sono tutti uguali, ma presentano tutti un aspetto in comune: in essi sono sparpagliati circa 400 internati dimissibili, non più pericolosi secondo medici e giudici, ma trattenuti lì solo perché la società, le Asl, le famiglie, noi, non li vogliamo più. E lo Stato? Alcuni non hanno mai visto un giudice, eppure sono internati da anni. Pericolosi, ma mai giudicati. Altri hanno scontato la loro condanna, ma permangono immotivatamente reclusi per decenni (ho incontrato persone internate da 27 anni!). "Ergastoli bianchi". In queste sei strutture ci sono i "pazzi" che non conoscevo, e che l'Italia non conosce. Il Presidente Napolitano ci ha ringraziato perché abbiamo sollevato un pesante tappeto al di sotto del quale, per decenni, abbiamo nascosto degli uomini in luoghi di alienazione. Ho visto ed ho toccato un ammalato nudo, rinchiuso in una stanza fredda con le mattonelle bianche (a metà, nel ricordo, tra una macelleria ed una sala settoria), disteso su una brandina su cui si adagiava un materasso provvisto di foro centrale per la caduta degli escrementi in una pozzetta. Aveva polsi e caviglie legati, ma non si sapeva e non si poteva leggere su nessun registro chi ne avesse ordinato "la gogna", il tempo e per quali cause. Uomini ammassati con letti a castello (proibiti dalla legge) tra effetti letterecci ormai marroni per il luridume. C'era chi cucinava negli angoli dei bagni alla turca, con l'acqua dei cessi che si confondeva con quella che saltava dalle padelle. In estate, in quei luoghi senza oasi di alcun genere, molti infilavano le bottiglie nello scarico del bagno per rinfrescarle o per non far risalire i topi. Spesso, gli angoli delle stanze ricordavano più il lerciume sotto i ponti che un luogo ospedaliero, un luogo di cura, sia pure alla lontana. Le urine al suolo erano talvolta così spesse da non far scivolare il nostro passo, ma forse da far inciampare il loro. "Pazzi" da non curare nemmeno per altre malattie, come fratture o diabete. Queste donne e questi uomini possiedono ancora caratteristiche "umane"? Sono entrato a Montelupo Fiorentino. Ho visitato una stanza di internati in quella bella villa medicea trasformata oggi in OPG. Ho trovato un giovane che defecava dietro un piccolo muretto, oltre il quale era sdraiato un altro compagno di cella. Nessun rossore, nessuna meraviglia: è ormai così alienato che anche il suo corpo, nella sua più cruda nudità, è diventato merce pubblica senza valore. Ad Aversa, un anziano, condannato a dieci anni di reclusione e cura in un ospedale psichiatrico per aver ammazzato un sacerdote, ci chiedeva in modo cortese se fossimo "uomini di legge" e, se tali, perché mai partecipassimo a processioni di così inutile curiosità senza intervenire in casi come il suo. Aveva scontato per intero la sua pena, ma era ancora recluso, a distanza di oltre dieci anni dalla conclusione della condanna, solamente perché la sua Asl non intendeva prenderselo in carico. Non siamo stati capaci di rispondergli. Non ci chiedeva altre promesse, ma fatti. Siamo tornati dopo due mesi, forse per raccontargli i timidi passi compiuti. Era morto senza essere mai tornato veramente a vivere. Un "trans gender" chiuso in una stanza perché innamorato. Isolato da mesi oltre la sua condanna. Con quale diritto? Un ammalato psichiatrico "femminiello" rinchiuso da 25 anni: qualcuno si vergognava di lui. Può accadere? È accaduto. Oggi è libero, smarrito in una vita che non riconosce più. Ho incontrato una sofferenza inflitta gratuitamente nella dimenticanza e nel silenzio di una società che ti marchia di "follia" e ti getta vivo in una tomba. Non immaginavo questo mondo psichiatrico in così grave sofferenza. Contro di esso, per cancellarlo, per superarlo, oggi, dopo le nostre denunce, c'è un Parlamento che deve misurarsi con la "civiltà". Gli ammalati hanno diritto alla dignità della persona ed alla salute. E dobbiamo garantire a questi particolari ammalati psichiatrici di essere trattati come cittadini di serie A, come tutti gli altri. Preoccupiamoci anche di onorare il nostro “debito” maturato nei loro confronti. Facciamo sì che lascino l'inferno ed escano a "rivedere le stelle". Michele Saccomanno
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